MIA MADRE

Quasi mai vado al cinema per dei film che dubito possano piacermi, quasi sempre mi capita di fare una prima scrematura, così è stato quando ho scelto “Mia madre“. Nell’attesa che la pellicola arrivasse nelle sale cinematografiche avevo guardato il trailer, letto tutte le anticipazioni possibili e ascoltato le interviste ufficiali al cast e al regista. A questo proposito, ammetto di avere più di un debito con il vecchio Moretti; tuttavia non mi è dispiaciuto affatto incontrare Giovanni Moretti prima ancora di conoscere bene Michele Apicella.

Tra le recensioni lette – cosa che mi diverte fare solo dopo la visione del film – una cosa su tutte ho trovato vera: il regista stavolta si è fatto da parte e si è seduto accanto al personaggio. E – cosa ben più interessante – si tratta sempre di un personaggio declinato al femminile: da Margherita (alter ego di Moretti), alla madre (LA donna per eccellenza, interpretata da una bravissima Giulia Lazzarini, attrice di teatro della vecchia scuola), fino alle tre sceneggiatrici con le quali Moretti ha scritto a più mani. Oltre alla matrice autobiografica della storia, quelle voci femminili hanno permesso di rendere “Mia madre” un film scritto, fatto e diretto “mente sensuque”. Sì perché c’è la mente – quando Moretti non tace gli episodi più crudi e realistici delle degenze in ospedale o del decorso di una malattia – e poi c’è l’anima ma senza eccessi di retorica. A parte forse quel “a domani“. Come se fosse necessario alla speranza per l’elaborazione di un lutto, inevitabile come per certi temi antropologici: più l’argomento è universale e più rischi di cadere nella banalità. Nessuna banalità invece per Moretti che, con la sua capacità di scandagliare l’animo umano, riprende le scene più semplici ma anche più profonde che seguono a una perdita tanto importante.

Che ne sarà di quei Tacito e Lucrezio?” si chiede Margherita tra le lacrime. La separazione più dolorosa è proprio con gli oggetti e i ricordi: “dove vanno a finire tutti quegli anni di studio?”, l’analisi logica e il dativo di possesso… La vera sepoltura è dentro gli scatoloni. Cosa ne avranno fatto? Alla fine li avranno lasciati in bell’ordine sugli scaffali, li avranno traslocati altrove, li avranno venduti o regalati agli ex alunni della madre?

Come affrontare separazioni simili? Moretti ripercorre e analizza questi pensieri anche attraverso flashback e parentesi oniriche, tutti modi di rivedere i rapporti con gli altri e pure con se stessi. Oltre che con sua madre ovviamente, quella donna che nel film è sempre la “mamma” e solo nel titolo è “madre”.

In una scena Turturro grida “voglio tornare alla realtà, non ne posso più del cinema. Questo sarà il mio ultimo film“. Spero non sia una malcelata anticipazione del regista, perché è proprio attraverso il cinema che Moretti ci riporta alla realtà. Sebbene sia quella più triste, un domani ci sarà sempre. Scriveva il filosofo Edgar Morin“Sono consapevole che l’umanità non possa avere accesso all’immortalità, ma credo che si possa conquistare una amortalità, vale a dire la privazione della mortalità per un tempo indefinito” (da L’uomo e la Morte)

I’M A NEET!

Per la consueta abitudine di condividere la nostra vita sui social, anche io oggi ho voluto rendere i miei contatti di Facebook partecipi di una piccolissima parte della mia giornata.

Questo il post pubblicato:     ScreenShot_20150423182424

In relazione all’esiguo numero di amicizie virtuali che conto su Facebook, il mio pensiero sarà giunto sulla bacheca di pochi. Tra questi ultimi la maggior parte non lo ha neppure letto, qualcuno sì, ma è andato oltre e pochissimi invece hanno dato il loro like. Riflettendo su tutto ciò, mi sono però chiesta a un certo punto se quei pochissimi avevano davvero colto la sfumatura amara dell’ironia data da quell’esclamazione finale. Infatti nel caso in cui, non sapendo cosa significhi, avessero dato a “NEET” un bel significato, avrebbero frainteso il mio messaggio. Mi sono allora resa conto che non fosse così scontato che tutti conoscessero lo scioglimento dell’acronimo…

Perciò farò un po’ di chiarezza su questo neologismo di importazione anglofona, preso in prestito per etichettare una categoria di giovani del tutto nuova, nata dall’esito di questa meravigliosa crisi che stiamo attraversando.

Per i curiosi, il documento in questione era un foglio in cui la sottoscritta dichiarava di non essere iscritta ad alcun corso di studio, di non essere una lavoratrice e di non essere iscritta ad alcun corso di formazione, tirocinio etc…

N.E.E.T.= Not in Education, Employment or Training

Detto in parole povere? Significa che sei un nullatenente, che non sei più uno studente – e quindi i tuoi genitori sono eventualmente liberi di non darti più un euro – e che sei in “età da lavoro, ma non lavori”, cioè sei inoccupato. Fate attenzione, non “disoccupato” – colui che prima aveva un lavoro, adesso no – ma “inoccupato” (cioè UN CONTRATTO DI LAVORO NON HAI IDEA DI COSA SIA!).

Detto in parole ancora più povere?! Sei qualcuno che ha a che fare con “ex”, “in-” e “not”… Insomma il nulla.

Qualcuno direbbe “goditelo finché puoi!”.

A me sembra quasi un’offesa.

La luce giusta.

Ieri sulla Terra qualcuno ha fatto la sua prima apparizione nel mondo.

Una luce, una nascita, un nuovo inizio, una nuova vita… La Felicità!

Cara Bianca,

era l’alba e la tua mamma ha travagliato un bel po’ per darti alla luce,

ma ha dimenticato tutto nel momento in cui ti ha preso tra le sue braccia.

Quello che è iniziato per te ieri potrà sembrarti qualche volta un piccolo percorso a ostacoli,

ma, proprio da quegli ostacoli, imparerai che la vita è l’unico viaggio che valga davvero la pena fare…

Per tutte le prime volte in cui sarai o farai qualcosa,

ma anche per le seconde o le terze volte che saranno più belle delle prime.

Invece tu, cara mamma,

dimentica tutte le volte in cui hai pensato sarò capace di crescere una figlia?

Come le insegnerò a sopravvivere in questa giungla?

Ci vuole coraggio, è vero, ma sarà anche lei a infondertelo!

Dimentica le paure e guarda quel corpicino respirare…

Non pensi che sia il tuo atto creativo più riuscito?

Dentro di te, mamma, si sono formate quelle braccia e quelle gambe,

tu le hai dato quella bocca e quegli occhi…

Quale divino demiurgo avrebbe potuto fare meglio?!

Quella lì è la tua Opera più bella.

Coniugare il presente.

Quando impari a parlare al tuo animale domestico

e a dare un po’ di amore senza pretendere nulla in cambio…

Quando il tempo per te non è più un dominatore

né un nemico né un estraneo, ma un compagno di giochi…

Quando finalmente abbandoni le manie di controllo su tutto

e impari a lasciare andare, senza per questo evitare di impegnarti…

Quando i turbamenti non sono più ostacolo alla felicità,

ma complementi di essa stessa…

Quando capisci che da sola puoi avere tanti sogni,

ma riuscire a farne uno in due è meglio…

Quando ti senti al sicuro tra le sue braccia

perché lui è proprio quella casa che ti manca…

Quando il tuo senso dell’orientamento ti abbandona,

ma perderti non è più un problema perché sai ritrovare la strada maestra…

Quando un’amica o una sorella tornano a sapere leggerti negli occhi…

Quando i tuoi genitori hanno bisogno di essere coccolati

e più si fanno curvi, più hanno bisogno che tu ripeta loro quanto li ami…

Quando perdi, ma, stringendo quel tanto che ti è rimasto, sai che sopravviverai e

che il futuro arriverà comunque, in un modo o in un altro…

Quando, durante il volo, la vita dall’alto non ti fa più paura,

non più di quanto te ne faccia guardarla dalla terraferma…

Questo, tutto questo, non può forse chiamarsi FELICITÀ?!