Gira e rigira

Vi sono mai capitati momenti in cui avete guardato alla vostra vita, ma senza riconoscerla come vostra? Momenti in cui vi siete guardati allo specchio e il vostro riflesso non rimandava la vostra immagine?

Vi è capitato a quel punto di ribaltare tutto e di mettervi a vagabondare per vicoli nuovi, alla ricerca di un’immagine che non vi risultasse deformata?

Beh se ti è capitato, magari sai già come va a finire. Cioè che a un certo punto hai deciso di cambiare canale. E la storia ha preso una piega diversa. Ma ogni tanto capitano dei flashback a ricordarti che non ci sei solo tu; e le piccole interferenze con cui devi fare i conti sono le persone care che non la pensano come te. Basta una discussione da vecchio copione, il solito disaccordo che si insinua, ed ecco che ti sembra che il film sia sempre lo stesso. E di quel film, la fine la conosci già purtroppo.

Stasera, facendo zapping, mi sono fermata a rivedere l’ultima mezz’ora de La gatta sul tetto che scotta… E ho pensato che ogni tanto è bello sapere come va a finire. Almeno nei film.

 

Favolistica-mente

Non so per quale motivo scientifico avvenga, ma che dell’infanzia si abbiano tanti pochi ricordi diretti e, quei pochi, tanto confusi, trovo sia davvero un peccato. In questi ultimi giorni a Radio3 è partito il palinsesto natalizio che prevede, tra le altre cose, una serie di favole. Dalle classiche di Esopo e dei fratelli Grimm a quelle popolari e straniere, raccontate dalle mamme di tutto il mondo. Abbiamo anche chiesto agli ascoltatori di raccontare qual è la fiaba con la quale si addormentavano da piccoli e qual è quella con la quale addormentano oggi i loro bambini. A parte che Radio3, con iniziative simili ma anche con tanto altro, rappresenta la versione radiofonica di come dovrebbe essere il mondo secondo me: libero, aperto, intelligente, evoluto, nostalgico e, di nascosto, emotivamente conservatore. Sta di fatto che anch’io mi sono chiesta con quali favole mi addormentavo da piccola?

Mamma e papà non avevano mai il tempo di leggermele e, che io ricordi, le prime fiabe me le sono letta da sola. Tuttavia ricordo anche che il fine settimana andavo spesso a dormire da una zia, speciale, che le favole me le raccontava, ma – che io ricordi – la storia era sempre la stessa perché non aveva molti libri adatti ai bambini. E neppure quell’unica era proprio adatta a me, se non fosse stato che lei per anni aveva mentito sul finale, costruendo appositamente per me un happy ending da fiaba. Ma lo scoprii solo alle elementari: avevo da poco imparato a leggere e sfogliando Il gran sole di Hiroshima notai che c’erano quasi una cinquantina di pagine in più rispetto alla conclusione che ricordavo. E Sadako non si salvava, ma moriva con la carta dorata tra le mani, appena un attimo prima di completare la centesima gru. Non ricordo se fu più dolorosa questa scoperta o la non esistenza di Babbo Natale.

Ad ogni modo, come tutti i bimbi, adoravo sentire narrare le storie. Ed ero grata a quell’unica zia che con infinita pazienza la sera leggeva sempre le stesse pagine. Prendiamo il leggio? Mi chiedeva ogni tanto, quasi fosse un evento. Perché quel coso stava sempre impacchettato dentro allo scatolo e per usarlo bisognava ogni volta riesumarlo da strati di carta da pacchi. Una delle trovate di mia zia, uno dei suoi mille acquisti per corrispondenza, negli anni in cui i soldi giravano di più e lei collezionava abbonamenti mensili tipo Rakam, Vestro e chissà quali altre diavolerie.

E poi c’era il nonno. Ah il nonno, lo sconosciuto lupo di mare! So troppo poco di lui e di tutte le avventure che avrebbe potuto raccontarmi: di quando approdava in Giappone o salpava per l’America Latina. Ricordo ancora meno delle giornate trascorse insieme, sia perché erano poche sia perché ero relativamente piccola. Eppure c’è un’ultima fiaba che tengo sempre stampata in mente ché – mi aveva ammonito lui durante il pranzo domenicale – non ti devi dimenticare di quanto siano importanti le cose semplici! Non conosco il titolo della storia ma raccontava che un giorno il re di un grande regno chiese alle sue tre figlie quanto lo amassero. La primogenita andò dal padre e disse: padre, io ti amo al punto che, se potessi, ti regalerei il sole. Il re sorrise inorgoglito e baciò la figlia: figlia, tu sì che mi ami davvero. Poi arrivò la secondogenita: padre, io ti amo al punto che, se potessi, ti regalerei la luna. Il re sorrise inorgoglito e baciò la figlia: figlia, tu sì che mi onori davvero. Poi toccò alla più piccola: padre, io ti amo tantissimo e per me sei importante come il sale. Il re si risentì per quanto aveva detto la terza figlia e, convinto che quest’ultima non lo amasse, ordinò che venisse chiusa in prigione. La figlia rinchiusa nelle segrete del castello, fece chiamare il cuoco di corte e ordinò che tutti i pasti del re fossero cucinati e serviti senza sale.                                                                                                           Ovviamente avrete capito come finiva la storia: il re avrebbe chiesto come mai tutte le pietanze fossero tanto scipite e, a quel punto, avrebbe capito quanto la figlia più piccola aveva inteso dire e quanto lei lo amasse. L’avrebbe così liberata e amata più delle altre due.

Lo so è una fiaba popolare, per molti banale, ma mio nonno era un uomo forte, di quelli che se la vita non andava bene, lui la faceva andare bene lo stesso. Mio nonno era un uomo che col mare ci aveva passato tutta la vita e il sale ce l’aveva davvero attaccato alla pelle.

E poi a me le storie dei marinai sono sempre piaciute.

25 secondi

Stava dietro al bancone del bar. Il locale iniziava a svuotarsi più velocemente e la gente entrava a singhiozzo chiedendo giusto un pasticcino, il dolce del dopocena o un amaro digestivo. Gianluca non sembrava risentire delle otto ore di lavoro e continuava a parlarle davanti alla macchina del caffè… Era davvero l’uomo del caffè, probabilmente la fine della serata era il suo momento preferito, quando restava lì da solo con i suoi attrezzi da smontare e rimontare come un bimbo con i lego… Cambiava posto a un bracciolo dopo averlo svuotato, un altro lo smontava, lo teneva per un po’ nell’acqua bollente e poi lo lucidava prima di rimetterlo al suo posto. Una pratica che andava osservata meticolosamente e rigorosamente ogni santo giorno – le diceva Gianluca – e per far venire il caffè migliore del mondo e per non avere problemi con i tizi dell’Asl… lei lo ascoltava, ma l’attenzione iniziava un po’ a scemare finché non aveva iniziato a spiegarle come doveva essere il caffè perfetto. E lei aveva sempre un debole per le cose perfette. L’uomo perfetto, il marito perfetto, la mamma perfetta, lo studente modello,  il lavoratore e il cittadino perfetto, una forma fisica perfetta, una vita perfetta… perciò perché non imparare da un professionista del mestiere qual era il segreto del caffè perfetto?! Gianluca aveva lavorato per tre anni come barista in un centro commerciale di provincia, uno di quei posti in cui venti persone ti chiedono contemporaneamente 20 tazzine di caffè: uno lo vuole macchiato, uno schiumato, un altro lo volevano con una goccia di latte freddo, un altro ristretto, uno in vetro, l’altro in tazzina, ma lungo… Alla quinta variante avevi smesso di ascoltare – raccontava lui – perché ad un certo punto sei tanto sottoposto a stress che non riesci più a distinguere quali ordini ti arrivano e da chi. Il caffè perfetto allora, le stava spiegando del caffè perfetto… Ci aveva anche messo in mezzo i napoletani, farfugliando qualcosa su quello che notoriamente, in Italia, è IL caffè, ma che secondo lui per qualità non corrispondeva alla buona nomea di cui universalmente godeva. E allora? Come doveva essere questo caffè perfetto?, si domandava lei che a tratti rischiava di perdere la pazienza… Si spostava poggiando tutto il peso prima sulla gamba destra, poi sulla sinistra, poi ne incrociava una accanto all’altra, poi si poggiava al bancone, ogni tanto incrociava le braccia sul petto e svagava lo sguardo voltandosi verso la porta come a vedere a che punto della chiusura si fosse. Quando finalmente lui esclamò: 25 secondi! Per fare un caffè perfetto ci vogliono dai 22 ai 28 secondi a partire dal momento in cui pigi il tasto start, se poi riesci a bloccarlo a 25, beh, hai fatto un caffè della madonna!

(non ricordo la data, ma questo scritto dovrebbe risalire più o meno ad aprile 2015)

Oggi pensavo che se, dopo sei mesi di tirocinio a Radio3, dovessi tornare a cercare un lavoro qualsiasi, almeno un caffè so farlo. Grazie a Gianluca che me l’ha insegnato, in un giorno di lavoro in prova. Chi lo sa? Tutto torna.

Sogna ragazzo sogna

È di questi giorni la polemica scatenatasi contro Roberto Vecchioni. Il cantautore, ospitato dalla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo il 3 dicembre, per un incontro sul tema “Educare oggi”, ha avuto parole dure per la Sicilia. Durissime secondo molti siciliani.

Arrivo dall’aeroporto, entro in città e praticamente ci sono 400 persone su 200 senza casco e in tutti i posti ci sono tre file di macchine in mezzo alla strada e si passa con fatica. Questo significa che tu non hai capito cos’è il senso dell’esistenza con gli altri. Non lo sai, non lo conosci. È inutile che ti mascheri dietro al fatto che hai il mare più bello del mondo. Non basta, sei un’isola di merda.

Presto, come era prevedibile, si sono infiammati gli animi del pubblico in aula, indignato per quella che di primo acchito suonava tanto come un’offesa gratuita. Poi la polemica è sbarcata sul web ed è continuata sui social con botte e risposte degli utenti.

Personalmente, sono stata chiamata in causa due volte: in quanto siciliana, mi sono sentita un po’ offesa; in quanto estimatrice del lavoro artistico del cantante Vecchioni, mi sono sentita un po’ delusa. Tuttavia, a un’analisi più attenta, non ho saputo biasimarlo per quel giudizio espresso di pancia e con una punta di rabbia di troppo. Quante volte, presi dall’amarezza, noi siciliani abbiamo esclamato “che isola  di merda”? Personalmente, è sempre stato per rabbia e per amore. Perché i siciliani sono consapevoli della bellezza soffocata di quell’isola. E non parlo solo di mare e spiagge, monti e vulcani, storia e cultura, ma di sogni e gioventù che tanto spesso sono stati messi a tacere con una bella pietra sopra.

Come lei saprà, caro professore, la Sicilia è una terra in cui la meritocrazia è l’unico vero concetto ancora in via di sviluppo. Dove a far fortuna sono spesso persone molto ricche o con le spalle coperte.

Come lei saprà, la Sicilia è da sempre il fanalino di coda del vecchio stivale: nessuna voce in capitolo, sta lì sotto ad accogliere altri emarginati peggio dei suoi. Perché non ha altra scelta e perché un siciliano, che sa cosa vuol dire trovarsi in alto mare, non lascerà mai naufragare un fratello che scappa.

La Sicilia è la terra che ancora oggi qualche connazionale vorrebbe non facesse più parte dell’Italia.

I siciliani sono – riporto i preconcetti più comuni – lenti, svogliati e sonnacchiosi, apatici e ancora troppo arretrati. Sono un po’ tutti mafiosi e anche abbastanza ignoranti. A questi pregiudizi si sta fermi ancora oggi, da decenni.

Ma è altrettanto noto che i siciliani sono anche molto permalosi perciò, caro professore, si tenga forte e prepari le sue migliori scuse! Le serviranno per la Sicilia più oscurantista e bigotta. La Sicilia intelligente e aperta invece avrà compreso la buona fede del suo insulto.

Che ci vuole fare, professore… Noi siciliani abbiamo bisogno di sentirci feriti nell’orgoglio per reagire. Ma io sono fiduciosa: ho visto liceali custodire nelle tasche le parole di Sogna ragazzo sogna come un prezioso promemoria, come un vademecum imperdibile. Giovani di quella stessa Sicilia alla quale per anni i sogni li han portati via, uno a uno.

Se permette, caro professore, “Sogna ragazzo sogna” ci piace un po’ di più.