Rubrica: “Pensieri storti”

[…]

Rispetto a mia madre c’è di più, e c’è ben più di un intero capitolo!

C’è la paura recondita, quella profonda, radicata nelle budella, quel terrore che ti contorce lo stomaco e ti paralizza i muscoli che tu possa essere come lei. Terrore, ansia… mi aspetta una vita apparentemente senza grossi problemi, con qualche dissesto economico imprevisto che cambierà per sempre il bioritmo delle mie notti insonni? Una vita passata tra una culla neonatale e uno straccio per pavimenti, tra un asse da stiro e il casco della parrucchiera di fiducia, col marito coiffeur che sbuffa e fuma fuori in attesa di riportarti a casa… Una vita cadenzata dal pagamento del mutuo e i rintocchi delle campane dell’angelus?  Tra uno sfogo urlato ai figli per una certa insoddisfazione che non ti spieghi e le litanie dei santi sussurrate davanti ad un altarino di pizzi e trine?

E dove finivano le piccole ebbrezze, quei brevi istanti di follia che davano un po’ di pepe alla solita minestra?

No, mi sento salire un pizzicore alla gola, mi sento soffocare, mi manca l’aria, non respiro, e non è questo quello che sogno!

Magari un giorno me ne pentirò, ma sono anni (tanti anni) che penso queste cose e ancora il momento del pentimento, del ravvedimento di cui parla mia madre non è arrivato, non si arrende al fatto che non arriverà?!

Per un piccolo frangente solamente sono stata ad un passo dal somigliarle e mi sono fatta paura da sola… Durante gli anni della storia d’amore più significativa che io abbia mai avuto finora, di quell’amore incosciente, e un po’ bambinesco, che ti fa male, ti distrugge, annienta ogni tua forza e ti riduce a vegetale che vive solo di passione, gelosia e possesso, di sogni e castelli di sabbia. Ecco, negli ultimi due anni di questo rapporto, in quell’ultimo sprazzo di amore, io mi stavo trasformando nella donna di mio padre! Paralisi! Sono impazzita, non mi piacevo più, mi odiavo, non avevo più un’identità o quella che stavo assumendo mi disgustava (e secondo me, disgustava anche lui e chi mi stava intorno, ma che importa in fondo, la cosa che più conta è piacere a se stessi!).

Per fortuna, me ne ero accorta e, in men che non si dicesse, con un colpo di testa degno di un film avevo deciso di mandare tutto all’aria, sogni di felicità, di figli, case e castelli di rabbia, lavoro dei sogni e istinti di maternità imminente. Tutto all’aria, perfino i miei studi per un certo istante.

Dopo anni di sopore avevo riscoperto la vecchia me, quella vera, che si entusiasma, che ama l’arte, la musica, la danza, che sapeva ancora perdere la testa. La vera me che ha nostalgia di epoche mai sperimentate ma solo sognate e immaginate con i film e i romanzi, quella stessa me che si emoziona e si innamora ogni giorno, per un ragazzo affascinante nel suo cappello ricaduto sul collo, per il battere e levare di una canzone, per il passo di un libro, per il lirismo di un concerto!

La vecchia me è quella che riparte sempre, da una nuova idea, con nuove speranze, ma sogni vecchi.

La vecchia me è quella dalla quale riparte un’anima rinnovata, vivificata, in una Roma che sembrava aver dimenticato e relegato all’ultima pagina dell’agenda setting i fatti aberranti da cronaca nera. Una Roma che sembra voler rilanciare la cultura e ripartire da “La Grande bellezza” di Sorrentino, dalla sontuosità dei suoi palazzi del potere, dal mistero delle sue rovine e dall’esorcismo dei suoi luoghi di culto… Quella Roma che ti seduce nei locali dalle luci soffuse e dai suoni profondi, dove stare in un angolo a mitigare i pensieri con del buon vino rosso significa viaggiare nei posti più impensabili!

NO, non sarei stata la brutta copia di mia madre, non sarei diventata neppure la sua bella copia, ero decisa fermamente ad intraprendere la mia strada, becoming la vera me. […]

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