L’esercito delle guerriere di pasta frolla

Espressione accigliata, sguardo severo, ogni piccolissima ruga opportunamente tirata…

Posizione eretta come se avessero un bastone al posto della schiena, braccia muscolose ciondoloni lungo i fianchi e falcata decisa sui trampoli più improbabili. Asfissiate dentro a bustini troppo stretti ecco che avanzano sulla passerella con ordine e precisione; se non fosse per la mise che indossano e per il contesto che le circonda potrebbero sembrare soldatesse pronte all’attacco.

Può darsi che la mia visione riguardo alle sfilate d’alta moda sia un po’ viziata dal mio modo di interpretare la cucina e di approcciarmi al cibo che vedo come qualcosa che possa allietare alcuni momenti della giornata, unire diverse persone allo stesso tavolo e dichiarare un’appartenenza culturale e regionale, ma su quelle passerelle di alto vedo solo i colli e le gambe di queste povere ragazze.

Hanno facce scavate e bacini ossuti, seni smunti e sederi cadenti (al contrario di quel che si possa pensare dei loro glutei, sono spesso flaccidi e pieni di smagliature a causa delle diete perenni e della mancata attività fisica); hanno occhi vitrei e labbra serrate in smorfie leggermente sofferenti che quasi ti vien voglia di sapere cosa succede dietro le quinte, perché queste modelle sono così tristi?

Forse perché il mercato della moda impone indossatrici troppo scheletriche, con dei paradigmi che mai sono stati tanto lontani dalla realtà! Dove le trovi nella vita di tutti i giorni donne così fragili che sembrano fatte di pasta frolla, così deboli da non poter emettere un fiato?

Da abolire anche le sfilate per le taglie forti, se servono solo da contraltare a quelle per le anoressiche. Perché sembra tanto difficile capire che quasi sempre (per non dire sempre) in medio stat virtus? Perché costringere delle povere giovani al lavaggio del cervello fino al punto di pensare di ingerire la stoffa dei tessuti per non sentire i morsi della fame, ma senza ingrassare?

La sola immagine dà i brividi.

“La gente poi che deve dire?” : ultimi retaggi della borghesia pudìca

Provengo da una famiglia molto cattolica, praticante sì, ma soprattutto cattolica! Ciò vuol dire che senza troppi se e troppi ma i precetti della Madre Chiesa per buona parte dei miei familiari sono indubitabili e da rispettare ad ogni costo. Sono d’accordo che si osservino se ci si crede in prima persona, ma imporre astinenze e castità a seconde o addirittura terze persone, mi sembra una violenza che ha ben poco della misericordia e della carità divulgate dalla Sancta Romana Ecclesia. Non ne giustifico nemmeno l’imposizione ai propri figli! Voi, genitori credenti, mi dico, avete tempo per insegnare e trasmettere alla vostra prole tutto ciò in cui credete. Passati gli anni della formazione in cui il bimbo o l’adolescente assorbe in qualche modo, più o meno, l’educazione impartita, oltre i diciotto anni (ma talvolta anche prima), il figlio dovrebbe iniziare a delineare una sua, autonoma, coscienza di essere umano, di cittadino e di credente. Appartenente a qualsiasi corrente religiosa o filosofica o filosofico-religiosa, il nuovo soggetto che va crescendo è un credente perché crede in qualcosa e aderisce, se lo desidera, ad una ben definita categoria di adepti. In quanto credente va comunque rispettato! Ciò che mi urta profondamente nella mia famiglia, dove infatti faccio in modo di ritrovarmi il meno possibile, è la falsa pudicizia: importa sopra ogni cosa non dare a vedere alla gente (concetto piuttosto indefinito e mutevole) che, ad esempio, alla soglia dei tuoi trent’anni dormi con il tuo fidanzato. Fidanzato stabile da un po’ di anni che la famiglia ha ormai accolto, del quale si fida non poco e che probabilmente sarà il tuo futuro compagno. Tuttavia questi elementi non costituiscono in alcun modo una sorta di attenuanti. Un comportamento simile al suddetto procura il biasimo a se stessi e il pubblico ludibrio ai genitori che eventualmente avallano tali atteggiamenti. Non importa che due fidanzati sulla soglia dei trent’anni siano costretti ad accettare quello stato di cose perché a questa età, in questa società, in questo paese, non si è ancora in grado di avere un lavoro stabile e uno stipendio fisso che possa far pensare ad un matrimonio e a quello che comporta. Non importa che si amino e si rispettino tantissimo… Quella coppia finirà dritta all’inferno! E se pure dovesse decidere un giorno di confermare il sì reciproco su di un altare davanti al prete, nessuno della famiglia gioirebbe con grande partecipazione perché non avrebbe più alcun valore. Mi chiedo solo che senso abbia dunque affrontare grandi spese e magari contrarre anche qualche debito, accumulare forti stress e accettare dispendio di tempo ed energie se a quel punto nessuno parteciperà sentitamente della gioia di questa coppia. Sarà meglio pensare ad una cerimonia spartana al comune e pochissimi invitati, quelli felici di partecipare, ma… la gente poi che deve dire?

Attori o figuranti sul palcoscenico di una vita

Diciamocelo chiaramente, alcuni di noi fanno tanto per restare dietro le quinte e seguire quanti vanno in scena a viso più o meno aperto.

Autisti e portaborse di parlamentari e uomini in carriera, cuochi e camerieri di ristoranti d’élite, insegnanti di ineducati ragazzi di buona famiglia, sarte e truccatrici del mondo dello spettacolo, mogli che vorrebbero essere le grandi donne celate dietro a grandi uomini, ghost writer di romanzi di successo,autori di testi di canzoni che spopolano durante i concerti, infermieri che porgono un bisturi come un soccorso prezioso alle spalle dei medici, sono tutti uomini e donne che hanno deciso di servire piuttosto che essere serviti e al di là di dottrine religiose varie.

Bene, ci sono casi in cui chi sta all’ombra di qualcun altro dovrebbe restarci perché è più prezioso e più adatto lì che altrove, ma cosa succede nei restanti casi in cui chi è stato semi-nascosto farebbe meglio ad uscire alla luce dei riflettori o, più modestamente, alla luce del sole?

In questo caso particolare mi rivolgo soprattutto alla mia nuova scelta, giunta forse comunque tardi, di creare un blog e scriverci quando ne avrò voglia, ma potrebbe essere qualsiasi attività che ancora stentate ad iniziare o progetto che non avete ancora partorito.

Sono finiti i tempi in cui ci si poteva permettere di scrivere per se stessi e per lo sfogo intimo su un pezzo di carta da custodire segretamente. Nell’epoca del suono dove la voce più forte è quella di chi strilla di più, meglio ritagliarsi un piccolissimo spazio, libero e gratuito, in cui i vecchi soliloqui possano giovare a qualcuno, magari a chi questa volta invece li legge!

Basta nascondersi dietro insicurezze, dubbi e timidezze!  E’  il momento di iniziare a partecipare direttamente a questa vita, senza tesserne le trame pretendendo di muovere i fili altrui. E’ giunta l’ora di entrare su questo palcoscenico, male che vada, c’è tempo per rintanarsi nella propria solitudine. Adesso, prima che sia troppo tardi, bisogna vivere e costruire.