Alla ricerca della felicità (o della libertà)

Se state pensando al film di Muccino, sì bene, può entrarci, ma non mi sto riferendo a quello esattamente. Se pensate a guide varie sull’arte di… essere felici, nel caso in questione, devo avvertirvi che c’è stato anticamente un pensatore (chiamiamolo così per il momento) che, prima di tanti altri, aveva dettato le sue regole sul vivere bene, raccolte poi in un “Manuale”, una sorta di vademecum per un giovane uomo che tra un ostacolo e l’altro della vita avesse titubato su quale sia la decisione più giusta da prendere in certe situazioni.

Epictetus2

Il nostro pensatore si chiama Epitteto, vissuto a cavallo tra I e II secolo d. C., è nato in Frigia (odierna Turchia) probabilmente da una schiava. Giunto a Roma, è stato a sua volta schiavo al servizio di un famoso liberto di Nerone, Epafrodito (il cui nome è presente in tanti resti epigrafici, ma con un po’ di attenzione alle omonimie di epoche diverse).

Bisognerebbe forse, a questo punto, aprire una piccola parentesi per capire come funzionasse la società a quel tempo, come la cultura fosse tanto democratica da considerare filosofo un uomo di bassissima estrazione, come la scalata sociale fosse per certi versi più agevole e perché molto spesso insegnanti e istitutori (che erano sempre poeti, filosofi, scienziati o astrologi) presso famiglie di medio e alto rango fossero soggetti privi di identità giuridica, ridotti alla stregua di oggetti, res, da scambiare, vendere e comprare. Bene che andasse, qualcuno veniva affrancato, cioè liberato, e prendeva lo status di liberto, un piccolo marchio indelebile, a ricordare che un tempo era stato pur sempre uno schiavo! Un liberto non avrebbe mai occupato le più alte cariche dello stato, ma se fosse stato bravo a gestire i suoi soldi, avrebbe potuto arricchirsi, e molto anche, talvolta più di un uomo politico.

Tornando a Epitteto, nato e cresciuto potremmo dire in questo stato di schiavitù, mostrava, come altri pensatori, una libertà spirituale e intellettuale che non poteva essere incatenata. Fu così che, ormai liberto, per volere dell’imperatore fu bandito da Roma insieme ad altri filosofi e si trasferì in Epiro dove aprì persino una scuola. Le lezioni filosofiche tenute da Epitteto furono in un secondo momento messe per iscritto da un suo allievo, Arriano (autore poligrafo di lingua greca), il quale ne fece una guida alla felicità, tutta intrisa di principi cari alla corrente filosofica dello stoicismo di età romana. Anche qui sarebbe necessaria una digressione…

Possiamo dire tout court che l’etica stoica ricerca la felicità nella libertà dalle passioni: attraverso il logos, la ragione, il saggio può difendersi dalle rappresentazioni delle passioni e raggiungere lo stato di imperturbabilità, di apátheia (in greco απάθεια), in cui niente e nessuno dall’esterno potrà incrinare quell’equilibrio. Dunque per il vero filosofo stoico che ha raggiunto l’atarassia, la pace dell’anima, vivere bene significa vivere secondo natura, secondo quel logos razionale che governa l’universo.

L’etica epittetea in particolare poi predica una continua autocritica: bisogna agire solo in base a ciò che è in nostro potere, guardare e giudicare solo ciò che dipende da noi stessi e abbandonare tutto quanto deriva dall’esterno e dalle persone che ci stanno intorno. Vantaggio e danno, bene e male derivano sempre e solo da noi stessi e mai dagli altri. Sacrosanta verità, questa…

Un po’ più in dubbio siamo riguardo ai fruitori dell’opera: essa è destinata ai forti o ai deboli?

Leopardi, il quale curò un volgarizzamento del testo epitteteo, sosteneva, a dispetto dei suoi contemporanei, che fosse per i “temperati e forniti di mediocre fortezza”. Scrive Leopardi: <<a me pare che il principio e la ragione di tale filosofia, e particolarmente quella di Epitteto, non istieno già, come si dice, nella considerazione della forza, ma sì bene della debolezza dell’uomo>>.

Se pure i destinatari fossero i deboli, come vuole Leopardi, è bello pensare che dopo aver fatto propri i dettami di Epitteto, anche gli inermi, nel senso letterale della parola, cioè “senza armi”, possano trovarne una simbolica proprio in questa guida e diventare forti grazie ad essa. Non a caso, “encheiridion” in greco non vuol dire solo “manuale”, ma indica anche il “pugnale” militare… Solo strana coincidenza?! Gli antichi non erano di certo tanto sprovveduti.

Dunque questa guida rappresenta un manuale di immediato soccorso, di facile e veloce consultazione per il marinaio che non sa dove andare, per dirla con Seneca. Confesso di averlo tenuto sullo scaffale con gli altri libri in lista di attesa e di averlo recuperato solo un paio di giorni fa. La lettura (in una discreta traduzione italiana) risulta agile, vista la divisione in paragrafetti, la sintassi è semplice e lo stile quasi gnomico, perciò si può spulciare anche a più intervalli o leggere sull’autobus senza perdere il filo del ragionamento.

Lo consiglio vivamente a chi fosse alla ricerca di risposte, ai giovani in crisi tra abbandono dell’adolescenza e ingresso nell’età adulta che si sentono un po’ sperduti in questa Italia dantesca che è ancora una “nave senza nocchiero in gran tempesta”!

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