Elogio della lentezza del viaggio

La lentezza del viaggio, con i pensieri che si diluiscono lungo l’autostrada del sole percorsa al chiarore della luna. Se non lo faccio adesso che ancora il fisico regge, quando lo potrò fare più? Alla fine poi che posso farci se mi va bene anche così… Posso calcolare bene la distanza, e misurare ogni chilometro percorso mi fa pensare bene, alla casa giù in Sicilia, a come saranno i giorni che mi aspettano e che, come sempre, alla fine di quei giorni sarò soddisfatta ma satura e perciò contenta di ritornare a Roma.

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L’unica condicio sine qua non della mia traversata è il posto lato finestrino. Quello lo scelgo al momento della prenotazione e guai a chi me lo toglie. E’ guardando i chilometri di asfalto che sciorino il flusso dei pensieri a me stessa riflessa sul vetro.  Un paio di cuffiette, il mio mp3 da un giga, la musica scelta e caricata poco prima di partire, una mantella di calda lana in cui rannicchiarmi e la notte passa senza che me ne accorga. Mentre la mente è attraversata dai resoconti della mia voce interiore.

Grazie ai momenti introspettivi che mi regala da sempre l’autostrada, negli ultimi tempi, ho finito per fare Roma-Trapani più in autobus che in aereo e, sinceramente, un po’ me ne compiaccio. Ad esempio, preferisco pagare (neppure poco) per quattordici ore in pullman che comprare a buon prezzo la sprezzante acidità di certe compagnie aeree low cost.  Dopo una collezione di epiche avventure, qualcuno continuerà a viaggiarci, io no, se posso, li evito come la peste. Mi sono bastati un paio di pianti isterici al momento dell’imbarco per un documento non accettato o una valigia non conforme per dimensioni, peso e qualsiasi nuova restrizione si fossero inventati quel giorno, quattro crisi di panico per “crociere” da aviazione militare, e la definitiva consapevolezza della mia paura di volare. Anche grazie a loro, l’ho anticipata di almeno una quindicina di anni.

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Adesso ne ho abbastanza di sigarette elettroniche sponsorizzate dall’equipaggio di bordo, gratta e vinci sbattuti sotto al naso mentre provi a chiudere un occhio e sconti sui prodotti duty- free urlati ai microfoni! Che poi chissà perché, tengono quei microfoni troppo vicino alla bocca, e la loro voce pseudo registrata ferisce orecchie già martoriate e ovattate per gli sbalzi di pressione.

Così mi accontento del pullman, anche se il mio sogno sarebbe disporre di una macchina perché adoro i viaggi on the road e ci sono abituata da quando ero quasi in fasce… Che ricordi! Una vecchia Renault grigia che, giunta alla fine dei suoi giorni, non so quanti chilometri avrà macinato… Stipavamo tutte le valigie in quel bagagliaio, che a ripensarci non doveva essere troppo spazioso, e pesando troppo sulle ruote posteriori, squilibravano l’assetto della macchina, cosa che creava un po’ d’ansia a papà. Così ad ogni fermata in autogrill lui si preoccupava di controllare la pressione delle gomme con esilaranti tic e paranoie stile Carlo Verdone!

Ricordi a parte, per il momento ne ho abbastanza delle  istruzioni in caso di ammaraggio o disperato tentativo di salvataggio che le compagnie aeree ti comunicano sui velivoli.  Con infinita premura per la tua incolumità te le incollano di fronte, nella testata del sedile davanti al tuo, proprio ad altezza di sguardo, cosicché eventualmente ti ricordi di non essere coperto da alcuna assicurazione perché al momento della prenotazione hai deciso di correre il rischio e volare scoperto. A scanso di equivoci, si sappia, loro sono sollevati da qualsiasi responsabilità.

Vorrei non pensarci, ma, se proprio devo, a scanso di equivoci, io al memento mori delle istruzioni di sicurezza aeree preferisco il memento mori dei mille lumini accesi nei cimiteri, se ne vedono così tanti lungo l’autostrada!

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