“La gente poi che deve dire?” : ultimi retaggi della borghesia pudìca

Provengo da una famiglia molto cattolica, praticante sì, ma soprattutto cattolica! Ciò vuol dire che senza troppi se e troppi ma i precetti della Madre Chiesa per buona parte dei miei familiari sono indubitabili e da rispettare ad ogni costo. Sono d’accordo che si osservino se ci si crede in prima persona, ma imporre astinenze e castità a seconde o addirittura terze persone, mi sembra una violenza che ha ben poco della misericordia e della carità divulgate dalla Sancta Romana Ecclesia. Non ne giustifico nemmeno l’imposizione ai propri figli! Voi, genitori credenti, mi dico, avete tempo per insegnare e trasmettere alla vostra prole tutto ciò in cui credete. Passati gli anni della formazione in cui il bimbo o l’adolescente assorbe in qualche modo, più o meno, l’educazione impartita, oltre i diciotto anni (ma talvolta anche prima), il figlio dovrebbe iniziare a delineare una sua, autonoma, coscienza di essere umano, di cittadino e di credente. Appartenente a qualsiasi corrente religiosa o filosofica o filosofico-religiosa, il nuovo soggetto che va crescendo è un credente perché crede in qualcosa e aderisce, se lo desidera, ad una ben definita categoria di adepti. In quanto credente va comunque rispettato! Ciò che mi urta profondamente nella mia famiglia, dove infatti faccio in modo di ritrovarmi il meno possibile, è la falsa pudicizia: importa sopra ogni cosa non dare a vedere alla gente (concetto piuttosto indefinito e mutevole) che, ad esempio, alla soglia dei tuoi trent’anni dormi con il tuo fidanzato. Fidanzato stabile da un po’ di anni che la famiglia ha ormai accolto, del quale si fida non poco e che probabilmente sarà il tuo futuro compagno. Tuttavia questi elementi non costituiscono in alcun modo una sorta di attenuanti. Un comportamento simile al suddetto procura il biasimo a se stessi e il pubblico ludibrio ai genitori che eventualmente avallano tali atteggiamenti. Non importa che due fidanzati sulla soglia dei trent’anni siano costretti ad accettare quello stato di cose perché a questa età, in questa società, in questo paese, non si è ancora in grado di avere un lavoro stabile e uno stipendio fisso che possa far pensare ad un matrimonio e a quello che comporta. Non importa che si amino e si rispettino tantissimo… Quella coppia finirà dritta all’inferno! E se pure dovesse decidere un giorno di confermare il sì reciproco su di un altare davanti al prete, nessuno della famiglia gioirebbe con grande partecipazione perché non avrebbe più alcun valore. Mi chiedo solo che senso abbia dunque affrontare grandi spese e magari contrarre anche qualche debito, accumulare forti stress e accettare dispendio di tempo ed energie se a quel punto nessuno parteciperà sentitamente della gioia di questa coppia. Sarà meglio pensare ad una cerimonia spartana al comune e pochissimi invitati, quelli felici di partecipare, ma… la gente poi che deve dire?

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2 comments

  1. Marlene · aprile 19, 2013

    Leggendo le tue parole mi è venuto in mente il film di Ferzan Ozpetek intitolato “Mine Vaganti” e in particolar modo le frasi della nonna rivolte al nipote Tommaso:<>

    • biancalba · dicembre 24, 2013

      Io sono da sempre la “mina vagante” di casa…

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