Obiettivi

(Ph. Julia Trotti)

Oggi percorrevo a piedi la via fino alla fermata dell’autobus. Di solito tengo lo sguardo fisso a terra: noto se la strada è lastricata di sampietrini o asfaltata da poco e se le strisce sono sbiadite o fresche; faccio caso alle mattonelle di un marciapiede o alla pavimentazione di una piazza. Insomma minuzie di poco conto. Poi, siccome non mi va che per caso, osservandomi, qualcuno possa pensare che – poiché guardo in basso – sono insicura e ho una personalità passiva, ogni tanto getto qualche occhiata anche in alto. Agli androni degli ingressi aperti, ai prospetti delle case o alla gente.

Oggi ho tenuto lo sguardo più alto del solito e avrei voluto chiedere a ogni persona incrociata sul cammino: Mi scusi, posso farle una domanda?

Al trentenne che fuma e va su e giù per il balcone misurandone il perimetro; al nonno a passeggio col nipote per mano; alla coppia stretta nell’abbraccio; al cinquantenne in cravatta con gli auricolari alle orecchie; alla mamma che spinge il passeggino e al badante cileno col vecchio sottobraccio…  Avrei voluto interrompere le loro attività o i loro pensieri e avrei voluto chiedere a ciascuno di loro: Ma lei è felice? Probabilmente nessuno avrebbe risposto un sì secco – forse – così io avrei poi detto: Beh, faccia in modo di esserlo. A ogni costo. 

Oggi riflettevo sul perché tendiamo ormai sempre più spesso a metterci davanti a un obiettivo. Ho capito che, a parte i momenti di narcisismo imbarazzante e di manie del culto della propria immagine, il motivo è uno solo ed è lo stesso per cui fotografiamo i fiori non appena ce li regalano o mettiamo per iscritto un pensiero passeggero.                                     Ebbene non siamo piante sempreverdi e non godiamo di buona memoria. Per non dire che avvizziamo come la corolla quando inizia a perdere i petali e dimentichiamo in fretta come scordiamo il nome di un nuovo conoscente pochi secondi dopo che si è presentato.                                                                                                                                                   Tutto questo però, anche se fa paura, non ha nulla di triste. Se fossimo eterni, ci roderebbe la stessa invidia che gli dei dell’Olimpo nutrivano verso i mortali. La vita terrena invece ha sempre il fugace sapore dell’imprevedibilità che, sì, talvolta ci esalta, talvolta ci distrugge. Proprio per questo l’ultima cosa che ho pensato oggi è stata che quando uno è felice, non deve temere di dirlo.

Se un giorno ti guardi intorno e c’è il sole e tutto è pieno di luce, bisogna essere felici.

E se un passante sconosciuto ti facesse la domanda, allora bisognerebbe rispondere: Sì, sono felice!

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