Perdiamoci…

Ebbi in prestito una chitarra classica di battaglia. Stava lì, la tenevo sul letto, la guardavo spesso, ma la toccavo poco e la suonavo ancora meno. Mica facile iniziare da sola e tanto tardi, quando imparare una cosa totalmente nuova richiede un impegno che non ha nulla a che vedere con quello dei primi anni di vita… Ma spesso mi andava anche solo di pizzicare due corde e tenerla sottobraccio, almeno l’avevo vicina al cuore! Come il buongiorno all’asilo della suora al pianoforte o il body rosa nello zainetto del pomeriggio: la musica non mi abitava, ma mi sedeva accanto dacché ero nata…  

Beccavamo spesso una di quelle rigide serate invernali in cui dopo l’ora della cena nessuno mette il naso fuori. (Se fa troppo freddo, per un popolo caldo capita che una media cittadina resti come senza sangue, intirizzita dal gelo che svuota le arterie stradali).  Quando eravamo quasi arrivati in vetta incontravamo spesso la coltre di nebbia fitta e arrivare in cima era come scalare l’Olimpo.  Giunti all’ostello, scendevo dalla macchina con la sciarpa e il berretto a mo’ di passamontagna. Percorrevo il breve sentiero di breccia in discesa e facevo lo slalom tra gli alberi della pinetina antistante il locale. Varcavo il grande tappeto peloso e all’entrata venivo investita da una vampata alle guance per lo sbalzo di temperatura dall’esterno all’interno.

 Passati i primi minuti, il  corpo si acclimatava, riprendeva calore e il sangue ricominciava a fluire.

 Poi, si spegnevano le luci e si accendeva l’anima!

Ed erano spruzzi di colore nelle tonalità del blu, con rintocchi a tono di blues. Erano tetti bassi e poltroncine scomode, ma faceva caldo e il tepore umano trasudava dai muri spessi della baita.

Non sapevi se erano gli sbuffi di fumo delle pipe in combustione, o il neon dei fari puntati sul palchetto, ma l’aria sapeva di tabacco e nuvole… Dopo il soundcheck, iniziava il viaggio.

Figure, quasi stilizzate dalle ombreggiature delle luci, si muovevano  tra le note. Talvolta si avvicendavano anche gruppi diversi, ma era sempre una grande avventura per chi stava al di là e per gli spettatori al di qua. Tra gli altri, anche mio padre ed io. Sì, io, avevo 7, forse 8, anni e quello era il nostro appuntamento più o meno settimanale con la musica vera. Era il suo “let’s get lost” presso uno dei pochissimi luoghi della città in cui si faceva dal vivo anche un po’ di jazz… Adesso quel luogo l’hanno chiuso e il jazz là non lo fa quasi più nessuno.

Di solito, in quelle giornate di eventi musicali, chissà come, terminavo i compiti puntualissima, prima di cena. Me la si poneva come condizione indiscussa: “se finisci tutto, stasera vieni con me all’ostello della gioventù”, mi diceva papà. Ed io non me la perdevo per niente al mondo quell’occasione.

Non so bene cosa mi spingesse a quei tempi. Non so se a quell’età capissi davvero quel genere di musica, ma educava orecchie gentili e mi faceva sentire importante tra gente adulta. Ero la mascotte di quegli organizzatori gonfi di spaghettate notturne, di quei  musici dalle dita ingiallite e dalle voci rauche. Era un po’ per la poesia che vi avvertivo, credo, e anche per la gioia che mi procurava l’orgoglio di mio padre che mi mostrava agli amici come un trofeo. Il tempo trascorso con lui non torna indietro e adesso, dopo anni di distanza non solo fisica, talvolta lo rimpiango con nostalgia.

Ricordo che mi piaceva guardare il volto di mio padre perdersi tra suoni che solo una decina di anni dopo ho intuito cosa significassero in sé, e ancora chissà quanto li dovrò riascoltare per capirli davvero.

Tra i momenti più belli c’erano i tragitti di ritorno verso casa, quando riascoltavamo il disco del gruppo che si era esibito quella sera. Tra i più divertenti poi c’erano quelli delle spiegazioni sussurrate tra un pezzo e l’altro in scaletta, quando chiedevo cosa fossero la tazza per la tromba o le fruste per la batteria.  Tra i più esilaranti, invece, quando me ne uscivo con riflessioni da bimba sul non capire a cosa servisse esattamente il basso, “visto che si sentiva così poco”… E lì papà  tra il serio e il divertito si stupiva di come io non mi accorgessi di quanto quelle quattro corde riempissero i vuoti, amalgamassero tanti strumenti diversi e li sostenessero tutti contemporaneamente. L’ho capito dopo. Ma allora ero piccolina e, a volte, dopo una giornata di scuola, se non trovavo il posto in prima fila, mi stancavo ad ascoltare dalle ultime, senza riuscire a vedere, perciò talvolta quelle musiche diventavano ninna nanne a cullare il sonno che la mezzanotte iniziava a conciliarmi.

A quel tempo ero tante cose insieme: ero bambina, scolaretta, fan di papà e spettatrice di una musica che non possedevo, toccavo appena.  Beh, in realtà, è quello che sono ancora adesso. Un po’ bambina. Ancora studentessa. Sempre fan. E solo spettatrice. Ma ora so che quella è l’eredità più grande che mio padre potrà mai lasciarmi. Ben più fruttuosa di qualsiasi altro bene materiale. Il mio vero piccolissimo tesoro.

 

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