La mia lotta contro i miei mulini a vento

Un muro lungo una curva. Non lo si nota andando in un senso, ma neppure andando in quello opposto, se non si è buoni osservatori… Per di più è parzialmente coperto da erbacce e arbusti a mezzo fusto che crescono subito oltre il guard rail e la strada dalla quale puoi vederlo per bene è impraticabile a piedi. Si tratta di una rampa sopraelevata che congiunge due importanti incroci: uno porta verso via Marsala o via Villa Rosina, l’altro verso il centro della città oppure verso il meraviglioso mondo delle saline.

Il punto in cui hanno realizzato quel murales è tutt’altro che casuale, a ben pensarci. “Sulo cu nasce mezzu ‘u sale canusce l’amaro”, tradotto in italiano: solo chi nasce in mezzo al sale può conoscere l’amaro.

Si dà il caso che sia proprio una delle primissime cose che rivedo appena arrivo a Trapani, dopo mesi di assenza.  Trapani, splendida città del sole, del sale e della vela… Ha una magia inspiegabile, una storia antichissima intrecciata da dei, semidei e uomini, è stata teatro di antiche battaglie e l’ultimo approdo di personaggi dell’epica antica, vanta nobilissime discendenze e ha dato i natali a uomini illustri. La bellezza dei suoi paesaggi è tale e tanto paradossale che se ci nasci non puoi vederla davvero. Devi crescere e maturare, magari andare fuori e assumere un altro punto di vista, o mettere un paio di occhiali (magari da sole) e renderti conto che hai perduto, no meglio smarrito (così magari posso sperare di ritrovarlo un giorno) un paradiso. Oppure devono venire altri, da fuori, stranieri di paesi lontani che il mare non l’hanno mai visto e decidono di comprarne un pezzo del nostro, per quanto gli piace! Bene che vada, ci investono senza aspettarsi in cambio nient’altro che riconoscenza e qualche ringraziamento durante i discorsi ufficiali.

Sulla strada verso casa, passi davanti a quel muro e realizzi che dentro qualcosa sussulta, un fremito ti percorre e una voce dall’intimo risale come se volesse gridare, ma resta soffocata. Ecco, appunto: l’amaro. Come spiegarlo e da dove iniziare per dare una forma precisa, quella giusta e rispettosa, a quel po’ di rabbia che covi dentro? E’ quasi la vigilia di Natale e, come qualsiasi fuorisede, sei appena ritornata nella tua città per passare le feste con la famiglia. Partita dall’ Urbe caput mundi, un po’ indolenzita e frastornata per quel poco di sonno che sei riuscita a ritagliarti nei pochi centimetri di due sedili liberatisi a metà percorso, vieni sbalzata nel familiare tripudio di colori. La banchina del porto si stende lì di fronte, il mare è uno specchio di luci, c’è un sole che abbaglia e ferisce gli occhi. Devono esserci almeno 16 gradi, perché mai avrò indossato il cappotto prima di scendere dall’autobus? La lana del bavero mi pizzica il collo e il calore sembra quasi far defluire il sangue alle sole estremità del mio corpo, ho le gambe mezze addormentate, le ginocchia che cedono e sento le mie articolazioni come quelle di un vecchio ottantenne artritico.  Abbastanza normale dopo un viaggio terrestre durato ore, perché la lentezza, quella che attribuiscono alla Sicilia e ai siciliani, è anche tua e te la porti dietro dovunque tu vada. Non importa che tu abbia sperimentato la pace serafica della tranquillità senese, l’efficienza stacanovista dei torinesi o la bonaria eccentricità dell’anarchico traffico della Capitale. La lentezza non ti abbandonerà mai perché non è tanto uno stile di vita, ma dell’animo.

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Così io, ad esempio, sono tra quelli che preferiscono quattordici ore di viaggio, subendo perfino il cambio a Palermo perché i poveri sfigati che arrivano fino all’estrema punta di Drepanum possono stiparsi in un pulmino da venti posti, in barba a qualsiasi norma di sicurezza e di rispetto per la dignità umana. Se pure provassi a capire e a chiedere perché esiste questo cambio, non troveresti risposta, perché nessuno lo sa, e se tentassi di chiamare al numero che l’agenzia stessa ti ha fornito per il reclamo, nessuno ti risponderebbe. Amaro? Rabbia? Iniziano già da qui. E non sei ancora arrivata a destinazione! Non hai ancora poggiato piede nella tua città che già arrivarci, in qualsiasi modo, ti causa non solo stress (quello è nel pacchetto di viaggio, ovvio, e lo accetti soprattutto se la meta ne vale la pena), ma anche pura rabbia.

E’ a questa che voglio dare voce adesso. Una rabbia condivisa, credo, da chi questa città l’ha abbandonata, come me, senza sapere se un giorno ci ritornerà.

Come si fa ad abbandonare un paradiso del genere? Si chiederanno i tanti forestieri che sono stati in visita turistica qui. Effettivamente quando arrivi a Trapani te ne innamori e trascorrere le vacanze estive tra Erice, San Vito Lo Capo, Scopello, Favignana, Levanzo e Marettino è divertente, rilassante, entusiasmante e ancora abbastanza economico . Vivere Trapani da turisti può offrirti qualsiasi tipo di godimento e una discreta gamma di intrattenimenti. Ma passata l’estate, smontati gli stabilimenti balneari, le spiagge tornano ad essere romantico rifugio per chi volesse andare a pensare in solitudine in riva al mare a cinque minuti da casa. Vivere da trapanese, e da trapanese giovane bisognoso di esperienze, attrattive, e soprattutto lavoro per raggiungere la tanto agognata indipendenza, oltre che lo status di uomo/donna con una propria identità presso lo stato e la società, è un altro film. Questo paradiso si trasforma in un Eden: tutto bellissimo ma se ti cibi di un frutto, commetti peccato e lavarne via la colpa può occuparti tutta la vita. E’ una terra stupenda che genera passioni viscerali e un amore tale da trasformarsi talvolta in odio verso quelli che non vedono la bellezza. E a non vederla non sono i fuorisede, né quelli temporanei né quelli ormai stanziati definitivamente altrove, ma quelli che, tra coloro che restano, non vogliono potenziarne l’altissimo valore intrinseco. Vorrei spendere qualche parola a favore di tutti quei ragazzi, come me, che vengono tacciati di egoismo per il solo fatto di essere andati altrove alla ricerca di stimoli e possibilità.

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Riconosco già la mia battaglia persa in partenza, e non ho problemi a definirla una lotta contro i mulini a vento, ma sono i miei mulini, quelli del favoloso mondo delle saline di cui vi parlavo sopra…

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Quei mulini che si vedono sfilare lungo la spettacolare via del sale, tra una striscia di terra e uno specchio d’acqua, che i turisti fotografano tra le tante attrattive della riserva. E’ uno scenario quasi fiabesco, romantico, di vita verace, di passioni e forti sensazioni, fotografarlo ne concede il ricordo, ma viverlo è portarlo sempre attaccato al cuore!

Perciò a quanti si sono almeno una volta permessi di pensare e parlare male dei fuorisede, vorrei chiedere di passare da quella rampa di tanto in tanto e fissare gli occhi su quel muro per dare senso a quello che c’è scritto sopra: “Sulo cu nasce mezzu u sale canusce l’amaro”. Credo che, ciascuno dei fuorisede, a suo modo, abbia dato il proprio senso a quelle parole. Parole forti, importanti, che trovano posto tra il favoloso mondo delle saline e il reale mondo della mafia, della corruzione, della chiusura e del sonno della ragione che spesso penalizza questa città.

Sì, perché dietro a quel muro c’è il mondo reale della “Calcestruzzi Ericina”  che, dopo essere stata confiscata alla mafia più di dieci anni fa, ha preso il nome di “Calcestruzzi Ericina LIBERA” ed è solo la punta dell’iceberg, l’emblema del marchio nero che ci affligge, ma è anche la certezza che a volte le battaglie si possono vincere.

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Bisogna avere un paio di occhiali per vederle certe cose e, a volte, bisogna andare lontano per vederci meglio che da vicino, quante volte lo abbiamo sentito dire?

Fuorisede…Ci devi stare per trovare infine il posto giusto, quello che hai sognato e in cui meriti di vivere, dopo tutta la ricerca, la fatica, i sacrifici tuoi o di altri che li fanno insieme a te. Dopo i dispiaceri che con o contro la tua volontà hai inflitto, le lacerazioni all’anima per le scelte che la vita ti ha chiesto di fare, le voci ispiratrici che non hai potuto far tacere, ma hai dovuto assecondare per trovare un po’ di pace, dopo gli affetti che hai dovuto allontanare per cause che non era il momento di vincere o per battaglie che non valeva la pena di combattere…ci sarà una sede giusta per ciascuno di noi e ci sarà perché ce la saremo guadagnata desiderandola consapevolmente e non perché ce l’hanno imposta mettendoci dei paraocchi.

Chissà, dopo tutto, a volte, alcuni ritornano, altri no, ma non per questo non riconoscono la bellezza di questa terra.

E, senza nulla togliere agli altri, solo chi nasce in mezzo al sale conosce l’amaro.

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