Qual è la tua parola per il 2014?

La Repubblica ha appena pubblicato i risultati di un sondaggio che chiedeva di votare le parole  del 2013 (ho votato anch’io ed avevo scelto la prima), ebbene sono “CRISI”, “DECADENZA” e “FEMMINICIDIO” e sono il chiaro segno del fatto che si chiude oggi un anno che è stato difficile per l’Italia sul piano nazionale, per alcuni italiani anche sul piano personale. http://www.repubblica.it/cultura/2013/12/29/news/crisi_la_parola_dell_anno_2013-74724258/?ref=fbpr

Proprio così, si chiude un 2013 di piccoli ma importanti cambiamenti. Alcuni irrimediabilmente irreversibili. Guai a tornare indietro, adesso si dovrà andare solo due passi avanti e ciascuno di noi starà già pensando a come farlo. Perciò lasciamoci alle spalle questi dodici mesi, dimenticando dolori e fatiche, ma facendo tesoro non già delle “lezioni” che ci ha inflitto (chi lo sa che il termine “lezione” possa rivangare a qualcuno brutte esperienze scolastiche), ma degli “insegnamenti” che possiamo trarne per un nuovo anno che ci vedrà tutti più forti e soprattutto più uniti e collaborativi!

Chair-Magazine-Musica-e-letteratura  A questo punto, viste le parole del 2013 secondo La Repubblica e visto che nei post passati ho già in più modi espresso la mia idea riguardo all’importanza di usare bene le parole perché possono essere comunque un gesto forte… proporrei di eleggere la parola del 2014 e proporrei questa: RESILIENZA.

RESILIENZA sul mio, forse un po’ datato, vocabolario della lingua italiana Treccani (ebbene sì, cercate prima sul cartaceo e poi su internet, se potete) la parola risulta ancora legata alla tecnologia dei materiali perché solo negli ultimi tempi ha assunto valenze diverse a seconda del contesto e della disciplina in cui la si usa. In questo caso però a “RESILIENZA” voglio dare uno e un solo significato.  Chiamando a testimone l’etimologia dal latino “resiliens, -entis” che è il participio presente del verbo “resilire”, letteralmente “rimbalzare, balzare indietro, rifuggire da”, “RESILIENZA” sarà la nostra capacità di affrontare le avversità del nuovo anno, senza perdere la speranza e la tenacia a combattere e costruire un futuro degno del nostro impegno su qualsiasi fronte. Insistere e resistere nella realizzazione dei nostri obiettivi con animo propositivo e atteggiamento fattivo.

Detto questo, è chiaro che non esistono modi infallibili e universalmente validi per affrontare il nuovo anno ed è stupendo, piuttosto, che ognuno trovi i propri, tutti personalissimi. Anzi, sarebbe divertente se ciascuno trovasse il tempo di stilare la propria ricetta dei buoni propositi, ci sarebbero di sicuro consigli e bei pensieri a cui io o un altro non avevamo pensato!

anno-nuovo-vita-nuova Ad ogni modo, intanto vi presento la mia di ricetta, per i “Miglioramenti nel 2014” :

non evadere le tasse e pretendi sempre che ti venga fatto lo scontrino o avrai collaborato a rubare allo Stato (lo so, la tentazione di prendersela con lo Stato c’è, ma LO STATO siamo tu, io, loro e poi sarà lui a prendersela con te);

paga l’abbonamento per l’autobus o fa’ il biglietto, anche se non te lo controllerà nessuno (chissà magari prima o poi si potrà arrivare a costi più bassi, se pagano tutti e nessuno fa il furbo);

-se proprio devi tagliare le spese, smetti di fumare (se proprio vuoi fare il furbo presso lo Stato, smetti di comprare sigarette, è un business incredibile e non sai quanto ti stai facendo male!), piuttosto prendi per mano la ragazza che ti piace e andate al cinema o al teatro o alla locanda con la musica dal vivo… Sarai più profumato, un po’ più ricco e lei te ne sarà grata;

-lascia perdere l’ultimo modello di cellulare da marziano se è solo uno sfizio, chiediti se ti serve davvero, se la risposta è no, prova a comprare qualcosa che ti renda felice; ma se neppure questo funziona, allora FA’ qualcosa che ti soddisfi davvero; balla, canta, leggi un libro, ti terrà compagnia…

non tenerti tutto dentro, se stai per esplodere, chiedi aiuto… qualcosa arriva sempre e non è detto che sia un male; parla, parla, parla, è vero che non sempre significa essere capito, ma alla fine troverai qualcuno che saprà ascoltarti davvero;

fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, ma se dai fiducia a qualcuno sin dal principio e quel qualcuno la tradisce, sarà lui ad aver perso, non tu; lo stesso vale per le persone che avrai sopravvalutato senza che lo meritassero, avranno tradito se stessi;

prova a vedere sempre il buono nelle persone, non significa che tu non veda il marcio, ma che credi sempre nell’eterna tensione dell’uomo al miglioramento e al perfezionamento; nessuno si compiace di essere una cattiva persona, a meno che non voglia dire una bugia;

arrabbiatevi di più, ma non con violenza, siate comprensivi fino ad un certo limite e solo se non significa calpestare la vostra essenza o la vostra dignità di essere pensante, va bene l’apertura al dialogo e all’ascolto, ma se credi in qualcosa non devi per forza farti convincere del contrario;

abbraccia di più. L’abbraccio è l’unico gesto che sprigiona solo cose buone;

-impara a trascorrere del tempo con te stesso, vivere bene in solitudine è il primo passo per stare bene in compagnia;

riempi una valigia e parti, se ne hai il tempo e i soldi, viaggia ed emozionati;

ah, e non ultimo… compra un vocabolario aggiornato!!!!

Tantissimi auguri di un buon 2014!!!

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La mia lotta contro i miei mulini a vento

Un muro lungo una curva. Non lo si nota andando in un senso, ma neppure andando in quello opposto, se non si è buoni osservatori… Per di più è parzialmente coperto da erbacce e arbusti a mezzo fusto che crescono subito oltre il guard rail e la strada dalla quale puoi vederlo per bene è impraticabile a piedi. Si tratta di una rampa sopraelevata che congiunge due importanti incroci: uno porta verso via Marsala o via Villa Rosina, l’altro verso il centro della città oppure verso il meraviglioso mondo delle saline.

Il punto in cui hanno realizzato quel murales è tutt’altro che casuale, a ben pensarci. “Sulo cu nasce mezzu ‘u sale canusce l’amaro”, tradotto in italiano: solo chi nasce in mezzo al sale può conoscere l’amaro.

Si dà il caso che sia proprio una delle primissime cose che rivedo appena arrivo a Trapani, dopo mesi di assenza.  Trapani, splendida città del sole, del sale e della vela… Ha una magia inspiegabile, una storia antichissima intrecciata da dei, semidei e uomini, è stata teatro di antiche battaglie e l’ultimo approdo di personaggi dell’epica antica, vanta nobilissime discendenze e ha dato i natali a uomini illustri. La bellezza dei suoi paesaggi è tale e tanto paradossale che se ci nasci non puoi vederla davvero. Devi crescere e maturare, magari andare fuori e assumere un altro punto di vista, o mettere un paio di occhiali (magari da sole) e renderti conto che hai perduto, no meglio smarrito (così magari posso sperare di ritrovarlo un giorno) un paradiso. Oppure devono venire altri, da fuori, stranieri di paesi lontani che il mare non l’hanno mai visto e decidono di comprarne un pezzo del nostro, per quanto gli piace! Bene che vada, ci investono senza aspettarsi in cambio nient’altro che riconoscenza e qualche ringraziamento durante i discorsi ufficiali.

Sulla strada verso casa, passi davanti a quel muro e realizzi che dentro qualcosa sussulta, un fremito ti percorre e una voce dall’intimo risale come se volesse gridare, ma resta soffocata. Ecco, appunto: l’amaro. Come spiegarlo e da dove iniziare per dare una forma precisa, quella giusta e rispettosa, a quel po’ di rabbia che covi dentro? E’ quasi la vigilia di Natale e, come qualsiasi fuorisede, sei appena ritornata nella tua città per passare le feste con la famiglia. Partita dall’ Urbe caput mundi, un po’ indolenzita e frastornata per quel poco di sonno che sei riuscita a ritagliarti nei pochi centimetri di due sedili liberatisi a metà percorso, vieni sbalzata nel familiare tripudio di colori. La banchina del porto si stende lì di fronte, il mare è uno specchio di luci, c’è un sole che abbaglia e ferisce gli occhi. Devono esserci almeno 16 gradi, perché mai avrò indossato il cappotto prima di scendere dall’autobus? La lana del bavero mi pizzica il collo e il calore sembra quasi far defluire il sangue alle sole estremità del mio corpo, ho le gambe mezze addormentate, le ginocchia che cedono e sento le mie articolazioni come quelle di un vecchio ottantenne artritico.  Abbastanza normale dopo un viaggio terrestre durato ore, perché la lentezza, quella che attribuiscono alla Sicilia e ai siciliani, è anche tua e te la porti dietro dovunque tu vada. Non importa che tu abbia sperimentato la pace serafica della tranquillità senese, l’efficienza stacanovista dei torinesi o la bonaria eccentricità dell’anarchico traffico della Capitale. La lentezza non ti abbandonerà mai perché non è tanto uno stile di vita, ma dell’animo.

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Così io, ad esempio, sono tra quelli che preferiscono quattordici ore di viaggio, subendo perfino il cambio a Palermo perché i poveri sfigati che arrivano fino all’estrema punta di Drepanum possono stiparsi in un pulmino da venti posti, in barba a qualsiasi norma di sicurezza e di rispetto per la dignità umana. Se pure provassi a capire e a chiedere perché esiste questo cambio, non troveresti risposta, perché nessuno lo sa, e se tentassi di chiamare al numero che l’agenzia stessa ti ha fornito per il reclamo, nessuno ti risponderebbe. Amaro? Rabbia? Iniziano già da qui. E non sei ancora arrivata a destinazione! Non hai ancora poggiato piede nella tua città che già arrivarci, in qualsiasi modo, ti causa non solo stress (quello è nel pacchetto di viaggio, ovvio, e lo accetti soprattutto se la meta ne vale la pena), ma anche pura rabbia.

E’ a questa che voglio dare voce adesso. Una rabbia condivisa, credo, da chi questa città l’ha abbandonata, come me, senza sapere se un giorno ci ritornerà.

Come si fa ad abbandonare un paradiso del genere? Si chiederanno i tanti forestieri che sono stati in visita turistica qui. Effettivamente quando arrivi a Trapani te ne innamori e trascorrere le vacanze estive tra Erice, San Vito Lo Capo, Scopello, Favignana, Levanzo e Marettino è divertente, rilassante, entusiasmante e ancora abbastanza economico . Vivere Trapani da turisti può offrirti qualsiasi tipo di godimento e una discreta gamma di intrattenimenti. Ma passata l’estate, smontati gli stabilimenti balneari, le spiagge tornano ad essere romantico rifugio per chi volesse andare a pensare in solitudine in riva al mare a cinque minuti da casa. Vivere da trapanese, e da trapanese giovane bisognoso di esperienze, attrattive, e soprattutto lavoro per raggiungere la tanto agognata indipendenza, oltre che lo status di uomo/donna con una propria identità presso lo stato e la società, è un altro film. Questo paradiso si trasforma in un Eden: tutto bellissimo ma se ti cibi di un frutto, commetti peccato e lavarne via la colpa può occuparti tutta la vita. E’ una terra stupenda che genera passioni viscerali e un amore tale da trasformarsi talvolta in odio verso quelli che non vedono la bellezza. E a non vederla non sono i fuorisede, né quelli temporanei né quelli ormai stanziati definitivamente altrove, ma quelli che, tra coloro che restano, non vogliono potenziarne l’altissimo valore intrinseco. Vorrei spendere qualche parola a favore di tutti quei ragazzi, come me, che vengono tacciati di egoismo per il solo fatto di essere andati altrove alla ricerca di stimoli e possibilità.

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Riconosco già la mia battaglia persa in partenza, e non ho problemi a definirla una lotta contro i mulini a vento, ma sono i miei mulini, quelli del favoloso mondo delle saline di cui vi parlavo sopra…

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Quei mulini che si vedono sfilare lungo la spettacolare via del sale, tra una striscia di terra e uno specchio d’acqua, che i turisti fotografano tra le tante attrattive della riserva. E’ uno scenario quasi fiabesco, romantico, di vita verace, di passioni e forti sensazioni, fotografarlo ne concede il ricordo, ma viverlo è portarlo sempre attaccato al cuore!

Perciò a quanti si sono almeno una volta permessi di pensare e parlare male dei fuorisede, vorrei chiedere di passare da quella rampa di tanto in tanto e fissare gli occhi su quel muro per dare senso a quello che c’è scritto sopra: “Sulo cu nasce mezzu u sale canusce l’amaro”. Credo che, ciascuno dei fuorisede, a suo modo, abbia dato il proprio senso a quelle parole. Parole forti, importanti, che trovano posto tra il favoloso mondo delle saline e il reale mondo della mafia, della corruzione, della chiusura e del sonno della ragione che spesso penalizza questa città.

Sì, perché dietro a quel muro c’è il mondo reale della “Calcestruzzi Ericina”  che, dopo essere stata confiscata alla mafia più di dieci anni fa, ha preso il nome di “Calcestruzzi Ericina LIBERA” ed è solo la punta dell’iceberg, l’emblema del marchio nero che ci affligge, ma è anche la certezza che a volte le battaglie si possono vincere.

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Bisogna avere un paio di occhiali per vederle certe cose e, a volte, bisogna andare lontano per vederci meglio che da vicino, quante volte lo abbiamo sentito dire?

Fuorisede…Ci devi stare per trovare infine il posto giusto, quello che hai sognato e in cui meriti di vivere, dopo tutta la ricerca, la fatica, i sacrifici tuoi o di altri che li fanno insieme a te. Dopo i dispiaceri che con o contro la tua volontà hai inflitto, le lacerazioni all’anima per le scelte che la vita ti ha chiesto di fare, le voci ispiratrici che non hai potuto far tacere, ma hai dovuto assecondare per trovare un po’ di pace, dopo gli affetti che hai dovuto allontanare per cause che non era il momento di vincere o per battaglie che non valeva la pena di combattere…ci sarà una sede giusta per ciascuno di noi e ci sarà perché ce la saremo guadagnata desiderandola consapevolmente e non perché ce l’hanno imposta mettendoci dei paraocchi.

Chissà, dopo tutto, a volte, alcuni ritornano, altri no, ma non per questo non riconoscono la bellezza di questa terra.

E, senza nulla togliere agli altri, solo chi nasce in mezzo al sale conosce l’amaro.

Io che non sono una “hipster”, ma odio la tecnologia a tutti i costi. Vi spiego perché…

Cosa c’è sotto il vostro albero di natale oggi?

A dire la verità, il mio è praticamente vuoto, la crisi non è di certo passata ed è palpabile il senso di lieve angoscia per l’anno che verrà, con tutte le stangate su tares e compagnia bella. Tuttavia non vuole essere un pensiero pessimista questo, non qui e non il giorno di Natale (si sa, talvolta so eccedere nel buonismo).

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Questo post scaturisce piuttosto da una esclamazione di mio padre col quale ieri mi trovavo in libreria a scegliere un paio di regali. Ammetto di aver perso (ma più che “perso” preferirei dire “occupato”) un bel po’ di tempo a scivolare, tipo scanner, lungo le pareti attrezzate del reparto narrativa, alla ricerca del libro giusto per i miei destinatari. Sono trasalita quando perfino mio padre, uomo di profonda sensibilità, cultore dei buoni libri e dell’ottima musica, mi ha detto: “perché non ci pensavi prima e li ordinavi su internet? Ti sarebbero arrivati direttamente all’indirizzo di casa, non avresti perso tempo e avresti anche risparmiato forse, ma avresti dovuto pensarci prima”.

Ora, premetto che mi ha fatto un po’ sorridere sentire un discorso del genere uscire dalle sue labbra, per la serie “l’allievo supera il maestro” e “questo mostro l’ho creato io” quando per la prima volta gli ho spiegato cosa fosse IBS. Allora mi sono indispettita, come faccio spesso, e ho inveito contro questa odiosa crisi che ci ha reso tutti più avari (non parsimoniosi).  Anche i più recalcitranti verso la logica del risparmio, quelli che non scialacquano del tutto, ma sanno essere prodighi quando serve, sono diventati compratori malinconici. Ormai per ogni prodotto che acquisti ci sono, purtroppo e anche giustamente, da considerare: operazioni aritmetiche, rapporti qualità-prezzo e domande tipo “mi serve davvero o posso aspettare gli sconti?”…  Ma in questo caso, per una volta almeno, a Natale per giunta, mi sono voluta concedere una deroga al consueto stile di vita da brava economa, non per mio vantaggio poi, ma per quello dei miei cari!

Mi sono infervorata anche per un altro motivo, per nulla secondario: la tecnologia a tutti i costi.

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Forse qualcuno potrà pensare che io viva fuori dal mondo reale: mi faccio domande, sogno ad occhi aperti, sopravvivo ancora con un normalissimo pc portatile, so fare alcuni calcoli a mente, faccio foto con una normalissima Sony, ascolto la musica con un mp3 da 1giga, parlo e mando messaggi da un cellulare a conchiglia che per miracolo è a colori, controllo ancora il percorso su google maps o su atac.it prima di partire da casa e mi diverte andare a naso quando devo orientarmi per strade nuove o chiedere alla gente, incrociata per caso, “dov’è che mi sono persa?”.

Non accetto le etichette, ma se ce ne fosse una forse sarebbe simile a “hipster”? Può essere…

Sarei voluta nascere negli anni ’60 e vivere pienamente i ’70-’80, invece negli anni ’80 ci sono nata e sono cresciuta nella terra di nessuno degli anni ’90, esattamente nel mezzo tra nostalgia e futurismo.  Effettivamente mi emoziono per un registratore VHS e sarei capace di farmi uscire le lacrime alla vista di una vecchia cassetta col nastro distrutto per tutte le volte in cui ci ho registrato sopra, amo il vintage e adoro passeggiare per il rione Monti.

Proprio perché sto a metà, da un lato posso (nel senso di “avere il potere”) usare alcuni programmi informatici senza troppe difficoltà, dall’altro però non vado in crisi se sono una dei rarissimi esemplari di femmina giovane a non possedere un cellulare touch multifunzionale. Sono certa che lo avrò prima o poi, ma se non è strettamente necessario per motivi di lavoro (come invece capita ad alcuni) non vedo perché dovrei investire più di 100 euro per un oggetto per me di secondaria importanza.

Lo stesso vale per IBS. L’ho usato in passato e continuo a farlo quando e se ho bisogno di richiedere un prodotto (sia esso un libro, un dvd o un cd) in tempi brevi e a distanze che in quel momento non posso percorrere personalmente. Utilissimo, economico e veloce in questi casi. Ma ricorrere sempre e solo all’acquisto online, mi toglierebbe il piacere di scegliere non “aprendo il link in un’altra scheda”, ma sfogliando pagine vere… Se ci pensate, sempre di pagine si tratta, ma totalmente diverse tra loro, come diverse sono le sensazioni che sprigionano!

Mi terrorizza la predisposizione di certuni ad accogliere senza la minima reazione tutte le nuove scoperte tecnologiche, rincorrendo le uscite degli ultimi modelli, anche a costo di privarsi dei bisogni primari per l’uomo, per poi non parlare di quelli secondari perché, certo, “c’è la crisi e al teatro e al cinema chi ci va più?”.  Leggere sempre e solo su ipad e tablet,non solo rischia di far scomparire prima o poi il libro cartaceo, ma ci fa lentamente dimenticare l’odore che ti investe all’ingresso di una libreria. Vogliamo poi parlare del piacere scopico procurato da pile di libri accatastati in una microbottega dell’usato un po’ barocca? In cui il libraio deve come minimo essere affetto da sindrome dell’horror vacui o, più semplicemente, avere adottato un eccellente criterio di collocazione che solo lui conosce. Quello è un piacere che va provato almeno una volta nella vita, non basta che te lo descrivano! Ecco, mi chiedo, i figli di quest’epoca “touchizzata” (passatemi il neologismo) o i miei figli, se ne avrò un giorno, proveranno mai questo piacere?

Lo stesso valga per opere al teatro, mostre ai musei, film al cinema o musica ai concerti.

Scagli la prima pietra chi non ha mai scaricato canzoni da youtube o film usciti da poco al cinema, lo si è fatto un po’ tutti… Non che per questo sia lecito, ma credo che l’importante sia continuare comunque ad investire sull’arte in tutti i modi (ad esempio in casa mia gli scaffali traboccano di libri, cd di musica e dvd) e non fermarsi alla visione solo sul pc o alla pay tv on demand, né all’ascolto con cuffie in solitudine!!!   Spendiamoli i pochi soldi che restano e non per attrezzi cadùchi. Se proprio dobbiamo scegliere, scegliamo i concerti e i balletti dal vivo, il teatro, le mostre ai musei e il cinema!

Potrebbe bastare anche il multisala di un centro commerciale, capisco che non è per tutti il romanticismo di un film d’autore in seconda serata in un vecchio cinema, dalle poltrone un po’ scomode, che conta sì e no una decina di spettatori. Vita dura per il cinema o il teatro di nicchia! Non dà da mangiare, è vero, ma la recitazione, soprattutto quella teatrale, è viva, e altrettanto viva perciò deve essere la fruizione da parte del pubblico. Non si può essere spettatori passivi e subire i capricci di un monitor, neppure se è al plasma ultima generazione.

Sono fuori dal mondo? Forse. Ma se questo mondo mi obbliga a seguire la tecnologia a tutti i costi, allora mi devo chiedere quanto sono disposta a spendere, non in termini di denaro, ma soprattutto di emozioni.

Se troppa tecnologia uccide i desideri, i sogni, le belle sensazioni, beh…allora io non sono disposta a perdere così tanto, preferisco piuttosto ritrovarmi un po’ più indigente. Perché la maggior parte (per fortuna non tutti) delle persone preferisce, invece, privarsi dei risparmi per acquisti tecnologici o studiare tutti gli stratagemmi per rateizzare i pagamenti pur di essere al passo coi tempi? Perché non ci si fa gli stessi calcoli per abbonamenti al teatro, carnet e sconti per qualsiasi categoria? Non si prendano scuse, ormai con 10 euro si possono fare e vedere tante cose, basta organizzarsi e informarsi!

Eppure sono sicura che sotto al vostro albero pochissimi sono stati i libri, gli abbonamenti al teatro o i buoni sconto per i biglietti. Di questo passo potremo chiudere i corsi di studi umanistici, sprangare tutti i portoni delle facoltà di lettere e filosofia, a che serve imparare e insegnare a pensare, se ci stanno trasformando in automi da 0 e 1? Male che vada, ci riformatteranno, d’altronde perfino Cartesio parlava di tabula rasa…

Giorni fa, invece, un amico ha tirato fuori un bell’aggettivo: “decadente” e mi è piaciuto tanto.

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Il Decadentismo, per quanto possano valere le definizioni convenzionali, aveva capito che il positivismo e il progresso ad oltranza avrebbero portato ad una implosione prima o poi. E’ quello che credo stia ricapitando adesso, nella nostra epoca, il progresso a tutti i costi presenterà il suo conto, prima o poi. Perciò, sì, non mi sento del tutto parte di questa generazione: so battere al computer, ma scrivo tanto anche a penna, uso molto internet, ma so godere ancora di tutto quello che si faceva prima senza wi-fi.

Altrimenti, perché mai avrei scelto di studiare lettere classiche, di certo non perché io reputi il latino e il greco lingue morte, anzi, non c’è niente di più prezioso delle lingue antiche per capire l’italiano. Certo, vanno sicuramente insegnate in modo da svecchiarle e renderne interessante la grammatica, devono avvalersi anche di supporti informatici (lo si sta già facendo in realtà) e hanno bisogno di essere rilanciate presso i giovani che scelgono ormai sempre meno gli istituti classici, ma vi assicuro che a scuola io le versioni le ho sempre fatte da sola e non esistevano “latinovivo” o “studenti.it” da consultare via iphone durante i compiti in classe!

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Decadentismo, dicevamo, secondo me ce ne vuole un po’ da parte nostra, almeno per contrastare quella della tecnologia a tutti i costi o troveremo vuoti anche i cuori, oltre alle tasche.

BUON NATALE

Buon Natale a chi non ha mai avuto nulla e s’è costruito tutto da sé, a chi quel tutto gliel’hanno costruito e se lo tiene bello stretto, ma anche a chi sembra avere tanto e invece non gli resta niente.
Buon Natale a chi stasera brinda con una famiglia vera o finta, con la famiglia altrui o con la propria, buon Natale a chi stasera è felice, ma soprattutto a chi è triste.
Buon Natale a chi accetta senza farsi domande e a chi non si lascia in pace mai, pur di trovare risposte.
Buon Natale a chi stanotte prega, a chi mangia, ma soprattutto a chi pensa, e pensa: “uomo, misura di tutte le cose”.
Buon Natale a quelli che si sentono a casa e a quelli che ne sono ancora alla ricerca, perché “casa” deve essere anche rifugio.
Infine, buon Natale anche a chi non si riconosce in nessuna delle descrizioni sopra.
AUGURI DI UN SERENO NATALE

 

Alla ricerca della felicità (o della libertà)

Se state pensando al film di Muccino, sì bene, può entrarci, ma non mi sto riferendo a quello esattamente. Se pensate a guide varie sull’arte di… essere felici, nel caso in questione, devo avvertirvi che c’è stato anticamente un pensatore (chiamiamolo così per il momento) che, prima di tanti altri, aveva dettato le sue regole sul vivere bene, raccolte poi in un “Manuale”, una sorta di vademecum per un giovane uomo che tra un ostacolo e l’altro della vita avesse titubato su quale sia la decisione più giusta da prendere in certe situazioni.

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Il nostro pensatore si chiama Epitteto, vissuto a cavallo tra I e II secolo d. C., è nato in Frigia (odierna Turchia) probabilmente da una schiava. Giunto a Roma, è stato a sua volta schiavo al servizio di un famoso liberto di Nerone, Epafrodito (il cui nome è presente in tanti resti epigrafici, ma con un po’ di attenzione alle omonimie di epoche diverse).

Bisognerebbe forse, a questo punto, aprire una piccola parentesi per capire come funzionasse la società a quel tempo, come la cultura fosse tanto democratica da considerare filosofo un uomo di bassissima estrazione, come la scalata sociale fosse per certi versi più agevole e perché molto spesso insegnanti e istitutori (che erano sempre poeti, filosofi, scienziati o astrologi) presso famiglie di medio e alto rango fossero soggetti privi di identità giuridica, ridotti alla stregua di oggetti, res, da scambiare, vendere e comprare. Bene che andasse, qualcuno veniva affrancato, cioè liberato, e prendeva lo status di liberto, un piccolo marchio indelebile, a ricordare che un tempo era stato pur sempre uno schiavo! Un liberto non avrebbe mai occupato le più alte cariche dello stato, ma se fosse stato bravo a gestire i suoi soldi, avrebbe potuto arricchirsi, e molto anche, talvolta più di un uomo politico.

Tornando a Epitteto, nato e cresciuto potremmo dire in questo stato di schiavitù, mostrava, come altri pensatori, una libertà spirituale e intellettuale che non poteva essere incatenata. Fu così che, ormai liberto, per volere dell’imperatore fu bandito da Roma insieme ad altri filosofi e si trasferì in Epiro dove aprì persino una scuola. Le lezioni filosofiche tenute da Epitteto furono in un secondo momento messe per iscritto da un suo allievo, Arriano (autore poligrafo di lingua greca), il quale ne fece una guida alla felicità, tutta intrisa di principi cari alla corrente filosofica dello stoicismo di età romana. Anche qui sarebbe necessaria una digressione…

Possiamo dire tout court che l’etica stoica ricerca la felicità nella libertà dalle passioni: attraverso il logos, la ragione, il saggio può difendersi dalle rappresentazioni delle passioni e raggiungere lo stato di imperturbabilità, di apátheia (in greco απάθεια), in cui niente e nessuno dall’esterno potrà incrinare quell’equilibrio. Dunque per il vero filosofo stoico che ha raggiunto l’atarassia, la pace dell’anima, vivere bene significa vivere secondo natura, secondo quel logos razionale che governa l’universo.

L’etica epittetea in particolare poi predica una continua autocritica: bisogna agire solo in base a ciò che è in nostro potere, guardare e giudicare solo ciò che dipende da noi stessi e abbandonare tutto quanto deriva dall’esterno e dalle persone che ci stanno intorno. Vantaggio e danno, bene e male derivano sempre e solo da noi stessi e mai dagli altri. Sacrosanta verità, questa…

Un po’ più in dubbio siamo riguardo ai fruitori dell’opera: essa è destinata ai forti o ai deboli?

Leopardi, il quale curò un volgarizzamento del testo epitteteo, sosteneva, a dispetto dei suoi contemporanei, che fosse per i “temperati e forniti di mediocre fortezza”. Scrive Leopardi: <<a me pare che il principio e la ragione di tale filosofia, e particolarmente quella di Epitteto, non istieno già, come si dice, nella considerazione della forza, ma sì bene della debolezza dell’uomo>>.

Se pure i destinatari fossero i deboli, come vuole Leopardi, è bello pensare che dopo aver fatto propri i dettami di Epitteto, anche gli inermi, nel senso letterale della parola, cioè “senza armi”, possano trovarne una simbolica proprio in questa guida e diventare forti grazie ad essa. Non a caso, “encheiridion” in greco non vuol dire solo “manuale”, ma indica anche il “pugnale” militare… Solo strana coincidenza?! Gli antichi non erano di certo tanto sprovveduti.

Dunque questa guida rappresenta un manuale di immediato soccorso, di facile e veloce consultazione per il marinaio che non sa dove andare, per dirla con Seneca. Confesso di averlo tenuto sullo scaffale con gli altri libri in lista di attesa e di averlo recuperato solo un paio di giorni fa. La lettura (in una discreta traduzione italiana) risulta agile, vista la divisione in paragrafetti, la sintassi è semplice e lo stile quasi gnomico, perciò si può spulciare anche a più intervalli o leggere sull’autobus senza perdere il filo del ragionamento.

Lo consiglio vivamente a chi fosse alla ricerca di risposte, ai giovani in crisi tra abbandono dell’adolescenza e ingresso nell’età adulta che si sentono un po’ sperduti in questa Italia dantesca che è ancora una “nave senza nocchiero in gran tempesta”!