Life is sweet

25 aprile 2014 era il giorno tanto atteso; una data simbolo scelta per una liberazione dai plurimi significati. Ieri infatti, oltre a festeggiare l’anniversario della liberazione dell’Italia dal regime nazista, tanti estimatori musicali hanno festeggiato l’uscita del primo singolo di un inedito trio.

Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè, amici nella vita e sul palco, hanno deciso di intraprendere un viaggio insieme. Dopo percorsi su vie parallele e incontri agli stessi incroci, finalmente, tutti e tre con lo stesso pulmino sulla stessa strada.

Il brano è stato accolto con entusiasmo e felicità al cubo, soprattutto da chi li ha sempre amati anche singolarmente. Un amalgama di metalli preziosi in cui ciascuno dei tre ha mantenuto comunque la sua caratteristica distintiva. Lo hanno fatto, credo, soprattutto attraverso il testo (che viene riportato nel video, ma che ho trascritto anche qui sotto). Soprattutto dalle parole, si evince la presenza identitaria di ciascuno dei tre: c’è il pensiero filosofeggiante di Gazzè, c’è la riflessione intimista di Fabi e ci sono il collettivismo e la condivisione di Silvestri (sempre un po’ più acceso da fervori politici).

Distesi (o sdraiati, come direbbe qualcuno) e pensosi, incuranti del passare del tempo, consapevoli anzi della sua relatività, ci si chiede piuttosto quale sia la meta del viaggio… Una partenza che indugia ancora un po’ prima della salita, in attesa che le ruote si liberino dal fango… Una partenza è comunque una fortuna, tra l’altro siamo in tanti (ricordiamocelo per sentirci meno soli), tutti importanti, e insieme e più vicini potremo essere anche più forti.  Peccato che restiamo comunque un po’ lontani… Soprattutto per incomunicabilità e incomprensioni verbali (sospetto io).

Perciò,  dove le parole, da sole, non possono, spesso può la musica…Quella del trio poi sicuramente.

Dietro all’ottimismo del titolo e  alla leggerezza dell’arrangiamento, ci sono matura(ta) consapevolezza e propositività realista. Una canzone per chi voglia ripartire da nuovi punti di vista, ricordando che in fondo, anche se l’aria non è più la stessa, bisognerebbe ogni tanto passeggiare a piedi nudi con le scarpe in mano…la vita è dolce!

Ecco il testo:

Disteso sul fianco, passo il tempo, passo il tempo, fra intervalli di vento e terra rossa

cambiando, cambiando prospettive, cerco di capire il verso giusto, il giusto slancio per ripartire (Gazzè).

Questa partenza è la mia fortuna, un orizzonte che si avvicina,

sotto il mio camion c’è la mia cucina

e intanto aspetto, aspetto, aspetto… che il fango liberi le mie ruote, che la pianura calmi la paura, che il giorno liberi la nostra notte, tutti insieme tutti insieme (Fabi)

Ma tutti insieme siamo tanti, siamo distanti, siamo fragili macchine che non osano andare più avanti. Siamo vicini, ma completamente fermi. Siamo i famosi istanti divenuti eterni.

E continuare per questi pochi chilometri sempre pieni di ostacoli e baratri da oltrepassare, sapendo già che tra un attimo ci dovremo di nuovo fermare. (Silvestri)

Da qui passeranno tutti o non passerà nessuno, con le scarpe nelle mani, in fila ad uno ad uno…

Da qui passeranno tutti, fino a quando c’è qualcuno perché l’ultimo che passa vale come il primo…

Life is sweet

Un ponte lascia passare le persone,

un ponte collega i modi di pensare,

un ponte, chiedo solamente un ponte per andare, andare, andare… (Gazzè)

 

E non bastava già questa miseria… Alzarsi e non avere prospettiva e le punture quando viene sera e la paura, la paura… (Fabi)

 

E’ la paura che ci arresta, che ci tempesta, non insetti che volano, ma proiettili sopra la testa,

è una puntura, ma direi che è un po’ diversa… La cura c’è, ma l’aria non è più la stessa (Silvestri) 

E continuare non è soltanto una scelta, ma la mia sola rivolta possibile… Senza dimenticare che dopo pochi chilometri ci dovremo di nuovo fermare (Silvestri)

Da qui passeranno tutti o non passerà nessuno, con le scarpe nelle mani, in fila ad uno ad uno…

Da qui passeranno tutti, fino a quando c’è qualcuno perché l’ultimo che passa vale come il primo…

Life is sweet

A prescindere dal tempo che è un concetto qui inutilizzabile, mi basterebbe avere un posto giusto da raggiungere (Gazzè)

Da qui passeranno tutti, fino a quando c’è qualcuno perché l’ultimo che passa vale come il primo…

Life is sweet

 

In attesa del tour che li vedrà protagonisti (tutti e tre insieme) prossimamente, noi ci godiamo il loro primo singolo!

#LifeIsSweet è diponibile su Itunes:
https://itunes.apple.com/it/album/life-is-sweet-single/id860608063

 

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"Improvvisazione 26" di Vasily Kandinsky, 1912

Jam session /on

Image: “Improvvisazione 26” di Vasily Kandinsky

Certe jam session sono segreti di felicità a breve termine!

Certa musica improvvisata lì per lì, su due piedi, che esca perfetta così come la si sta facendo per la prima volta, resta comunque unica.  Si potrà provare a rifarla uguale, ma con tutto lo zelo e l’impegno possibili, non verrà mai identica a prima.

L’improvvisazione è, di per sé, sempre irripetibile e acquista un valore immenso proprio per quel suo essere, letteralmente, una tantum*!

Tanti pezzi, passati poi alla storia, sono nati dalla registrazione (a volte pure casuale) di un’improvvisazione eccellente che andava conservata a tutti i costi.

Il grande spettacolo nel cielo dei Pink Floyd è uno di questi, ad esempio. La voce femminile che sentite aveva del tutto improvvisato, giocandosi la seconda occasione che il gruppo le aveva accordato (dopo una prima registrazione non proprio soddisfacente)…   Ancora oggi non esiste al mondo una sola eco di quella Clare Torry in “The great gig in the sky”!

Perciò, pur  essendo io, per indole, una Sregolata… Una delle mie pochissime certezze, voglio scriverla qui.

 Piccola regola per la vita, IMPROVVISATE!

…SEMPRE.

 

 

 

*ebbene sì, dobbiamo sfatare un comunissimo errore linguistico. “Una tantum”  non vuol dire “una volta ogni tanto”, ma “una volta soltanto”! Una e mai più.

Stream of consciousness

Image: “Nudo sdraiato, a braccia aperte o Nudo rosso” di Amedeo Modigliani

Nichilismo. Questa sera con un amico si parlava di nichilismo…

Ma era davvero questo l’argomento? Davvero è il nulla che vediamo in questa vita a darci la forza di andare avanti per inerzia? Mi definiva una nichilista perché, secondo lui, ero giunta alla realizzazione del nulla di questa esistenza e della mancanza di una motivazione forte che ci spinga a vivere.

Non mi definisco una nichilista, al massimo una grande relativista. Una che ha compreso la vuotezza di qualsiasi programma e l’insignificanza di progetti ansiogeni. Non perché non siano realizzabili. Forse sarebbe più affascinante conseguirli magari creandoli strada facendo… man mano che le persone incrociate lungo il cammino avranno aggiunto la propria virgola al testo, una  nuova pennellata sulla tela laddove c’era un vuoto, un bianco di troppo da colorare.

Iniziavo a pensare che Seneca avesse torto su tutta la linea.

Iniziavo a credere che non servisse una rotta precisa in base alla quale cercare il vento favorevole, ma che, al contrario, il vero segreto fosse ricalcolare il percorso al cambiare dei venti.

All’occorrenza, mettersi anche controvento.

All’estremo, tirare i remi in barca.

O abbandonare la nave e proseguire via terra.

 

Mi hai ridato vita, mi hai ridato la vista! Dove qualcuno poteva vedere immaturità e voglia di non crescere, io vedevo la troppa lucidità di un uomo che sapeva abbastanza sul mondo e su come gira, su come non smetterà di ruotare attorno allo stesso asse.

Solo una minoranza girerà attorno a un altro asse. Quello della troppa ragione che ha ucciso tutti i mostri possibili e adesso vede ovunque dei fantasmini mascherati da paure.

Vorrei tu fossi un maestro, il mio, e di quanti non vedono la bellezza di questo mondo nel suo precario equilibrio, la vertigine che lo rende tanto magico e curioso, tanto fantastico da essere nuovo a ogni pagina, tanto interessante da essere riletto ogni volta con pupille giovani, con occhi nuovi e vergini.

E’ lì il segreto ed io l’ho rifatto mio finalmente.

Adesso non mi scapperà più… Vorrei un figlio per insegnargli quanto sto imparando.

Vorrei il tuo sguardo addosso per sentirmi donna come ogni volta sai farmi. Le tua dita su ogni centimetro della mia pelle.

Vorrei poterti dire che ho un cuore che ti accoglierebbe ogni volta che tu lo vorrai, un cuscino che avvolgerebbe le tue membra, un’ anima fedele che ti sarebbe amante, sorella e amica. In cui potresti rifugiarti, riposare e rigenerare.

Vorrei dirti per una volta sii il mio artigiano e rimodellami simile alla tua immagine ideale di donna, forgiami come mi vorresti e rendimi migliore.

Non chiedo altro…

Ma ho voglia di viaggiare,

vedere il resto del mondo,

i poveri delle favelas,

la Cina sporca

e il Giappone esteta…

Vorrei visitare l’India che si bagna nel fiume

e ascoltare i lupi indiani ululare alla luna.

 

Mi hai ridato la vita.

 

Quando mi trovo vicino a te mi sento sicura, rasento il tuo limes, sfioro l’anatomia dei tuoi contorni, annuso la tua energia.

E mi sento ricaricare.

Mi sento padrona di una terra che solo per caso ci ha posti in questo stesso angolo di mondo.

 

Ma tu tutto questo lo sai.

Tu che sai regalare una speranza, dare fiducia e instillare generosità. Tu che raccatti un randagio, gli apri la tua casa e gli dici non c’è fretta, resta con calma e va’ via quando vuoi.

Una musica può fare.

Il 6 aprile scorso, a Roma, nel parco di San Sebastiano adiacente all’ Angelo Mai altrove occupato è accaduto qualcosa di magico.

Il centro sociale è, purtroppo, sotto sequestro dal 19 marzo per associazione a delinquere [https://biancalba.wordpress.com/2014/03/20/angelo-mai-adesso-davvero-occupato/].      Così nell’attesa che qualcuno sveli l’arcano dietro a questa vicenda e che “il nostro caro Angelo” torni al più presto a volare, tantissime persone si sono attivate per la realizzazione di una giornata fuori dall’ordinario… Un altrove appunto, per quanti sognano un mondo diverso, fatto di leggi umane, ma soprattutto di grandi ideali. Nessun eccesso, nessun estremismo… nessuna utopia! E’ accaduto tutto per davvero. Si è respirata l’aria buona di una caldissima giornata primaverile nello stile anni ’70 e si è ascoltata musica dal vivo, suonata dai professionisti che si sono avvicendati, senza interruzioni, per ben più di dieci ore. La piccola collinetta che lì si erge appena è stata il palco improvvisato per uno spettacolo che ha acceso nuovi desideri, ha creato nuovi incontri e ha dato concretezza a quanti sognano ancora, con i cuori tra le nuvole e i piedi sull’erba.

Una grande dimostrazione di quanto un gruppo, che condivide stesse idee e stesse visioni  del mondo, possa fare senza nuocere a nessuno e senza violare leggi divine! Autodeterminismo, autocontrollo, autogestione sono state le parole segrete per questa macchina umana dall’ingranaggio perfetto. Non si può descrivere la bellezza  che sono riusciti a creare artisti, organizzatori, fonici e tutti i collaboratori di buona volontà. I bambini hanno giocato, i giovani si sono divertiti in allegria e spensieratezza, qualche adulto è pure venuto a curiosare, forse nella voglia di rivivere qualche ricordo.

Tutto questo è stato possibile soprattutto grazie alla presenza massiccia degli artisti che sono andati in soccorso. Oltre ai tanti musicisti “di casa”, Piero Pelù (trovandosi a Roma) ha voluto aprire il concerto con un fuori programma, mentre gli Afterhours sono venuti giù da Milano appositamente… Manuel Agnelli ha detto “noi non siamo qui perché siamo con l’Angelo Mai, ma perché siamo dell’Angelo Mai”, e a Roberto Dell’Era  è sembrato di “vedere una piccola Woodstock”.

Insomma una giornata che non aveva niente da invidiare al caro e vecchio Concertone del Primo maggio… Anzi, io che in Piazza San Giovanni ci sono stata quasi sempre negli ultimi anni, posso dire che questo è stato ben più rilassante e godereccio di certi bagni di folla tra scalmanati in preda a crisi esaltate, che rubano zaini sfuggiti per un secondo allo sguardo vigile del proprietario, che distruggono i bagni chimici messi a disposizione e riducono le aiuole a un campo di bottiglie di vetro (quando va bene). Ma si sa, è così, c’è bisogno di sfogare un po’ di rabbia giovane, e divertirsi come se non ci fosse un domani  a volte è necessario. Eppure questa domenica al parco San Sebastiano non c’erano ambulanze, nessuno è andato in coma etilico o si è fatto male per qualche botta durante una pogata. Non c’erano transenne né divisioni tra chi conta e chi no e ciascuno ha contribuito con la propria presenza. Però c’erano i blindati della polizia…

Il grande Giorgio Gaber diceva “libertà è partecipazione”, e domenica al Parco San Sebastiano la partecipazione è stata tanta e di tanti, ed effettivamente un po’ liberi ci siamo sentiti.

Speriamo si capisca che movimenti culturali dal basso ed eterotopie non vanno demonizzati né repressi per paura del libero pensiero. Piuttosto vanno accolti e riconosciuti, probabilmente con regolamenti ancora da  definire…  Magari da “rubare” ad altri paesi europei, dove esperienze simili sono ormai perfettamente integrate.

Per farvi un’idea di cosa è successo domenica, guardate questo video-riassunto…

 

Siamo animali metafisici

Un tempo ebbi l’ardire di chiedere al mio allora compagno: “ma tu… PERCHé mi ami?”

Nessuna risposta scontata, tipo “perché sei intrigante/bella/sexy/sensuale/hai un bel carattere/ sai come prendermi/ sai farmi stare bene/accanto a te mi sento un re”… o qualsiasi altra risposta scontata!

Neppure “non c’è un perché, ti amo e basta”.

La risposta fu “perché vorrei che fossi TU la madre dei miei figli”.

Penso che in quel momento io abbia considerato quella come la più bella dichiarazione d’amore, senza eccezioni.

A parte i mille “io ti sposo” davanti agli scaffali del supermarket (cosa che, sinceramente, a un certo punto, aveva iniziato a darmi preoccupazione), credo che da e per quella risposta, io lo abbia amato un po’ di più. Quello che venne dopo, è un’altra storia.

Resta il fatto che in quel momento io pensai che fosse la dichiarazione d’amore più bella che potesse esistere. Lo credo tuttora. Ma (al contrario di allora) non penso che mettere al mondo un essere umano sia un gesto tanto intelligente…

Lo facciamo, né più né meno, come gli animali. Per istinto (quando amiamo qualcuno), per egoismo, per compagnia, per caso, per usanza e convenzione dopo un matrimonio, e per continuare la specie.

Con o senza amore, con o senza presupposti, con o senza denaro e, soprattutto, con o senza l’equilibrio (personale) necessario a dei genitori che possano garantire una vita decente all’eventuale nascituro… Perché si decide di procreare?

Torno a rispondermi (e senza alcuna novità nella mia riflessione): siamo animali. Ma in qualche modo, ci è stata inflitta la pena più gravosa esistente… la coscienza.

La consapevolezza delle nostre piccole miserie quotidiane fatte di peccatucci, rimorsi, sensi di colpa, inesattezze, imperfezioni, bassezze morali.

Mettere al mondo un figlio (e parlo da figlia), non significa insegnargli quanto è bello vivere, ma quanto dovrà convivere con tutta la sporcizia e come  dovrà accettarla se non vorrà restare un “bambino”, cieco dalla nascita.

Non basteranno religioni, filosofie, assoluzioni, perdoni e riconciliazioni con se stessi o con altri; saranno solo necessari, ma non sufficienti.

La consapevolezza della coscienza umana (pulita o sporca che sia) è la crux desperationis più grande che la Natura ci ha dato. La condanna a un’eterna imperfezione che scava strati di ragionevolezza per una lotta vana contro idee inafferrabili all’umano.