“Accattone”

Nel corso della settimana mi capita di trovarmi stipata nella metro durante l’ora di punta – quella dell’uscita dagli uffici e del ritorno a casa per la cena – e per questo spesso non ho la possibilità di trascorrere la mia mezz’ora di viaggio leggendo. Così, altrettanto spesso, tra un rivolo di sudore lungo la schiena e il corrimano infilzato nel fianco, mi incastro nell’angolino, onde evitare il più possibile il corpo a corpo, e faccio largo ai pensieri.

Ripercorro il lavoro in radio, ammonisco me stessa per qualcosa che ho detto o non detto, faccio l’appello degli impegni in agenda (le questioni burocratiche sospese non hanno quasi mai la spunta a fine giornata) e intanto mi guardo intorno. Osservo, analizzo tic, studio sguardi, indovino stati d’animo sui volti altrui. Ammetto che se qualcun altro lo facesse con me, mi troverei non poco a disagio, ma nella monotonia – talora distensiva, talora noiosa – del viaggio in metropolitana, senza un libro, senza internet, senza musica, senza interlocutori, qualcosa si dovrà pur fare.

Insomma quando è stata una buona giornata, non mi dispiace affatto il bagno di folla. Ma quando l’umore fa le bizze, i trasbordi da un mezzo all’altro si trasformano in un tuffo nell’umanità più variegata. Non percepisco più gesti ed emozioni, ma classi sociali e storie più o meno disperate. Ce n’è per tutte le razze, di tutti i gusti e religioni, di qualsivoglia miasma. In questi casi, l’unico pensiero che ho è: bisognerebbe far provare i mezzi della capitale a signorotti imborghesiti, nuovi ricchi con la puzza al naso e miliardari nati con la camicia.  Così, un viaggio diversi metri sotto terra, in un treno senza scomparti di prima o terza classe. Dove la priorità va data a storpi e anziani, il massimo riguardo a ragazze sole e donne madri.

I tuffi nell’umanità vera sono sempre estremamente educativi. Anche quando sull’autobus ti si siede di fronte un vecchio clochard. Gli occhi non dicono nulla, le mani fuligginose ancora troppo poco, ma tutta quella paccottiglia… Tutti quegli ammennicoli, trascinati in giro per la città, potrebbero parlare per lui. Che sembra un animale bardato per la festa, con grossi anelli taroccati alle dita. Quando prende dall’astuccio un pacco di spillette da balia penso ecco che adesso me ne infilza una nella coscia. E invece la attacca al cappello, accanto alla piuma di uccello e al flyer pubblicitario di una palestra. Chissà dove raccatterà tutte quelle spille; ne ha tante, di tipi e grandezze diverse, forse le colleziona. La più bella è senz’altro quella fucsia, del taschino della camicia. Come a dire, ognuno ha il fiore all’occhiello che può permettersi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...