Favolistica-mente

Non so per quale motivo scientifico avvenga, ma che dell’infanzia si abbiano tanti pochi ricordi diretti e, quei pochi, tanto confusi, trovo sia davvero un peccato. In questi ultimi giorni a Radio3 è partito il palinsesto natalizio che prevede, tra le altre cose, una serie di favole. Dalle classiche di Esopo e dei fratelli Grimm a quelle popolari e straniere, raccontate dalle mamme di tutto il mondo. Abbiamo anche chiesto agli ascoltatori di raccontare qual è la fiaba con la quale si addormentavano da piccoli e qual è quella con la quale addormentano oggi i loro bambini. A parte che Radio3, con iniziative simili ma anche con tanto altro, rappresenta la versione radiofonica di come dovrebbe essere il mondo secondo me: libero, aperto, intelligente, evoluto, nostalgico e, di nascosto, emotivamente conservatore. Sta di fatto che anch’io mi sono chiesta con quali favole mi addormentavo da piccola?

Mamma e papà non avevano mai il tempo di leggermele e, che io ricordi, le prime fiabe me le sono letta da sola. Tuttavia ricordo anche che il fine settimana andavo spesso a dormire da una zia, speciale, che le favole me le raccontava, ma – che io ricordi – la storia era sempre la stessa perché non aveva molti libri adatti ai bambini. E neppure quell’unica era proprio adatta a me, se non fosse stato che lei per anni aveva mentito sul finale, costruendo appositamente per me un happy ending da fiaba. Ma lo scoprii solo alle elementari: avevo da poco imparato a leggere e sfogliando Il gran sole di Hiroshima notai che c’erano quasi una cinquantina di pagine in più rispetto alla conclusione che ricordavo. E Sadako non si salvava, ma moriva con la carta dorata tra le mani, appena un attimo prima di completare la centesima gru. Non ricordo se fu più dolorosa questa scoperta o la non esistenza di Babbo Natale.

Ad ogni modo, come tutti i bimbi, adoravo sentire narrare le storie. Ed ero grata a quell’unica zia che con infinita pazienza la sera leggeva sempre le stesse pagine. Prendiamo il leggio? Mi chiedeva ogni tanto, quasi fosse un evento. Perché quel coso stava sempre impacchettato dentro allo scatolo e per usarlo bisognava ogni volta riesumarlo da strati di carta da pacchi. Una delle trovate di mia zia, uno dei suoi mille acquisti per corrispondenza, negli anni in cui i soldi giravano di più e lei collezionava abbonamenti mensili tipo Rakam, Vestro e chissà quali altre diavolerie.

E poi c’era il nonno. Ah il nonno, lo sconosciuto lupo di mare! So troppo poco di lui e di tutte le avventure che avrebbe potuto raccontarmi: di quando approdava in Giappone o salpava per l’America Latina. Ricordo ancora meno delle giornate trascorse insieme, sia perché erano poche sia perché ero relativamente piccola. Eppure c’è un’ultima fiaba che tengo sempre stampata in mente ché – mi aveva ammonito lui durante il pranzo domenicale – non ti devi dimenticare di quanto siano importanti le cose semplici! Non conosco il titolo della storia ma raccontava che un giorno il re di un grande regno chiese alle sue tre figlie quanto lo amassero. La primogenita andò dal padre e disse: padre, io ti amo al punto che, se potessi, ti regalerei il sole. Il re sorrise inorgoglito e baciò la figlia: figlia, tu sì che mi ami davvero. Poi arrivò la secondogenita: padre, io ti amo al punto che, se potessi, ti regalerei la luna. Il re sorrise inorgoglito e baciò la figlia: figlia, tu sì che mi onori davvero. Poi toccò alla più piccola: padre, io ti amo tantissimo e per me sei importante come il sale. Il re si risentì per quanto aveva detto la terza figlia e, convinto che quest’ultima non lo amasse, ordinò che venisse chiusa in prigione. La figlia rinchiusa nelle segrete del castello, fece chiamare il cuoco di corte e ordinò che tutti i pasti del re fossero cucinati e serviti senza sale.                                                                                                           Ovviamente avrete capito come finiva la storia: il re avrebbe chiesto come mai tutte le pietanze fossero tanto scipite e, a quel punto, avrebbe capito quanto la figlia più piccola aveva inteso dire e quanto lei lo amasse. L’avrebbe così liberata e amata più delle altre due.

Lo so è una fiaba popolare, per molti banale, ma mio nonno era un uomo forte, di quelli che se la vita non andava bene, lui la faceva andare bene lo stesso. Mio nonno era un uomo che col mare ci aveva passato tutta la vita e il sale ce l’aveva davvero attaccato alla pelle.

E poi a me le storie dei marinai sono sempre piaciute.

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5 comments

  1. wwayne · dicembre 20, 2015

    Mi hai fatto tornare in mente questa canzone:

    Che ne pensi?

    • biancalba · dicembre 20, 2015

      Per l'”happy ending”?! Avril Lavigne mi ricorda l’adolescenza più che l’infanzia… Ma ci può stare, se vuoi! 😉

      • wwayne · dicembre 20, 2015

        Esatto, proprio per l’happy ending! 🙂 Grazie per la risposta! 🙂

      • biancalba · dicembre 20, 2015

        Grazie a te per l’attenzione! 😉

  2. E · gennaio 29, 2016

    La storiella del re ricorda l’inizio del Re Lear

    E.

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