Cosa richiede un trasloco?

Cosa richiede un trasloco. Nervi saldi e cuore leggero?! Forse anche un pizzico di incoscienza. Altrimenti sai che tristezza, nonostante l’entusiasmo che può attenderci per il cambio di scena.

Le pareti sono state scartavetrate e ricoperte di vernice. Ripulite da foto, poster e tutto quello che negli anni vi era stato appiccicato come per dare identità a una stanza tornata adesso troppo bianca. Che sa di luce nuova, ma odora di usato.

I vestiti dentro alle valigie, i libri e gli oggetti dentro ai pacchi. Il borsone della vecchia palestra è ancora nuovo, potrà servire. Le coperte di lana e il piumino li tengo, le lenzuola di flanella saranno buone per qualche povero senzatetto. Portagioie e scatole dei ricordi: davvero ho bisogno di tutta questa roba nella nuova casa? Certo quanto accumuliamo per ricordarci dove siamo stati e cosa abbiamo fatto il 25 aprile, chi abbiamo incontrato quel 19 gennaio e cosa abbiamo trovato quel 20 settembre…

La selezione perciò si è resa necessaria. Un veloce inventario dei libri e le dispense collezionati: questo lo conservo, quello non voglio aprirlo mai più. La cernita degli indumenti sepolti negli armadi: questo mi sta ancora bene, l’altro non voglio vederlo mai più. Le cose ci incatenano, come dice Loredana Lipperini sull’arte del distacco in cui ricorda, di Mariangela Gualtieri, una bellissima poesia che ho scoperto grazie a lei, poche settimane fa.

Adesso da questo attichetto mansardato – in cui, tra gli altri, sono passati anche cinque anni della mia vita – scrivo l’ultimo post, con questa connessione internet che si autodistruggerà alle 00.01 del 28 settembre 2015, ed Esercizio del trasloco me la sento cucita addosso.

Adesso che ho iniziato a contare le ore, su “La porta si chiude per l’ultima volta”, il cuore un po’ mi trema. Per fortuna, di euforia.

Il tempo qui non è stato
che un pezzo di cartone,
un sobbalzo. La porta
si chiude per l’ultima volta.
Il fascio di forze domestiche
il genio del luogo
saluto ora con ringraziamento.
A tutto ciò che tace perfettamente
e che sempre qui dentro ha taciuto
a ciò che non appare
in questa casa vuota
e resta come in larga attesa.
A questo punto del mondo, alto sulla città vecchia
a questa cuccia di luce e conforto
in cui abbiamo amato meglio che potevamo
e dormito bene nella sua pace
e fatto tutte le cose umane
delle vite, al mio cuore
senza tristezza che tutto saluta
contento, come esercizio
di distaccamento, come grande
scuola del trasloco e del suo lasciare la presa.
Vi lascio, cose.
Il vostro mancarmi sia la melodia
che ora mi guida:
La schiena liberata dal peso
stia dritta in attesa
della più alta impresa.
Il bastarmi del poco e del niente che serve.
E il resto sia vuoto. Sia intesa
con tutto ciò che non pesa.

Esercizio del trasloco, di Mariangela Gualtieri.

Ciao ciao domenica

La settimana scivolata con orari di ufficio, tra incontri coi colleghi e impegni privati. Il venerdì con il lavoro seguito da concerti prolungati in lunghissime serate tra amici.

Il sabato di hangover e poi la domenica. Che nemmeno ai tempi della scuola, tra catechismo e compiti. La semplicità di un ritmo che, per il momento, non suona affatto male, anzi suona benissimo.

La sveglia ritardata e il brunch dell’una. La pila di vestiti sulla sedia e le paia di scarpe sotto la poltrona. Le lavatrici e le pulizie del fine settimana. La toelettatura e la passeggiata domenicale.

Fermarsi in piazza ad ascoltare l’orchestrina di un’accademia musicale, mangiare un pezzo di pizza e chiudersi in un cinema lasciando fuori il resto del mondo.

Un cartone animato* che ci ripensi e dici: “geni maledetti!” Uno di quelli che sono film di animazione per gli adulti, con quella psicologia che, forse, avrebbe fatto invidia pure a Freud. Una di quelle storie semplicissime, che hanno a che fare con le emozioni. Come tutto, del resto. Però ti aiuta a ricordare che per Gioia è necessaria Tristezza. 

E allora mi viene in mente il favoloso Leopardi e il Sabato del villaggio e … Banalità simili.

Mentre l’ultima sigaretta della settimana fuma al fresco della terrazza, si alza l’eco lontana di qualche piano bar che fa più o meno così:

Buona domenica, tanto tua madre non capisce,
continua a dirti “Ma non esci mai?
Perché non provi a divertirti?”
Buona domenica, quando misuri la tua stanza,
finestra, letto e la tua radio che
continua a dirti che è domenica.
Ciao, ciao domenica, passata a piangere sui libri …

Che poi uno ci ripensa e il ricordo di quelle domeniche fa venire i brividi, di fronte a questa semplice normalità. Eppure che fatica guadagnarsela! E tenersela stretta! Poi magari inizia a non bastarti più nemmeno quella… E allora facciamo che per il momento va benissimo così, che è bello finché dura, se dura.

Ciao, ciao domenica!

*”Inside out”. Assolutamente consigliato!

In balìa degli umori

C’è una differenza sostanziale tra parola pronunciata e parola scritta. Parlando essa si carica di valori fonetici, sonori, ritmici che nella  pagina non ha perché ingabbiata in schemi che nella scrittura sono più stretti: bisogna inserire interpunzioni, correggere ripetizioni e aggettivi esasperati, curare le pause. Lo stesso avviene tra la pagina e la recitazione -come mi ricorda Albertazzi – “Il teatro non è una pagina. Parte da essa, ma è tradimento, è violenza, stupro rispetto alla pagina, altrimenti non è nulla, non funziona e ciascuno può leggerla per conto suo”.

L’ultima volta che ho pubblicato qualcosa qui era il 28 luglio e adesso mi tremano quasi le mani. Lo so avevo detto che avrei chiuso questo blog. Ma sarà che non sono nota per la mia coerenza – piuttosto per i miei sbalzi di umore e i cambi repentini di idee – sarà che era quasi agosto e avevo bisogno di una pausa, sarà che a furia di pensare e pretendere troppo da se stessi, si finisce per stancarsi e arrendersi.

Sta di fatto che qualcuno dei miei pochissimi lettori ha manifestamente espresso dispiacere per il post precedente e questo mi ha riempito di gioia: sì è vero, scriviamo per noi stessi, ma in segreto vogliamo tutti essere letti – o l’Italia non sarebbe il paese in cui pochi leggono e tutti vogliono scrivere.

Infine c’è che questo tempo grigio, l’aria piovosa e l’autunno alle porte, mi fanno sentire vuota senza il mio spazio da riempire e, nell’uggia di questa domenica pomeriggio, qualcuno mi ha fatto ricordare che “Biancalba” può essere un bel posto in cui tornare. In questi giorni di pausa poi ho scoperto la bellezza delle cose e dei posti abbandonati e, chissà, forse anche questo mio piccolo luogo merita che io lo recuperi.

Allora eccomi di nuovo qui, pronta a qualsiasi commento, preparata a ogni conseguenza. Ma come farmi perdonare delle sciocche paturnie?  mi sono detta.

Ho pensato di regalare qualcosa che non ho mai pubblicato per intero. E allora eccola! Nessun taglio, nessuna revisione.

Era il 21 gennaio del 2011 ed era la prima intervista della mia vita. Intervistavo il Maestro Giorgio Albertazzi e tremavo come una bambina al primo giorno di scuola.

Buona lettura!


Hotel zona Parioli, puntuale entro nella hall. Comunico al portiere il mio arrivo, fa una chiamata, “Può salire, il Dottor Albertazzi la sta aspettando”.

Mi tornano in mente delle parole che ha pronunciato su se stesso… “Sono la persona più disponibile che io conosca!”, perciò mi  faccio forza, d’altronde è ciò che desidero.   Salgo in ascensore insieme a una ragazza che si ferma al mio stesso piano, “Sei tu la ragazza che fa la tesi su Marguerite Yourcenar?” – mi dice -, è l’assistente di Giorgio Albertazzi.  Stanza 315, viene alla porta la segretaria, con la quale ho già parlato per chiedere quest’incontro. Ci fa entrare in un breve corridoio, oltre, eccola che si schiude l’immagine del Maestro seduto sulla poltrona del salottino con le gambe accavallate. Stava leggendo e adesso ha fissato il dito indice tra le due pagine, a mo’ di segnalibro, in un gesto che mi ricorda quello di Don Abbondio all’apertura de “I Promessi Sposi”. Ci saluta e ci invita ad accomodare sul divano. Lo posso ammirare da vicino come ho sempre desiderato, notando, come immaginavo, che nasconde perfettamente gli anni che ha. Quell’uomo sta lì davanti ai miei occhi nell’atteggiamento altero che gli conferisce la vasta esperienza, il grande bagaglio culturale, la capacità di affabulare storie rintracciando la piena attenzione dei suoi ascoltatori e il fascino di un eloquio sempre perfetto, mai fuori tono, mai fuori luogo. I primi minuti in quella stanza non sono molto nitidi, un po’ offuscati da un leggero stordimento. Forse se ne accorge, in ogni caso inizia col parlottare con le due allieve, che hanno preso posto di fronte a noi,  chiacchierando di questioni di ordine pratico: sembra sia in corso un trasloco e che si debba trovare una adeguata libreria per i numerosi scatoloni di libri.  Sbrigata la bisogna, si volge a guardarmi, forse da quando sono arrivata lo sta facendo solo ora per la prima volta, e con un mezzo sorriso chiede:

Che vuole questa ragazza?

Sono venuta a rubarle del tempo! Sto preparando la tesi su Marguerite Yourcenar…

Ah, tutta la Yourcenar?

L’idea era partita da “Memorie di Adriano”, poi ho esteso il campo anche ad altri libri.

Sempre di Yourcenar?

Sì, l’intento di base è studiare il suo approccio ai personaggi e  confrontarlo alla presentazione di se stessa nelle autobiografie.

Per quanto riguarda Memorie di Adriano mi pare che lei, anzi sono sicuro, era ragazzina, aveva 16 anni su per giù, e andando a Villa Adriana con la famiglia aveva preso degli  appunti perché era rimasta molto colpita da questo posto fantastico, un luogo magico, una città che Adriano ha fatto ricreando una piccola Atene, visto che lui era di cultura greca. Questi appunti li ha messi dentro una cassa e li ha ritrovati vent’anni dopo. Allora ha pensato in un primo tempo di fare una biografia in terza persona, poi ha pensato di fare una cosa teatrale e poi finalmente – lei dice proprio così in un’intervista – ha deciso di dare voce ad Adriano in prima persona. Questo perché c’è un’analogia tra lei ed Adriano.

Anche se a lei non piaceva che le si dicesse “Adriano sei tu”.

Eh lo so, non piace a nessuno; anche io rispondo che non è vero, quando mi dicono che sono Adriano! Secondo me, comunque, nessun’altra tra le sue opere vale quanto Memorie di Adriano, qui c’è un’ispirazione continua e attraverso il monologo ha dato al libro una marcia in più. In parte è vero che ha fatto una scrittura teatrale: si è messa nelle condizioni di quello che parla di se stesso. Dove riflette sui sensi, sulla cultura in generale, sull’amore, soprattutto quello sessuale verso Antinoo, lì è più felice che altrove. Nella parte militare, seppur forte, invece, ad eccezione dell’elogio funebre in onore di Traiano, è meno felice. Là è lei stessa che parla.

Non a caso il periodo felice con Antinoo lo classifica “Saeculum Aureum”. Lei trova che nell’amore assoluto, puro, di Adriano si possa rivivere l’amore che la Yourcenar ebbe per Grace Frick?

Assolutamente sì! Non avrebbe potuto scrivere quelle cose lì.  Credo siano pensieri che lei attribuisce all’imperatore, giustamente, ma che in realtà siano più di lei che oggettivamente di Adriano. Adriano aveva -lei lo sottolinea- un’insofferenza tremenda per il peso dell’amore per il quale anche lei provava un forte fastidio. Però tu hai usato un aggettivo improprio: “puro”, non so se tu intenda “spiritualità”, parola che tra l’altro non amo molto, ma discutiamone perché Adriano vede Antinoo e si innamora della carne. Nelle prime parole che pronuncia quando in Siria fanno una lettura e vede questo ragazzo sul bordo della vasca mentre con la mano sfiora l’acqua…C’è proprio quest’idea fisica! L’amore per Antinoo non ha nulla di platonico!

E’ solo che spesso c’è un non so che di pudico nell’esprimere l’amore carnale. Anche Yourcenar, idee che sembrano molto sue molte volte le fa pronunciare ad un personaggio maschile, perché?

Sì, c’è un personaggio femminile in Memorie di Adriano, quando lui si innamora di questa…

…Prostituta…

Non è tanto una prostituta, quanto un’etera! Anche se in questo caso una forma di prostituzione  c’è, perché lei lo fa per i soldi quindi potrebbe sembrare … Adriano dice “non mi piacque mai come quel giorno!”: quando le portò i cinquemila sesterzi che lei gli aveva chiesto, una cifra enorme per quel tempo, “lei si mise seduta a contarli, io non esistevo più” dice. Adriano in quel momento si esalta, si eccita. Una cosa va detta: Marguerite Yourcenar è una donna che per amore ha sofferto parecchio, non ha avuto amori facili nella sua vita. Quelli che ha avuto li ha convinti tutti sul piano intellettuale. La sua seduzione non poteva essere sul piano fisico, visto che non era di certo bella, anzi, direi, vagamente ripugnante! Questo non vuol dire nulla, però, perché le donne sono capaci di compensare con altro. Voglio dire, positivamente, che hanno un ventaglio di pulsioni erotico-sentimentali che un maschio neanche immagina!

A proposito dei personaggi femminili, mi chiedevo: che cosa sarebbe successo se avesse preso come protagonista non Adriano ma Plotina?

Ti sei posta una bella domanda. Yourcenar ha preso Adriano anche perché lui ha un potere omosessuale forte che per i latini era comunque usuale e non una cosa straordinaria com’è per noi adesso, malgrado tutta la libertà sessuale post ’68. A quei tempi era assolutamente normale, si trattava di pederastia. Eh! Se avesse fatto Plotina la protagonista, sarebbe stato proprio un altro libro, avrebbe dovuto intanto spiegare perché non ha mai avuto alcun rapporto con Adriano. Neanche con la moglie Sabina, che era bellissima, Adriano ha mai avuto un reale rapporto, probabilmente perché si sentiva oppresso da questo matrimonio quasi obbligato. E’ così sia per gli uomini che per le donne con un certo bisogno di libertà: l’amore coniugale finisce col diventare una gabbia. Non che si sentano prigionieri, però la convivenza crea loro automaticamente dei doveri, insieme ai diritti. Neanche Adriano, allora, poteva sopportare tutto ciò, secondo me, il concetto di libertà appreso in Grecia ne faceva un personaggio estremamente libero. «Il peso dell’amore, come quello di un braccio teneramente appoggiato sul petto, a poco a poco si faceva pesante» fa dire ad Adriano e credo che questo l’imperatore possa averlo pensato. (Come in Picasso[1], c’è l’idea di un amore che uccide, che può portare fino al suicidio). Quindi in questo caso vanno analizzati Adriano e Yourcenar perché ciò che la unisce all’imperatore è proprio il rapimento dei sensi e l’insofferenza del legame. Yourcenar si trasferisce, sì, in America dove passa lunghi pomeriggi discorrendo di letteratura con Grace Frick, ma c’è sempre una certa sofferenza quando il rapporto diventa soffocante. Marguerite Yourcenar è così, è lì la chiave di lettura.

Quindi è stata una chiave anche per lei nella rappresentazione di Adriano?

Sì, certo! Io faccio sempre così: i testi li leggo superficialmente, ad esempio Memorie di Adriano non l’ho letto tutto, certe parti all’inizio del libro le ho trovate noiose e le ho tralasciate, però ho centellinato tutte le interviste di Marguerite Yourcenar. Quando leggi le interviste capisci proprio com’è lei, quando dice la verità e quando no, qual è la parte diaristica personale e quale invece quella in cui mente. D’altronde la letteratura è fondamentalmente menzogna, piuttosto adombra la verità.

Yourcenar, poi, è multiforme, variabile, a volte contraddittoria…

C’era grande abilità in lei, forse le veniva dalle origini, dalla famiglia, dal modo in cui è cresciuta… Ah, eccolo lì Adriano, il copione di scena, lo porto sempre con me[2]! Comunque tu prima hai sfiorato una cosa interessante: c’è da domandarsi – me lo domando anch’io, non è che abbia una risposta- perché non ha raccontato Adriano dalla prospettiva di Plotina, poi se l’amore di Yourcenar è quello di Plotina per Adriano, quello di Adriano per Antinoo, o entrambi. Yourcenar non spiega mai che rapporto ci sia esattamente tra Plotina e Adriano, ad esempio non si sa bene se l’imperatrice favorisca l’elezione di Adriano solo per il bene dello stato o anche per altro. Bisognerebbe indagare anche sui rapporti tra Plotina e Traiano, ma è difficile capirlo solo dall’accenno dopo la morte di Traiano, quando lei riparte con le altre donne per Roma, Yourcenar la descrive ferma, impassibile…

…stoica!

Sì, il fatto che non pianga e non dica niente vuol dire praticare lo stoicismo romano, che è un costume morale. In Yourcenar, poi, c’è anche Antinoo, è quello il tipo d’amore che l’ha fatta soffrire, perciò credo proprio che lei abbia vissuto sia l’amore sensuale sia quello intellettuale. Si potrebbe indagare più a fondo, ma senza dubbio l’opera in cui di più si rispecchia la sua concezione amorosa è Memorie di Adriano.

Esuliamo adesso dal tema amoroso. Per quanto riguarda la libertà religiosa Yourcenar riesuma una frase dall’epistolario di Flaubert che è cara anche a lei, credo: «Quando gli dei non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo».

Sì, io la penso proprio così.

Crede che Yourcenar sia riuscita a rappresentare questo uomo solo?

Lei ha tentato di farlo certamente, non lo so se ci è riuscita, però colloca Adriano al centro di questo momento felice dell’umanità. Quando dico quella frase, non tutti sono d’accordo, ma io sostengo che le religioni siano un freno allo scatto dell’uomo alla scoperta di se stesso attraverso l’uso del cervello. Le religioni ottundono, a mio parere, e anche Marguerite Yourcenar la pensava così, infatti, non c’è un’opera in cui la preghiera rappresenti un elemento salvifico, mai! Non è propriamente atea, semplicemente non c’è dubbio in lei, non si pone il problema perché dire che Dio esista è arbitrario quanto dire che non esista.

Nei Taccuini di appunti[3] Yourcenar sostiene che attraverso il romanzo si debba necessariamente passare, ma probabilmente quello stesso scritto nel XVII secolo sarebbe stato una tragedia e nel periodo del Rinascimento un saggio. Che valore ha avuto oggi l’idea di Maurizio Scaparro di proiettare le registrazioni a Villa Adriana alternate alla recitazione dal vivo, perché questa forma di teatro oggi?

Anche questa è una domanda interessante, ma è molto complicata la risposta. Intanto è stato notevole l’adattamento di Jean Launay, uno scrittore francese indicato da Gallimard che ha i diritti delle opere yourceriane. All’inizio noi ci stupivamo di come collegasse quei frammenti senza consecutio logica, ma lui diceva che veniva tutto da sé. Scaparro, poi, non ha fatto una regia volta alla creazione di un personaggio, semplicemente mi guardava vivere e da lì è venuta quest’ispirazione. Nel mio lavoro c’è un processo alchemico, non si tratta di un’interpretazione, è una specie di visione, di animazione! Io non sono di quelli che restano folgorati dal personaggio e se lo portano dietro, c’è una totale superficialità in me, senza profondità.

Un rapporto “molecolare” l’ha definito.

Sì.

 (Racconta a questo proposito un piacevole aneddoto e alla fine ironizza sulla presunta follia che avrei potuto attribuirgli per quelle parentesi ludiche. Personalmente, le ho giudicate di pura giovialità, quale si addice ad un grande attore. Comunico che per me è stato un onore stare al suo cospetto, che mi aveva folgorata già durante uno spettacolo a Segesta. Qui si illumina, apre una descrizione quasi impressionistica di quel teatro magico che a lui ha provocato tante emozioni)

L’imperatore Adriano, riflettendo sulla vecchiaia sostiene che  non sia una scusante alla perfidia umana quanto, piuttosto, un’aggravante. Mi tornano in mente certe sue parole al termine di uno spettacolo: «Ci vuole più talento a diventare anziani senza essere adulti».

Non è mia, ma di Jacques Brel[4], è la “Chanson de les amants”. La stessa cosa dice Picasso: «Ci vuole molto tempo per diventare giovani», o ancora: «Ci ho messo quattro anni per dipingere come Raffaello e tutta la vita per dipingere come un bambino», cioè a non disegnare più, questa è bellissima secondo me!

E’ passata un’ora, l’intervista è andata per le lunghe, perciò, fatta la foto col Maestro, ringraziamo e ci congediamo.

Ripiombo nel caos della città, catapultandomi nel coacervo di strade, mi lascio alle spalle un’esperienza unica. Preciso e paziente alle mie domande, non riesco a immaginare che quel consumato  frequentatore di stanze d’albergo è passato anche in quella di “Hotel Adriano” dove Yourcenar aveva soggiornato. Ha riconfermato di essere il più grande attore teatrale italiano e ha superato qualunque aspettativa.

Ho avuto il piacere di sentirlo recitare un passo di Memorie di Adriano e  di vedere dal vivo i fogli originali del copione[5]  dello spettacolo.  Egli confessa di lasciare sempre un’ impronta di sé nel testo, infatti quel dattiloscritto reca qualche correzione, consigli sul tono della voce o su un atteggiamento da enfatizzare, appunti su luoghi e date delle repliche europee, dato che, con successo, ha portato Memorie di Adriano in giro per ben vent’anni. Quest’opera è particolarmente cara anche a lui[6], non tanto perché egli si  “cali”[7] nel ruolo dell’imperatore, quanto perché, a suo dire, questo è il più grande romanzo di Marguerite Yourcenar. Il Maestro ha curiosato tra le vicende della scrittrice, si è documentato sulle sue interviste e la trova una grande persona: passionale (se mi si passa il termine, ormai  retorico, nel modo più letterale possibile), libera, controcorrente, amante della bellezza. Esattamente come Adriano. Per Giorgio Albertazzi Adriano è Yourcenar, o meglio Yourcenar è Adriano. La riflessione di Albertazzi verte soprattutto su come Yourcenar ami e partorisce questo  chiaro quesito: la natura dell’Amore della scrittrice verso la compagna Grace Frick era più affine a quello sensuale di Adriano per Antinoo, a quello intellettuale tra Adriano e Plotina o, piuttosto, ad entrambi? E’ difficile, quanto interessante, trovare la risposta. Yourcenar è una a cui piace camuffare personaggi, contraddire idee e manipolare date, nulla è certo anche se lei così vuole che appaiano le sue parole: certe. D’altro canto il grande attore mi insegna che un testo può falsare la realtà, che la letteratura non è mai davvero obiettiva, neanche nella forma più impersonale, che un personaggio è effimero e il teatro è una visione onirica passeggera.

[1] Albertazzi sta preparando uno spettacolo su “Picasso” che andrà in scena nei teatri italiani a Marzo 2011, con la regia di Antonio Calenda.

[2] Mentre parla ad un certo punto, quasi gli fosse capitato in orbita ruotando gli occhi, mi indica  il copione di Memorie di Adriano  riposto sul tavolino davanti a noi.

[3] Si veda M. Yourcenar, Memorie di Adriano seguite dai taccuini di appunti,  Einaudi, Torino 2005.

[4] Jacques Brel (1929-1978) è stato un cantautore belga di lingua francese, da molti fu considerato anche un poeta per l’espressività dei suoi testi. E’ ricordato per canzoni come Ne me quitte pas, La chanson des vieux amants o Le moribond. Inoltre molti suoi pezzi sono stati interpretati da artisti italiani come Franco Battiato, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Patti Pravo e altri.

[5]Alcuni di questi sono stati fotocopiati ed inseriti in Adriano. Ritratto di una voce., Minimum fax, Roma 2007, il libro con il testo adattato da Jean Launay per lo spettacolo,  accompagnato dal dvd delle riprese a Villa Adriana.

[6] Si veda Giorgio Albertazzi in Una narrazione ancora parlante, Apeiron Editori, Roma 2003, p.11.

[7] Un’espressione “calarsi in un personaggio” che Giorgio Albertazzi trova impropria per un attore, “Io, al massimo, mi sarò calato qualche volta da una finestrella bassa” dice con sagace ironia.

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