Rubrica: “Pensieri storti”

” […] Tutto ad un tratto era come se mi fossi ridestata. Dovevo rassegnarmi. Rassegnarmi forse all’idea di essere io stessa per prima nella fascia mediocritas. Tanto tempo e fughe correlate, ribellioni, abbandoni e cosa avevo tra le mani?       […]

Dovevo rassegnarmi alla mediocritas dalla quale scappavo da anni? Non erano bastate le nottate, qualche bravata, i film per sognare, i romanzi per fantasticare, i fiumi d’alcol in cui avevo tentato di annegare me stessa, ma non i miei pensieri, il fumo col quale avevo annerito i polmoni o euforizzato le papille olfattive?

No, non bastavano neppure gli anni di studio nei quali avevo riversato tutte le mie insicurezze, sui quali avevo puntato tutta l’ambizione di rivincita dei miei genitori e le mie velleità di giovane che si è sempre sentita diversa.

Diversa da chi? Dalla massa, ovvio. Non avevo ancora abbandonato quella voglia adolescenziale di spiccare a tutti i costi e distinguermi dal gregge. Ma ne ero davvero degna? Voglio dire, avevo davvero qualcosa che mi dava un netto vantaggio o svantaggio rispetto al resto, nel bene o nel male, intendiamoci, ma che almeno mi sarebbe servito per non passare inosservata?

Mi aveva resa diversa restare in casa più sabati rispetto alle mie amiche, fidanzarmi quando le altre erano single e restare single quando le altre iniziavano a pensare al matrimonio?

[…]

Mi aveva resa diversa puntare sulla crescita mentale e spirituale, giacché quella fisica mi aveva abbandonata su per giù ai miei 18 anni? Mi aveva resa diversa ampliare il mio bagaglio culturale e lessicale, non potendo asportare i centimetri dal girovita al seno o alla mia altezza?

Talvolta sceglievo di scrivere su un diario per sfogare le mie frustrazioni piuttosto che riversarmi per le strade a fare stand up davanti ai locali coi caloriferi accesi sul marciapiede, con un cocktail in una mano e la sigaretta nell’altra, parlando del vacuo bisogno di evadere da casa o di fuggire da una media città… Non lo facevo solo io, una minoranza certo, ma non solo io.

Da cosa mi distinguevo allora? Potevo sentirmi diversa solo per l’ostinazione con la quale non mi arrendevo pur di trovare qualcosa che mi rendesse davvero unica? Non rara… unica?!

[…]

Tutti a quel tempo scrivevano, di tutto, e molti scrivevano anche bene. Dovunque si trovavano corsi di “scrittura creativa”, si chiamavano così, dove ti insegnavano ad impostare un romanzo, a crearne l’intreccio e costruire conflitti interessanti per i personaggi. Mi sembrava insolito, chissà se Charles Dickens o Gustave Flaubert avevano mai partecipato a corsi simili, sorridevo all’idea di una fantasia del genere! E pensavo anche, tra me e me, che se ne avessi avuto davvero il tempo, se fossi stata davvero libera da qualsiasi vincolo emotivo, sentimentale e di studio, avrei potuto trovare un personaggio dal conflitto interessante già in me stessa, sviscerando i miei blocchi e le mie turbe mentali! […]

Avevo sempre pensato che la vera arte venisse da una buona dose di dolore, da un’anima che soffre davvero e sa cosa voglia dire struggersi per pensieri che la maggioranza reputa banali o in cui non riesce a cogliere un’utilità. Che fosse insita nel corpo di qualcuno che alla sua prima espressione artistica si fosse visto deriso dai più, ma che, proprio per questo, avesse osato continuare! Forse era proprio in questi pensieri che stava un briciolo della mia diversità. Nella consapevolezza della ricchezza contenuta nelle domande, a prescindere dall’utilità delle risposte. D’altronde avevo sempre pensato che non tutto nella vita dovesse avere un tornaconto e che le cose più belle e indimenticabili fossero quelle senza scopo di lucro.

Così mi crogiolavo in questa mediocritas… A volte bastava guardarsi un po’ attorno, uscire dal proprio guscio di nerd agorafobica, che confrontarsi con i coetanei e scambiarsi confessioni profonde significava scoprire un po’ in tutti una sensibilità di livello medio-alto che si avvicinava praticamente alla mia. Perciò delle due una: o io con le mie confidenze condizionavo anche quelle del mio interlocutore che finiva per falsare un po’ le sue, o per assioma anche il mio soffrire era ordinario.

Sta di fatto che dire o sentirmi dire “anch’io l’ho provato, sì ti capisco, è esattamente così” confermava che perfino il dolore della mia anima non era nulla di esclusivo, neppure in quello ero unica. Eppure quando lo avevo provato, aveva fatto così male che a superarlo (sempre che l’avessi davvero superato) mi ero poi sentita quasi eroica!  Allora era davvero per tutti così? La mia sensibilità prendeva il volo da un cuore che avevo volutamente lacerato e come una piuma al vento piano piano scendeva per essere inghiottita nel vasto mare dell’insignificanza, o come l’ennesima foglia autunnale che cade in terra e si sedimenta su strati di banale, eterna e immutata mediocritas.

Quanto odiavo quella parola… mi riportava alla borghesia gretta della città dalla quale ero scappata, alla tiepida esistenza della mia famiglia con la quale lottavo dacché avevo iniziato ad avere memoria.

Cercavo da sempre la libertà, ma cos’è davvero la libertà? Mi spingeva un senso di oppressione continuo, mi soffiava qua e là… Solo in viaggio, in qualche angolo buio di una chiesa gotica o in un punto sperduto in alto mare, lontano dalla terraferma, avevo per attimi millesimali sentito di averla perlomeno sfiorata… O di rado l’avevo saggiata appena per pochi secondi all’indomani di un successo o di un esame superato che il giorno seguente mi dava l’illusione di una colazione pienamente goduta, con il sottofondo psichedelico di Alan’s breakfast.

Alla ricerca di questa libertà avevo gridato soccorso agli uomini, ma nessun cavaliere mi aveva portata in salvo, più che altro perché a me non bastava il principe belloccio con la corazza che a passo lento si avviava verso il castello. Io non volevo questo come tutte le donne, io volevo correre con un gentiluomo su un cavallo selvaggio a briglie sciolte e vivere una vita che tutto fosse fuorché di ordinaria normalità borghese!

Avevo allora ricercato la libertà fuggendo da casa grazie all’università e avevo attraversato lo stretto di Scilla e Cariddi. […]

Perfino una città minuscola sarebbe stata foriera di angosce per mia madre, la prima persona dalla quale rifuggo da sempre. Da lei e dalle sue ansie paranoiche. La reputo una gran bella persona […] e le voglio un bene dell’anima, non me ne voglia per quanto sto per dire, ma devo ammettere senza ombra di dubbio che lei era la prima dalla quale mi sono da sempre voluta divincolare. Un po’ posso darne una spiegazione freudiana, ma sarebbe una giustificazione da psicologia spicciola e non è sufficiente…

Rispetto a mia madre c’è di più, e c’è ben più di un intero capitolo!”

CONTINUA…

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