“L’uomo, questo sconosciuto…”

Image: “Autoritratto molle con pancetta fritta” di Salvador Dalì

 

“Ci conosciamo?”

-“Mi sembra di sì!”

-“Ahahah, ecco, ti sembra…”

Ho spesso pensato che dire di una persona “non la conosco bene” fosse tanto inutile quanto dire “sì la conosco bene”.  Forse per questo mi trovo sempre tanto bene tra sconosciuti… Voglio dire, davvero pensi che possiederai mai il segreto dell’essere di qualcuno?

Quando diciamo “una persona non finisci mai di conoscerla!”, cosa intendiamo dire? Esattamente questo:  l’animo umano è realmente inconoscibile, inafferrabile, e, talvolta, perfino a se stessi (se non di più).

In certi casi della propria vita si compiono gesti, si prendono decisioni, che da noi stessi non ci saremmo aspettati prima.  In quei casi tocca ri-conoscersi un’altra volta, ri-presentarsi. Intanto a se stessi. Poi agli altri.

Gli altri che magari diranno “lo vedi? Non si finisce mai di conoscere qualcuno! Ad esempio, questo non me lo aspettavo, non è proprio da lui!” (Verrebbe da rispondere “ah sì? E perché sapresti davvero cos’è da lui invece?”) La vita mette davanti ogni giorno nuove sfide, impone scelte diverse ad ogni bivio, trivio o quadrivio… Noi ci adattiamo ad esse e sopravviviamo come meglio possiamo, per il semplice istinto animalesco all’autoconservazione. Proprio come le belve, saremo disposti a tirare fuori le unghie e graffiare, quando ci sentiremo in pericolo.

E allora, che differenza può fare conoscere una persona superficialmente o credere, e presumere, di “saperla” fino in fondo?

Piuttosto, se si attenuasse almeno questa distinzione, si arriverebbe di certo più lontano…  Cadrebbero schemi preconfezionati, pregiudizi, errori di valutazione, criteri di giudizio disumani, antipatie preventive e schermi protettivi.

Non esiste un numero fisso di volte in cui devi incontrare una persona per poter dire di conoscerla, né un numero fisso di volte in cui avrai comunicato con lei, per poter dire “sì la conosco”. In realtà non potrai dirlo mai.

L’essenza umana non si può conoscere, però si può tentare di leggerla!

Ci sono cose che si leggono, negli occhi, nei gesti, nei movimenti, e nella maggior parte degli output involontari del nostro corpo. Quelli ti sapranno dire di una persona molte più cose di quante potrà rivelartene la sua bocca razionalmente parlante! Questa sì che potrà ingannarti e ti potrà illudere di “averla conosciuta”.

Si sa, la maggior parte dei nostri messaggi sono non verbali. Credo che siano anche nelle parole non dette e nei gesti non compiuti. Purtroppo dobbiamo limitarci a continuare a leggere, senza mai conoscere davvero. In fondo, di ogni  lettura ognuno ha la propria interpretazione…

 

-“Ah, pensavo ci fossimo già conosciuti… Beh, in ogni caso, allora piacere di nuovo”

-“Piacere mio!”

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Angelo mai, adesso davvero occupato

Non mi intendo di giurisprudenza e leggi italiane perciò lasciamo ai tecnocrati il compito di dire che, come al solito, le istituzioni non avevano comunicano tra loro e che il sequestro è stato voluto dalla procura mentre il comune di Roma non ne sapeva nulla. Lasciamo ai magistrati l’ardua sentenza di accuse partite dalla denuncia di non si sa quale cospiratore. Vorrei esprimere però tutta la mia solidarietà agli artisti e agli organizzatori che lì ci lavorano (ci lavoravano) e che adesso si ritrovano in mezzo alla strada come è stato ieri  per  i gruppi che occupavano i lotti di Via delle Acacie (fortunatamente adesso rientrati).

Probabilmente, alla fine dei conti, sarà stato solo uno spreco di soldi ed energie per le forze dispiegate inutilmente in questi giorni, per i camion della polizia che hanno sigillato la struttura dell’Angelo Mai e per la Digos che sta investigando alla ricerca di non si sa quale illecito poi, visto che si tratta di un centro sociale indipendente e autogestito da tutti i punti di vista (economico in primis).  Non so quale grave e straordinaria  illegalità si aspettino di trovare in un posto che per esistere senza illeciti avrebbe bisogno di qualcosa in più e non in meno…

Vorrei perciò parlare ancora una volta in veste di spettatrice e fruitrice di un’arte che all’Angelo Mai ho visto esprimere nel modo più bello e spontaneo che si possa immaginare, che mi ha dato brividi e sensazioni uniche, momenti di magia e sogno in un capannone prima dismesso e poi attrezzato da fantasia, passione e amore per la bellezza.

Penso di parlare anche a nome di tanti altri giovani, colleghi e compagni di chiacchierate che in posti di libera aggregazione possono trovare il proprio modus operandi , che vedono nella libertà l’unica via di espressione di se stessi. Penso di parlare a nome di quanti all’Angelo Mai si sono sentiti a casa.

Vorrei esprimere tutto l’appoggio che tanti di noi stanno dimostrando a quel luogo e a chi lo sostiene da tutti i versanti: dalla cucina, all’organizzazione, ai laboratori e ai musicisti nazionali e internazionali che si sono esibiti su quel palco.

Non riesco ad esprimere bene il senso di disfatta e dispiacere che in queste ore mi hanno resa tanto impotente… Trovare un luogo in cui star bene e poi vederselo portare via è come sottrarre un rifugio.

Mi dispiace che in Italia iniziative culturali dal basso vengano inibite a tal punto, piuttosto che venire integrate in una rete più ampia che in qualche modo li riconosca e li accetti! La riflessione a questo punto si fa ben più vasta e potrebbe iniziare con la solita lunga serie di domande…

Ho letto tra le dichiarazioni (oltre ai capi d’accusa che hanno portato perfino alla perquisizione di abitazioni private)  parole assurde tipo “associazione a delinquere”, “istigazioni sovversive”… Sovversive? La cultura indipendente e sostenuta dal basso fa paura certo, ovvio, è sovversiva… Oppure “l’arte faccia arte” e non si immischi in faccende politiche… certo, solo perché esprime un certo colore politico… e che male c’è? Non si è liberi di farlo rispettosamente in questo paese? Siamo o no un paese libero? No, forse non lo siamo…

E poi ancora “l’arte faccia arte”, e come potrebbe mai? Se i pochi fondi dell’Italia non bastano neppure per scuola e sanità, si giustificano, ovviamente non possono essere investiti nell’arte! D’accordo, allora lasciate almeno  che l’arte si autofinanzi, si autodetermini e si autogestisca!!! No, neppure questo va bene.

… Io di domande ne ho tante e da sempre… per favore, qualcuno inizi a dare risposte! Siamo in tanti ad averne bisogno. Grazie!

20140319_192032Indirizzo non trovato. Tutti i bei concerti in locandina sono stati sequestrati.

Quel tragitto dalla strada verso casa.

Viso pulito e sguardo buono. Matteo Terzi, in arte “Soltanto”,  ha dato spettacolo ieri a Roma, per la prima volta al coperto (e non sotto un tetto qualsiasi), nel Teatro Studio dell’Auditorium progettato da Renzo Piano… Dopo la laurea in Scienze Politiche nel 2010 ha lasciato Milano per un viaggio europeo in solitaria, si spostava facendo l’autostop e campava delle offerte racimolate suonando per le strade… Curiosa come sono, non potevo non fargli due domande.

Mi hanno regalato il biglietto per venire qui stasera ad ascoltarti, così ti ho scoperto, un paio di giorni fa, chiedendomi chi fosse questo artista di strada. Mi sono detta “caspita! Quanto coraggio ci vuole per mollare tutto e andare alla ricerca del proprio sogno?” (Confesso di provare un po’ di sana invidia!)

Quando la vita che conduci non ti soddisfa, secondo me è giusto cercare di ripartire da zero. Non sono andato via da un giorno all’altro, ho pianificato tutto nel giro di un anno più o meno, mettendo da parte un po’ di soldi. Dopo aver studiato e lavorato, provando i lavori più disparati, ho capito che volevo altro.  Il mio sogno è sempre stato ed è quello di stare bene, di trascorrere giorni sereni vivendo solo della mia musica.

Adesso “casa” l’hai trovata. (“Le chiavi di casa mia” è il pezzo con cui si apre questa storia) Metaforicamente e non?

Adesso sì, ho preso casa a Milano, sui navigli, con la mia ragazza (l’ho conosciuta suonando per strada). Faccio base là anche se poi, per la metà dell’anno quasi, sono sempre in viaggio. Ahahaha Non ci credi?

No, non è che non ci creda, ma penso ci voglia una dose di coraggio grandissima…

Sì, ma ci vuole una dose di coraggio grandissima pure ad accettare una vita che non ti piace! E’ una roba ancora più estrema quella di dire “ok, non mi piace, ma la accetto”. Non dico che devi vivere ogni giorno come fosse l’ultimo, però  se pensi che hai una vita sola, ci sta che ti prendi un momento per cercare quale può essere davvero la tua strada.

Da dove è partito il tuo viaggio?

Beh, lo progettavo e lo organizzavo da un po’, proprio a livello logistico… Pensavo a dove avrei potuto dormire, fermarmi… Poi in realtà son cose che vengono da sé. La prima città è stata Lione, poi Montpellier, Perpignan, poi dai Pirenei sono entrato in Spagna, quindi ho fatto Barcellona, Tarragona, Valencia, poi Madrid e Tenerife.

Tutte le persone che hai incontrato… cosa ti hanno lasciato? Le rivedrai?

Alcune sì, altre sono nelle canzoni. Sai, facendo questi viaggi conosci tutti e non conosci nessuno… Poi comunque viaggi da solo per cui è un vagabondaggio che può avere un tempo limitato. Non puoi stare per tutta la vita senza sapere dove andrai o dove dormirai, però comunque è una situazione che stimola le persone a raccontarsi, ad aprirsi anche, quindi è più facile incontrarle ben disposte.

Com’è cambiato, se è cambiato, il tuo rapporto con la chitarra…

Non ho mai studiato musica in realtà quindi il mio rapporto con la chitarra è sempre molto genuino, però sì è stata lei la mia vera compagna di viaggio… In qualche modo, sì, mi ha salvato!

Senza fare discorsi troppo utopistici, nel proprio piccolo quindi la musica può salvare?

Beh sì, nel senso che io con la mia chitarra salvo te, e anche me stesso… E insieme, in qualche modo si può costruire qualcosa di bello.

Tu che hai viaggiato un bel po’, pensi che manchi qualcosa all’Italia rispetto agli altri paesi per cui tanti ragazzi non trovano la propria strada?

In realtà stando per strada ti rendi conto che quello che manca ha a che fare soprattutto con le emozioni, c’è bisogno di quelle. Ed è così un po’ dovunque, sia in Spagna che in Francia o in Italia, c’è bisogno di misurarsi con delle emozioni che è difficile tirare fuori nella vita quotidiana.

Ho sbirciato tra le tue foto, ne ho viste tantissime con capannelli di bambini…

Sì, i bambini hanno la capacità più pura e spontanea di confrontarsi con la musica, com’è del resto anche nella danza o nel canto.

Adesso che hai trovato casa, potresti iniziare a fare qualche progetto, ci hai pensato? Soltanto Matteo o Matteo con la band?

Non lo so, intanto sto pensando a fare bene questo tour con la band, poi si vedrà. Quando ho iniziato questo percorso non pensavo di diventare un cantante, altrimenti avrei cercato altro, tipo con le etichette musicali. Invece continuo a suonare per strada e il disco lo abbiamo prodotto con una grandissima colletta nel web (piccola nota: si tratta del crowdfounding). Come metto la custodia per strada, così l’ho messa nel web e l’hanno riempita! In questo modo siamo riusciti a pagare le spese per realizzare il disco. Ma è venuto tutto man mano, non sono così sicuro di cosa ci sarà dopo. In ogni caso, nonostante di tanto in tanto le serate nei club siano comunque fighe, fare musica spontaneamente per strada è quello che voglio continuare a fare…

Sembra quasi una storia da favola con belle speranze, mentre mi racconta io ogni tanto rido e lo guardo perplessa! Sembra tanta bella poesia che la nostra parte più cinica (conscia di certe logiche) potrebbe  distruggere in un attimo, ma per il momento la lasciamo da parte.  “Soltanto” è apparso ieri sorridente e felice, su un palco vero,  circondato da buoni amici e compagni di viaggio.

Niente piedi nudi, niente bambini intorno. La custodia della chitarra c’è, adagiata vicino alle casse, ma è chiusa. Niente oboli. Quando canta i suoi inediti, lo fa con voce melliflua, per intenderci, quella che accompagna gli amori delle adolescenti. Quando dà spazio alle cover invece si trasforma leggermente, sempre molto molto romantico, ma più struggente.

Il suo repertorio pesca in diversi generi in realtà, c’è un po’ di tutto: da Luigi Tenco e Cristiano De Andrè a Cesare Cremonini e gli Afterhours… Finché non finisce per sfoggiare una perfetta pronuncia inglese in emozionanti interpretazioni di “Let her go” di Passenger o “Hallelujah” di Jeff Buckley, “Society” di Eddie Vedder o “Fix you” dei Coldplay. Una varietà  che sta a testimoniare quanto sia mosso dalla musica semplice e spontanea, dalla voglia di comunicare a modo suo con persone dai gusti più diversi. Insomma si sente che viene dalla strada. Matteo alla fine, dopo il suo viaggio, è tornato in Italia, e ha trovato la sua via, ma vuole restare un musicista di strada. Tanto ormai le chiavi le ha e una casa pure, può tornarci quando vuole.

Gli auguriamo buon viaggio!

Questo è il suo sito, per chi volesse seguirlo: http://www.soltanto.net/music/

 

Perdiamoci…

Ebbi in prestito una chitarra classica di battaglia. Stava lì, la tenevo sul letto, la guardavo spesso, ma la toccavo poco e la suonavo ancora meno. Mica facile iniziare da sola e tanto tardi, quando imparare una cosa totalmente nuova richiede un impegno che non ha nulla a che vedere con quello dei primi anni di vita… Ma spesso mi andava anche solo di pizzicare due corde e tenerla sottobraccio, almeno l’avevo vicina al cuore! Come il buongiorno all’asilo della suora al pianoforte o il body rosa nello zainetto del pomeriggio: la musica non mi abitava, ma mi sedeva accanto dacché ero nata…  

Beccavamo spesso una di quelle rigide serate invernali in cui dopo l’ora della cena nessuno mette il naso fuori. (Se fa troppo freddo, per un popolo caldo capita che una media cittadina resti come senza sangue, intirizzita dal gelo che svuota le arterie stradali).  Quando eravamo quasi arrivati in vetta incontravamo spesso la coltre di nebbia fitta e arrivare in cima era come scalare l’Olimpo.  Giunti all’ostello, scendevo dalla macchina con la sciarpa e il berretto a mo’ di passamontagna. Percorrevo il breve sentiero di breccia in discesa e facevo lo slalom tra gli alberi della pinetina antistante il locale. Varcavo il grande tappeto peloso e all’entrata venivo investita da una vampata alle guance per lo sbalzo di temperatura dall’esterno all’interno.

 Passati i primi minuti, il  corpo si acclimatava, riprendeva calore e il sangue ricominciava a fluire.

 Poi, si spegnevano le luci e si accendeva l’anima!

Ed erano spruzzi di colore nelle tonalità del blu, con rintocchi a tono di blues. Erano tetti bassi e poltroncine scomode, ma faceva caldo e il tepore umano trasudava dai muri spessi della baita.

Non sapevi se erano gli sbuffi di fumo delle pipe in combustione, o il neon dei fari puntati sul palchetto, ma l’aria sapeva di tabacco e nuvole… Dopo il soundcheck, iniziava il viaggio.

Figure, quasi stilizzate dalle ombreggiature delle luci, si muovevano  tra le note. Talvolta si avvicendavano anche gruppi diversi, ma era sempre una grande avventura per chi stava al di là e per gli spettatori al di qua. Tra gli altri, anche mio padre ed io. Sì, io, avevo 7, forse 8, anni e quello era il nostro appuntamento più o meno settimanale con la musica vera. Era il suo “let’s get lost” presso uno dei pochissimi luoghi della città in cui si faceva dal vivo anche un po’ di jazz… Adesso quel luogo l’hanno chiuso e il jazz là non lo fa quasi più nessuno.

Di solito, in quelle giornate di eventi musicali, chissà come, terminavo i compiti puntualissima, prima di cena. Me la si poneva come condizione indiscussa: “se finisci tutto, stasera vieni con me all’ostello della gioventù”, mi diceva papà. Ed io non me la perdevo per niente al mondo quell’occasione.

Non so bene cosa mi spingesse a quei tempi. Non so se a quell’età capissi davvero quel genere di musica, ma educava orecchie gentili e mi faceva sentire importante tra gente adulta. Ero la mascotte di quegli organizzatori gonfi di spaghettate notturne, di quei  musici dalle dita ingiallite e dalle voci rauche. Era un po’ per la poesia che vi avvertivo, credo, e anche per la gioia che mi procurava l’orgoglio di mio padre che mi mostrava agli amici come un trofeo. Il tempo trascorso con lui non torna indietro e adesso, dopo anni di distanza non solo fisica, talvolta lo rimpiango con nostalgia.

Ricordo che mi piaceva guardare il volto di mio padre perdersi tra suoni che solo una decina di anni dopo ho intuito cosa significassero in sé, e ancora chissà quanto li dovrò riascoltare per capirli davvero.

Tra i momenti più belli c’erano i tragitti di ritorno verso casa, quando riascoltavamo il disco del gruppo che si era esibito quella sera. Tra i più divertenti poi c’erano quelli delle spiegazioni sussurrate tra un pezzo e l’altro in scaletta, quando chiedevo cosa fossero la tazza per la tromba o le fruste per la batteria.  Tra i più esilaranti, invece, quando me ne uscivo con riflessioni da bimba sul non capire a cosa servisse esattamente il basso, “visto che si sentiva così poco”… E lì papà  tra il serio e il divertito si stupiva di come io non mi accorgessi di quanto quelle quattro corde riempissero i vuoti, amalgamassero tanti strumenti diversi e li sostenessero tutti contemporaneamente. L’ho capito dopo. Ma allora ero piccolina e, a volte, dopo una giornata di scuola, se non trovavo il posto in prima fila, mi stancavo ad ascoltare dalle ultime, senza riuscire a vedere, perciò talvolta quelle musiche diventavano ninna nanne a cullare il sonno che la mezzanotte iniziava a conciliarmi.

A quel tempo ero tante cose insieme: ero bambina, scolaretta, fan di papà e spettatrice di una musica che non possedevo, toccavo appena.  Beh, in realtà, è quello che sono ancora adesso. Un po’ bambina. Ancora studentessa. Sempre fan. E solo spettatrice. Ma ora so che quella è l’eredità più grande che mio padre potrà mai lasciarmi. Ben più fruttuosa di qualsiasi altro bene materiale. Il mio vero piccolissimo tesoro.

 

Questo 8 marzo si chiama Costanza Cruillas… E’ donna e suona il basso elettrico!!!

foto di   ©Melania Stricchiolo

Costanza Cruillas sono il tuo nome e cognome, per gli “amici” anche solo “Costanza Cru”. Nata a Roma, vivi a Roma… O hai origini spagnole? Di’ la verità!

Effettivamente il cognome esotico lo devo ad antenati catalani, che però non ho mai conosciuto.

 

Come hai avuto la tua “vocazione” musicale?

Nella famiglia – partenopea – di mia madre, ci sono diversi musicisti. Io ho iniziato a suonare con strumenti giocattolo all’età di 4 anni, credo… Sono poi passata alla chitarra grazie a un mio zio, chitarrista classico. La  musica è nel dna familiare. Ricordo infiniti pranzi a casa di mia nonna in cui tutti cantavano e suonavano, da bambina associavo la musica ai momenti di allegria e spensieratezza. Insomma, più che una vocazione la definirei una “condizione” esistenziale.

 

Perché hai scelto proprio il basso elettrico? E’ stato amore a prima vista o sei una polistrumentista in incognito?

Un mio compagno delle medie aveva un box sotto casa, attrezzato e pieno di strumenti. In genere le ragazze stavano ad ascoltare, mentre io fremevo perché mi facessero partecipare, anche se ero molto timida. I ragazzi per lo più prediligevano la chitarra o la batteria. Una volta qualcuno  disse: “vuoi suonare? Prendi quello!” indicando questo strano strumento, pesante e con quattro grosse corde… mi sono subito innamorata di quel suono, mi sentivo il cuore pulsante della canzone… poi la cotta adolescenziale per Sid Vicious (sic!) ha fatto il resto!

 

Resterà tra noi (e i nostri lettori), come ha reagito la tua famiglia quando hai manifestato la volontà di diventare una bassista?

Ahahahahahhahah… guarda, a tutt’oggi pensano che sia una mezza matta… Quando il primo basso è entrato in casa (comprato da me con i soldi dei regali di Natale) lo sconcerto è stato generale… Si sono leggermente quietati la prima volta che mi hanno vista in televisione… ( per altro ero in playback…)
A modo loro mi hanno anche sostenuta, ma senza capire assolutamente cosa cavolo stessi facendo!

 

Secondo te quanto contano per un artista il contesto familiare in cui si cresce e il tipo di educazione che si riceve? Quanto e come, secondo te, incidono nello sviluppo e nel potenziamento del lato creativo?

È una domanda difficile! Ci sono artisti eccelsi provenienti da contesti sociali e familiari assai diversi. L’idea che mi sono fatta è che l’educazione incide molto quando è orientata a sviluppare  fiducia in se stessi,  quando fa crescere  persone in grado di pensare con la propria testa, quando aiuta a imboccare quelle strade che corrispondono ai talenti e alle inclinazioni personali, che si sia un musicista, un artigiano o uno scienziato…   Intendo dire che è più facile avventurarsi in percorsi precari, accidentati e difficili – come spesso sono quelli di chi intraprende attività creative – se si ha di base un’attitudine alla fiducia e al buonumore. Ciononostante ho anche conosciuto artisti geniali osteggiati dalle famiglie e cresciuti in ambienti poco stimolanti culturalmente. Un ambiente sano ti può sostenere se fai un lavoro che richiede creatività, ma se sei un artista – che è tutt’altra cosa – lo sarai anche nell’ambiente più ostile e degradato.

Non resisto adesso, da donna, devo proprio chiedertelo. Cosa vuol dire essere una bassista in un mondo di musicisti (uomini)?

Vuol dire innanzitutto godere di un’attenzione privilegiata da parte del pubblico, con tutto quello che ne consegue, nel bene e nel male. Per quello che riguarda il rapporto con i colleghi maschi dipende molto dalle persone che si incontrano. Qualche anno fa alcuni inizialmente erano diffidenti, altri entusiasti a priori… Direi che ormai però mi sento perfettamente integrata. Resta il problema delle soste in autogrill durante i viaggi… noi donne abbiamo la vescica più piccola…

Sicuramente ci sono ancora un po’ di pregiudizi nei confronti delle donne musiciste, a te hanno mai fatto “mobbing”? 

Mobbing in senso stretto non direi. A volte non mi hanno scelta perché “le donne nelle band fanno solo casino”… Altre volte invece hanno preferito me perché “la donna bassista è ganza”… personalmente ho sempre detestato entrambi gli atteggiamenti.

Cosa consiglieresti ad una ragazzina che voglia intraprendere lo studio di uno strumento off-limits per una donna?

Premetto che non penso che il basso sia uno strumento off limits per una donna, nella musica moderna ci sono più bassiste che chitarriste o batteriste, ad esempio. La mia teoria è che il basso in una band abbia un ruolo molto femminile…  sostiene la band ma senza la necessità di essere in primo piano, fa da mediatore tra il ritmo, l’armonia e la melodia…  Sostenere, mediare…  è quello che fanno ogni giorno milioni di donne nel mondo!! Tornando alla  domanda, a una ragazzina per prima cosa consiglierei di iscriversi a una  seria facoltà scientifica! Se poi proprio questa ragazzina insistesse, le direi di seguire le sue inclinazioni con tenacia e coraggio, di non farsi scoraggiare dalle opinioni degli altri e soprattutto di divertirsi e prenderla come un gioco.

Mi è sembrato di capire che non hai un gruppo fisso, ma suoni con diversi artisti… E’ solo per la bella idea che sta dietro al concetto di condivisione della musica o perché la crisi si fa sentire anche per voi musicisti e i “collettivi” sono una buona soluzione?

Per entrambi i motivi. È stimolante da un punto di vista creativo suonare in varie situazioni con musicisti diversi, ed è anche necessario – almeno per quel che riguarda me – dal punto di vista economico. 

E’ iniziata da poco la promozione dell’ultimo album realizzato con Leo Pari, “Sirèna”. Sembra stia andando molto bene… Cosa ti aspetti tu esattamente?

Mi aspetto che Leo Pari abbia sempre più successo, perché se lo merita, è una persona speciale e un artista incredibile! “Sirèna” è un disco molto bello e non mi sono sorpresa affatto che stia andando così bene. Inoltre la band è solida e ben affiatata… insomma ci divertiamo quando siamo in giro!!

Secondo le leggende musicali, il bassista rimorchia un po’ meno rispetto agli altri della band… E’ vero? O per le donne è diverso?

Questa regola per le donne bassiste non vale… noi rimorchiamo sempre e comunque! ahahahhahahaha 

Ancora una domanda da donna a donna: quanto è difficile decidere cosa indossare quando sai di essere l’unica donna sul palco? Opti per il total black da buona rocker o gridi la tua femminilità per non passare inosservata?

Generalmente preferisco il total black, con gonna. A volte però faccio scelte diverse quando lo spettacolo lo richiede.

Adesso invece ti vorrei chiedere di un argomento che so esserti molto a cuore, penso anch’io che sia bene fare una piccola riflessione al riguardo… Parliamo di quando e del perché sei diventata vegetariana.

E’ un aspetto della mia vita a cui tengo molto! In realtà non mangio nessun cibo che non sia di origine vegetale, quindi neanche uova e latte/latticini. Il percorso verso questa scelta è stato molto lungo e ponderato, i motivi sono tantissimi. La principale spinta da cui scaturiscono tutte le altre, viene dall’assoluto rispetto che nutro per ogni creatura vivente. Alimentarsi con cibi vegetali significa – naturalmente – non accettare che animali vengano barbaramente torturati dalla nascita alla morte per fornire cibo agli umani (e questo avviene anche alle galline ovaiole o alle vacche utilizzate per la produzione casearia), ma anche credere in un consumo consapevole delle risorse, che tenga conto dei bisogni di tutti gli uomini e non solo degli occidentali fortunati. Non voglio dilungarmi sugli sprechi che l’allevamento industriale intensivo comporta ai danni del pianeta e delle popolazioni più “svantaggiate”, ormai è facile informarsi e costruirsi un’opinione personale. Anzi, approfitto per invitare tutti a farlo! 

In fin dei conti, significa voler bene a se stessi e aver cura di questo tempio dell’anima che è il nostro corpo… E, in quanto donne, sappiamo ancora di più quanto sia importante!

Certo, il rispetto che ritengo dovuto a ogni forma di vita, poi, vale anche per me stessa in quanto essere vivente, quindi preferisco non intossicare il mio corpo con carni imbottite di ormoni e antibiotici… Per la stessa ragione non uso farmaci, controllo le etichette dei cosmetici e cerco di comprare verdure di stagione, preferibilmente prodotte a km 0. Certo, tutto questo costa un minimo di impegno, di contro però non ho un raffreddore né un mal di testa da tempi immemorabili, dormo benissimo, mi sveglio ben riposata e di buonumore e mi sento nel pieno delle forze! È una scelta che mi sento di consigliare. Limitare al massimo il consumo di carne è comunque già un primo passo importante!

 

Proveremo a pensarci sicuramente, in ogni caso è un gran bello spunto per riflettere… Grazie Costanza e… Buon 8 marzo a noi!!!