Linea Gialla

Quale barriera potrà mai davvero dividere gli esseri umani?

Foto scattata il 29/11/2015, presso Metro A di Roma.

Titolo: “Di mitra ammainati e punkabbestia questuanti”

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Autunno

Come quando

poteva accadere

e infatti accade.

Come quando

potrebbe accadere di nuovo

e non sai dove né come.

Come se

la mia città fosse in guerra

e il mio vicino sempre un sospettabile nemico.

Come se

accadesse anche a noi

non solo agli altri.

Come se

la vita fosse appesa a un filo.

Come le foglie di un albero in autunno.

Come sempre,

a ben pensarci.

Un par un (tutti per uno)

La notizia mi arriva da Sara, tipo doccia fredda. In un’atmosfera totalmente conviviale e del tutto leggera. Ha il viso scuro, rabbuiato, resta come alienata per più di dieci minuti con lo sguardo fisso sul cellulare. “C’è stato un attentato a Parigi” – esterna dal nulla – “al Bataclan stanno accoltellando gli ostaggi uno per uno. Sto chiedendo ai miei amici se stanno bene”.

No, non dirò nulla su come la penso, su domande future e letture mantiche degli scenari possibili. Ché a noi comuni mortali non è dato sapere dei piani mondiali. Però vorrei che ci dicessero davvero chi/cosa è stato, che ci tranquillizzassero su quanto potrebbe succedere in una qualsiasi fermata metro o in un teatro o in un stadio.

Dal canto mio, non riesco neppure a raccontare cosa si è scatenato dopo questo orrore. Dopo la notizia di Sara, ho aperto due, tre, quattro, decine, di articoli in un paio di giorni. Venerdì notte ho chiuso gli occhi sull’ennesimo “Parigi data alle fiamme” e l’ultimo pensiero prima di dormire è stato: ci risiamo! Quanto vorrei che non esistessero le religioni.

Il giorno dopo ho pensato: “ma perché, davvero ci entrano le religioni? Dopo anni di storia sui libri, poi sui giornali, credo ancora che la fede ci entri qualcosa?”

Le proporzioni del problema, con le relative minacce, si sono chiarite quando ho riaperto testate online, sulle quali cresceva il numero dei morti dichiarati e si affastellavano i discorsi dei grandi capi di stato. Sui social la situazione era – chiaramente – più nebulosa che mai. L’hashtag #PrayForParis era il primo nei top trend di Twitter. Mentre su Facebook ho provato un po’ di sdegno per le foto con la bandiera francese, per i nastri neri e gli account a lutto. Ma proprio grazie a Facebook si è saputo che amici e conoscenti a Parigi stavano bene. E proprio dal suo profilo personale Benjamin Cazenoves – uno dei testimoni dell’attacco terroristico al teatro parigino –  scriveva:

 paris1

“Sono ancora al Bataclan. Primo piano. Ferito gravemente. Che ci aiutino il prima possibile. Ci sono dei sopravvissuti all’interno. Stanno giustiziando tutti, uno per uno! Primo piano in fretta!!!”

paris2

“Vivo. Solo dei tagli… una carneficina … Cadaveri ovunque”.

Morire di terrore, non si può. Non i giovani. Non in uno stadio o a un concerto, non a una fermata metro, non nei luoghi del quotidiano.

Io mi sono alzata stamattina, e ho salutato un nuovo giorno. I morti del Bataclan non si sveglieranno mai più. I sopravvissuti, chissà.

Falce e livella

Per una pura casualità – credetemi, anche se risulta difficile perfino a me – lunedì scorso mi è capitata un’avventura che non solo ha dato continuità al post della settimana precedente, riguardo al viaggiare con i mezzi pubblici, a povertà e ricchezza, ma si è tinta di toni all’inizio macabri, poi tragicomici. Infine, nel riportarla a chi mi chiedeva cosa mi fosse successo, si è conclusa in grasse risate.

Sì, perché mi trovavo nella prima periferia di Roma Nord per beghe burocratiche, divenute un’odissea che, per fortuna, si è conclusa felicemente nell’arco della settimana. La mia meta, stando all’indirizzo trovato su internet, era l’ufficio inps di Montesacro e, stando anche al percorso che l’atac mi consigliava di fare, la dicitura “Inps” sul tabellone della fermata mi confermava l’incontrovertibile presenza dell’edificio nel raggio di cinquanta metri. Ma in realtà non c’è nulla di incontrovertibile in questa vita, eccetto una. Così, chiedendo a un paio di passanti, vengo a scoprire che in realtà quell’ufficio non ha più sede lì, da ben tre anni.

Ah. Ora io non vorrei tanto commentare il fatto che non sia stata eliminata dal web qualsiasi traccia dell’indirizzo precedente. La notizia non è che il trasferimento di un ufficio pubblico non venga messo in evidenza a caratteri cubitali sul web, o che io sia stata poco attenta o troppo superficiale nel fidarmi del primo risultato trovato su google. La notizia è che quella dicitura “inps” sulla fermata ti trae terribilmente in inganno, è obsoleta e, soprattutto, sono tre anni che nessuno si è preoccupato di cambiarla.

Comunque, in preda al panico, temendo di non farcela entro i – ristrettissimi – orari di apertura, mi fiondo nuovamente alla fermata per tentare di arrivare alla sede col nuovo indirizzo. Scorgo un autobus che so circolare da quelle parti e ho la malaugurata idea di beccarne la coincidenza prendendo il primo che passa. Per intenderci, la scelta di non tornare indietro dal lato opposto a quello di arrivo era consapevole e ponderata.

Caso vuole che il primo autobus che arriva è un “C qualcosa” e – leggo al volo sul tabellone – passa anche da una strada che mi torna utilissima. Si ferma in corsa e salgo al volo. Tiro un sospiro di sollievo e mi dico, “potrei anche farcela!” Non avevo considerato però che nella fretta non avevo guardato la direzione. Insomma in un battibaleno mi sono ritrovata non so bene dove. Quando ho iniziato ad avvertire la certezza di aver sbagliato strada, stavo già scarrozzando tra “via dell’ossario” e “via dei cipressi”.

Avrei voluto maledire e punire la mia sbadataggine, avrei voluto piangere e gridare: “fatemi scendere!” Ma per andare dove? pensavo poi. L’autista nel frattempo mi consigliava di arrivare al capolinea e ripartire con un altro che mi avrebbe ricondotta sulla via. Così ho tenuto il broncio per un po’ e poi ho preso con filosofia quei 20 minuti di passeggiata dentro al Cimitero Flaminio.

Bello è bello, non c’è che dire. Tombe ben adornate, niente arnie di loculi ammassati a grattacielo, ma croci interrate alla moda inglese. C’erano persino le bandiere: qualcuno era stato romanista, qualcun altro laziale. Qualcuno aveva molti fiori, qualcun altro un po’ meno. Qualcuno aveva la cappelletta privata, qualcun altro solo una croce. Ad ogni modo, di là ora sono tutti uguali, pensavo.

Nel frattempo sono arrivata al capolinea, ho chiesto delucidazioni sul tragitto di ritorno a un autista che ne sapeva meno di me e a un collega – che ne sapeva meno di lui – rispondeva “nun lo so! Io ho chiesto ae vecchie!” Probabilmente non riesco a rendere qui la piega comica che l’intoppo aveva preso, ma, mentre prendevo coscienza del fatto che la C degli autobus C(2/3/6) sta per “cimitero”, mi sentivo dentro a un film di Verdone. E non vi dico come avrei voluto ridere nel momento in cui mi sono ricordata che proprio quel lunedì era il 2 novembre! Giorno della commemorazione dei defunti.

Mi sta bene, pensavo, questo è il karma. Sono anni che non vado più al cimitero, ora ci sono capitata, nolente, e nel giorno dei morti, per giunta. Mi sta bene, tutta presa dal ricordo di Pasolini, ho dimenticato che, in queste giornate, il must, l’intramontabile, sta su quel libretto di poesie che i miei mi regalarono nel Natale del ’99, o giù di lì. In quegli anni divoravo al massimo “Pollyanna“, che adoravo per il suo gioco della felicità, o “Piccole donne“, dove simpatizzavo ora per la dolce Meg, ora per il maschiaccio Jo. Ma ‘A livella e Poesie d’amore di Antonio De Curtis no, a quell’età nemmeno riuscivo a leggere e capire il napoletano! È un regalo di Natale, è il ’99 e io sono ancora una bambina. Alla domanda “ti è piaciuto il regalo?”, nonostante mi avessero spiegato che libro fosse, risposi con un sonoro e sincero “no!”.

Sì, sì, deve essere stato il karma.

P.S. Riporto di seguito la poesia – bellissima – di Totò e allego il video.

“Ogn’anno,il due novembre,c’é l’usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll’adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.

Ogn’anno,puntualmente,in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch’io ci vado,e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo ‘e zi’ Vicenza.

St’anno m’é capitato ‘navventura…
dopo di aver compiuto il triste omaggio.
Madonna! si ce penzo,e che paura!,
ma po’ facette un’anema e curaggio.

‘O fatto è chisto,statemi a sentire:
s’avvicinava ll’ora d’à chiusura:
io,tomo tomo,stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

“Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno
ardimentoso eroe di mille imprese
morto l’11 maggio del’31”

‘O stemma cu ‘a curona ‘ncoppa a tutto…
…sotto ‘na croce fatta ‘e lampadine;
tre mazze ‘e rose cu ‘na lista ‘e lutto:
cannele,cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata ‘a tomba ‘e stu signore
nce stava ‘n ‘ata tomba piccerella,
abbandunata,senza manco un fiore;
pe’ segno,sulamente ‘na crucella.

E ncoppa ‘a croce appena se liggeva:
“Esposito Gennaro – netturbino”:
guardannola,che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!

Questa è la vita! ‘ncapo a me penzavo…
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s’aspettava
ca pur all’atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo stu penziero,
s’era ggià fatta quase mezanotte,
e i’rimanette ‘nchiuso priggiuniero,
muorto ‘e paura…nnanze ‘e cannelotte.

Tutto a ‘nu tratto,che veco ‘a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse ‘a parte mia…
Penzaje:stu fatto a me mme pare strano…
Stongo scetato…dormo,o è fantasia?

Ate che fantasia;era ‘o Marchese:
c’o’ tubbo,’a caramella e c’o’ pastrano;
chill’ato apriesso a isso un brutto arnese;
tutto fetente e cu ‘nascopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro…
‘omuorto puveriello…’o scupatore.
‘Int ‘a stu fatto i’ nun ce veco chiaro:
so’ muorte e se ritirano a chest’ora?

Putevano sta’ ‘a me quase ‘nu palmo,
quanno ‘o Marchese se fermaje ‘e botto,
s’avota e tomo tomo..calmo calmo,
dicette a don Gennaro:”Giovanotto!

Da Voi vorrei saper,vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir,per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!

La casta è casta e va,si,rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava,si,inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la Vostra vicinanza puzzolente,
fa d’uopo,quindi,che cerchiate un fosso
tra i vostri pari,tra la vostra gente”

“Signor Marchese,nun è colpa mia,
i’nun v’avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa’ sta fesseria,
i’ che putevo fa’ si ero muorto?

Si fosse vivo ve farrei cuntento,
pigliasse ‘a casciulella cu ‘e qquatt’osse
e proprio mo,obbj’…’nd’a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n’ata fossa”.

“E cosa aspetti,oh turpe malcreato,
che l’ira mia raggiunga l’eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!”

“Famme vedé..-piglia sta violenza…
‘A verità,Marché,mme so’ scucciato
‘e te senti;e si perdo ‘a pacienza,
mme scordo ca so’ muorto e so mazzate!…

Ma chi te cride d’essere…nu ddio?
Ccà dinto,’o vvuo capi,ca simmo eguale?…
…Muorto si’tu e muorto so’ pur’io;
ognuno comme a ‘na’ato é tale e quale”.

“Lurido porco!…Come ti permetti
paragonarti a me ch’ebbi natali
illustri,nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?”.

“Tu qua’ Natale…Pasca e Ppifania!!!
T”o vvuo’ mettere ‘ncapo…’int’a cervella
che staje malato ancora e’ fantasia?…
‘A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella.

‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?

Perciò,stamme a ssenti…nun fa”o restivo,
suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”

Antonio De Curtis

“Accattone”

Nel corso della settimana mi capita di trovarmi stipata nella metro durante l’ora di punta – quella dell’uscita dagli uffici e del ritorno a casa per la cena – e per questo spesso non ho la possibilità di trascorrere la mia mezz’ora di viaggio leggendo. Così, altrettanto spesso, tra un rivolo di sudore lungo la schiena e il corrimano infilzato nel fianco, mi incastro nell’angolino, onde evitare il più possibile il corpo a corpo, e faccio largo ai pensieri.

Ripercorro il lavoro in radio, ammonisco me stessa per qualcosa che ho detto o non detto, faccio l’appello degli impegni in agenda (le questioni burocratiche sospese non hanno quasi mai la spunta a fine giornata) e intanto mi guardo intorno. Osservo, analizzo tic, studio sguardi, indovino stati d’animo sui volti altrui. Ammetto che se qualcun altro lo facesse con me, mi troverei non poco a disagio, ma nella monotonia – talora distensiva, talora noiosa – del viaggio in metropolitana, senza un libro, senza internet, senza musica, senza interlocutori, qualcosa si dovrà pur fare.

Insomma quando è stata una buona giornata, non mi dispiace affatto il bagno di folla. Ma quando l’umore fa le bizze, i trasbordi da un mezzo all’altro si trasformano in un tuffo nell’umanità più variegata. Non percepisco più gesti ed emozioni, ma classi sociali e storie più o meno disperate. Ce n’è per tutte le razze, di tutti i gusti e religioni, di qualsivoglia miasma. In questi casi, l’unico pensiero che ho è: bisognerebbe far provare i mezzi della capitale a signorotti imborghesiti, nuovi ricchi con la puzza al naso e miliardari nati con la camicia.  Così, un viaggio diversi metri sotto terra, in un treno senza scomparti di prima o terza classe. Dove la priorità va data a storpi e anziani, il massimo riguardo a ragazze sole e donne madri.

I tuffi nell’umanità vera sono sempre estremamente educativi. Anche quando sull’autobus ti si siede di fronte un vecchio clochard. Gli occhi non dicono nulla, le mani fuligginose ancora troppo poco, ma tutta quella paccottiglia… Tutti quegli ammennicoli, trascinati in giro per la città, potrebbero parlare per lui. Che sembra un animale bardato per la festa, con grossi anelli taroccati alle dita. Quando prende dall’astuccio un pacco di spillette da balia penso ecco che adesso me ne infilza una nella coscia. E invece la attacca al cappello, accanto alla piuma di uccello e al flyer pubblicitario di una palestra. Chissà dove raccatterà tutte quelle spille; ne ha tante, di tipi e grandezze diverse, forse le colleziona. La più bella è senz’altro quella fucsia, del taschino della camicia. Come a dire, ognuno ha il fiore all’occhiello che può permettersi.