Il capitale umano

Voglio essere totalmente sincera e lo sarò. Non sono la penna di nessuna testata giornalistica e non scrivo “in qualità” di nulla se non di semplice spettatrice.

All’indomani della sua prima uscita, sono letteralmente corsa al cinema a vedere il nuovo film di Paolo Virzì.  A me lui piace tantissimo e ricordo ancora i singhiozzi che mi presero in sala durante i titoli di coda di “La prima cosa bella”.  Ma non perché la sostanza di un film sia direttamente proporzionale ai millilitri di lacrime versate… Abbiate pietà, ma sarebbe da sciocchi!

“Il capitale umano” mi aveva incuriosita già dal titolo: corposo e impegnativo. Avevo guardato il trailer e avevo esultato pensando che sarebbe stato un piatto ghiotto per me che spesso mi fermo a riflettere e mi infervoro a discutere sul conflitto generazionale genitori-figli.  Così a me che da sempre soffro, un po’ freudianamente, il complicato dialogo con mia madre, si prospettava un bel film, di un bravo regista, sul rapporto genitori-figli .

Per voi ci siamo giocati tutto”, “abbiamo scommesso sul vostro futuro”, “vi vogliamo vincenti e felici, vi vogliamo bene”:  eccole, identiche le frasi che tante, troppe volte, ho sentito urlare in casa mia! Mi sono perciò accomodata su quella poltrona, pronta a rispecchiarmi in quelle parole e in quei ragazzi, a rivedere in quei genitori i miei genitori… Ammetto di non aver letto il libro dal quale il film trae spunto, “Il capitale umano” di Stephen Amidon, perciò sono arrivata forse un po’ impreparata. Per me e per l’interpretazione personale che avevo dato al trailer, il “capitale umano” erano proprio i figli sui quali è stato investito tutto, erano il bene dal quale ci si aspetta il rendimento, il buon raccolto dopo tanta semina.

Nel film, due famiglie dell’alta società brianzola (e lascio fuori le ridicole reazioni dei leghisti offesi) si ritrovano legate in affari e grossi giri di denaro. I rispettivi figli sono anch’essi in qualche modo uniti, oltre che compagni presso una prestigiosa scuola di matrice religiosa, tutta alto rendimento scolastico e massimo profitto, da dove usciranno i futuri dirigenti del paese.

Devo ammettere, col senno di poi, che avevo snobbato un piccolo dettaglio, ossia che il film è classificato nel genere thriller. L’avevo trovato un po’ insolito per un regista come Virzì, perciò mi aspettavo, ostinatamente, una commedia drammatica all’italiana con qualche schizzo leggermente noir qua e là.

Ebbene, il film è da poco nelle sale, perciò non voglio dirvi nulla in più di quello che potreste intuire dalle recensioni o dal trailer stesso. Vale la pena andare a vederlo, se non altro, per la sensazione eccitante di lieve angoscia che procura il capire qual è l’accezione di “capitale umano” nel film di Virzì.

Non si dimentichi, infatti, che la storia è un thriller e l’intreccio inizia già dalla visione del trailer, dalla differenza abissale tra ciò che questo vorrebbe far trapelare e ciò che realmente è. Sospetto che l’effetto sorpresa sia stato volutamente ricercato! Tuttavia qualcuno potrebbe dirmi che se lo aspettava, in questo caso, vorrà dire che solo io ho inteso, anzi frainteso, che fosse il solito conflitto generazionale.

Ad ogni modo vi assicuro, inaspettatamente, la suspense c’è stata tutta, prima, durante e anche dopo… Quando lascia spazio ad una profonda riflessione sul cinismo e sulla crudezza di una traviata nobiltà priva di valori.

Non ultimo, il cast, alla prima collaborazione con Virzì: la Tedeschi è perfetta, Lo Cascio entra bene nel piccolo ruolo che sembra cucito addosso a lui e ricorda vagamente il Nicola de “La meglio gioventù”, brillante il nuovo volto di Matilde Gioli Insomma tutti bravissimi, ma, non me ne voglia nessuno, Bentivoglio l’ho trovato superlativo!

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« Non doveva andarsene, non doveva. È stato il più grande poeta che abbiamo mai avuto. » (Fernanda Pivano – 13 gennaio 1999)

Vorrei ricordare che oggi sono passati 15 anni dalla morte di Fabrizio De André, “Faber” come lo chiamava Paolo Villaggio suo grande amico. Ogni altra parola mia è superflua, perciò voglio ricordarne qualcuna sua…

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“Scrivere comporta tempo, anche per le chiacchiere di un concerto. Ma è meglio non scrivere una frase intera piuttosto che togliere una sola parola che dia il senso ad una frase.”

KHORAKHANè http://www.youtube.com/watch?v=khVk4pTS0bE

CREUZA DE MA http://www.youtube.com/watch?v=KoVxtw5V3GQ

PRINCESA http://www.youtube.com/watch?v=t20tefoJVrw

LE PASSANTI http://www.youtube.com/watch?v=6V0JPcPhhxo

HO VISTO NINA VOLARE http://www.youtube.com/watch?v=ma0PAQXat6E

IL SUONATORE JONES http://www.youtube.com/watch?v=2kNwJX6E7pE

DOLCENERA http://www.youtube.com/watch?v=4x18ukKY3m4

IL TESTAMENTO DI TITO http://www.youtube.com/watch?v=jyL5pCtPr8w

RECITATIVO (CORALE) http://www.youtube.com/watch?v=xxo4vClmvrQ

VOLTA LA CARTA http://www.youtube.com/watch?v=vRpWSOxxXr0

Preferenze (lista aperta).

Perché gli incroci servono a capire se si preferisce prendere la stessa strada. 

Preferisco il chiarimento dopo l’incomprensione che la falsa comprensione perenne.

Preferisco lo sguardo che fulmina al bacio che intiepidisce.

Preferisco il “cinematografo” ai corridoi numerati dei multisala.

Preferisco la resa dopo aver lottato che l’arrendersi ancor prima di averci provato.

Preferisco una parola sconvolgente che il continuo vocio da sottofondo, quest’ultimo innervosisce.

Preferisco il sesso dopo la lite furibonda ai gesti ripetuti dell’amore abitudinario.

Preferisco l’incostanza di chi ritorna con un nuovo esperimento da proporre, alla costanza di chi tristemente ripete le solite abluzioni.

Preferisco la conturbante  inafferrabilità del fuggiasco alla stantia fermezza del sedentario.

Preferisco i cani ai gatti, il mare alla campagna e la città alla montagna.

Preferisco chi è disastrato e ribelle perché ne ha passate tante a chi è in pace con se stesso perché accetta tutto così com’è.

Preferisco la qualità alla quantità, sempre.

Preferisco le albe ai tramonti e i viaggi agli spostamenti.

Preferisco le persone indecise, ma interessanti, quelle curiose e un po’ matte, che ti colorano la vita e non sai mai a cosa stanno pensando! Quelle di cui sai che non potrai mai stancarti…

Mancheranno sempre un po’ e non sarai mai sicuro di averle davvero, ma sono le uniche che non smetterai mai di amare e quelle che con ogni probabilità ti avranno amato davvero.

Eredità tecnologica. Come gestirla?

In uno dei post precedenti https://biancalba.wordpress.com/2013/12/25/io-che-non-sono-una-hipster-ma-odio-la-tecnologia-a-tutti-i-costi-vi-spiego-perche/, qualche giorno fa, avevo tentato di esprimere la mia visione riguardo al progresso tecnologico in rapidissima ascesa di questi tempi.

Scegliere la posizione giusta non è facile per chi si ritrova, come dicevo, a metà tra la nostalgia dei genitori nati nei fifties e il futurismo delle generazioni nate già nell’era del touch. Non è facile per chi, come me, è nato negli anni ’80, è cresciuto in un contesto particolarmente nostalgico e poco avvezzo all’uso di internet e magari studia anche lettere antiche!

E’ un tema caldo perché siamo ad un giro di boa in cui si parla anche di riformare la scuola, tra le altre cose. In ogni riforma che si rispetti, c’è sempre da eliminare qualcosa e mantenerne un’altra. Bene, ma quale? Il discorso è complicato e un po’ di spunti interessanti sembrano profilarsi all’orizzonte.

E’ di questi ultimi giorni, ad esempio, la proposta di un decreto che potrebbe prevedere una detrazione fiscale per quanti “si ostinano” a voler comprare libri veri, corrispondenti ad un codice ISBN, cartacei, per intenderci, e non ebook. Così per non scoraggiare ulteriormente i pochi strenui amanti del libro, per salvare piccole librerie e solitarie o neonate case editrici, in pratica, ci sarebbe la possibilità di conservare lo scontrino e scaricare la somma spesa. E’ solo una buona proposta, ma resta ancora tanto da ridefinire, ad esempio come comportarsi con i libri in seconda mano, giacché anche quelli hanno un codice ISBN…

Dunque, cosa conservare e cosa no, dicevamo.

Vorrei, a questo punto, buttare sul tavolo del dibattito, da me sempre auspicato, la posizione di due voci autorevoli: Umberto Eco e Martin Scorsese.

Rispettivamente semiologo e regista cinematografico, di fama mondiale entrambi, che, interrogati sul tema della tecnologia da lasciare in eredità alle generazioni futurehanno risposto ciascuno secondo il proprio campo di interesse. Come dovrebbero comportarsi, secondo loro, i giovani? Il primo si rivolge al nipote, il secondo alla figlia, perciò non possono che essere dei buoni consigli dai quali trarre spunto.

Ve li ripropongo qui per chi se li fosse persi. Queste due lettere infatti (per chi le volesse leggere sulla carta stampata!) sono state pubblicate da L’Espresso, insieme a quelle di altri uomini ugualmente autorevoli.

http://espresso.repubblica.it/visioni/2014/01/03/news/umberto-eco-caro-nipote-studia-a-memoria-1.147715

http://espresso.repubblica.it/visioni/2014/01/02/news/cinema-accendi-la-luce-che-e-in-te-1.147498

Elogio della lentezza del viaggio

La lentezza del viaggio, con i pensieri che si diluiscono lungo l’autostrada del sole percorsa al chiarore della luna. Se non lo faccio adesso che ancora il fisico regge, quando lo potrò fare più? Alla fine poi che posso farci se mi va bene anche così… Posso calcolare bene la distanza, e misurare ogni chilometro percorso mi fa pensare bene, alla casa giù in Sicilia, a come saranno i giorni che mi aspettano e che, come sempre, alla fine di quei giorni sarò soddisfatta ma satura e perciò contenta di ritornare a Roma.

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L’unica condicio sine qua non della mia traversata è il posto lato finestrino. Quello lo scelgo al momento della prenotazione e guai a chi me lo toglie. E’ guardando i chilometri di asfalto che sciorino il flusso dei pensieri a me stessa riflessa sul vetro.  Un paio di cuffiette, il mio mp3 da un giga, la musica scelta e caricata poco prima di partire, una mantella di calda lana in cui rannicchiarmi e la notte passa senza che me ne accorga. Mentre la mente è attraversata dai resoconti della mia voce interiore.

Grazie ai momenti introspettivi che mi regala da sempre l’autostrada, negli ultimi tempi, ho finito per fare Roma-Trapani più in autobus che in aereo e, sinceramente, un po’ me ne compiaccio. Ad esempio, preferisco pagare (neppure poco) per quattordici ore in pullman che comprare a buon prezzo la sprezzante acidità di certe compagnie aeree low cost.  Dopo una collezione di epiche avventure, qualcuno continuerà a viaggiarci, io no, se posso, li evito come la peste. Mi sono bastati un paio di pianti isterici al momento dell’imbarco per un documento non accettato o una valigia non conforme per dimensioni, peso e qualsiasi nuova restrizione si fossero inventati quel giorno, quattro crisi di panico per “crociere” da aviazione militare, e la definitiva consapevolezza della mia paura di volare. Anche grazie a loro, l’ho anticipata di almeno una quindicina di anni.

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Adesso ne ho abbastanza di sigarette elettroniche sponsorizzate dall’equipaggio di bordo, gratta e vinci sbattuti sotto al naso mentre provi a chiudere un occhio e sconti sui prodotti duty- free urlati ai microfoni! Che poi chissà perché, tengono quei microfoni troppo vicino alla bocca, e la loro voce pseudo registrata ferisce orecchie già martoriate e ovattate per gli sbalzi di pressione.

Così mi accontento del pullman, anche se il mio sogno sarebbe disporre di una macchina perché adoro i viaggi on the road e ci sono abituata da quando ero quasi in fasce… Che ricordi! Una vecchia Renault grigia che, giunta alla fine dei suoi giorni, non so quanti chilometri avrà macinato… Stipavamo tutte le valigie in quel bagagliaio, che a ripensarci non doveva essere troppo spazioso, e pesando troppo sulle ruote posteriori, squilibravano l’assetto della macchina, cosa che creava un po’ d’ansia a papà. Così ad ogni fermata in autogrill lui si preoccupava di controllare la pressione delle gomme con esilaranti tic e paranoie stile Carlo Verdone!

Ricordi a parte, per il momento ne ho abbastanza delle  istruzioni in caso di ammaraggio o disperato tentativo di salvataggio che le compagnie aeree ti comunicano sui velivoli.  Con infinita premura per la tua incolumità te le incollano di fronte, nella testata del sedile davanti al tuo, proprio ad altezza di sguardo, cosicché eventualmente ti ricordi di non essere coperto da alcuna assicurazione perché al momento della prenotazione hai deciso di correre il rischio e volare scoperto. A scanso di equivoci, si sappia, loro sono sollevati da qualsiasi responsabilità.

Vorrei non pensarci, ma, se proprio devo, a scanso di equivoci, io al memento mori delle istruzioni di sicurezza aeree preferisco il memento mori dei mille lumini accesi nei cimiteri, se ne vedono così tanti lungo l’autostrada!