Magnanima Grecia

di Luigi Carnevale e Clara Todaro

La parola greca krísis è un termine che tutti comprendono. Eppure nella crisi -stavolta riguardante i migranti- il Governo di Tsipras è ancora una volta lasciato solo. Mentre l’Europa di Bruxelles lavora lentamente a un accordo con la Turchia, che dovrebbe arginare i flussi migratori verso la penisola ellenica, la Grecia somiglia sempre più a un limbo che trattiene migliaia di persone in accampamenti affollati e a rischio malattie. La situazione più grave si registra a Idomeni, dove circa 14.000 persone sono bloccate davanti a un muro di filo spinato che corre lungo i 20 chilometri del confine nord con la Macedonia. Sulle isole sbarcano in media 1.500 migranti al giorno e soltanto ieri cinque persone, tra cui un bambino di 3 mesi, sono annegate mentre cercavano di raggiungere Lesbo. Inoltre da fine febbraio più di 3.000 persone, tra siriani, afgani e iraniani, stazionano al Porto del Pireo di Atene. In una Grecia moderna in cui, nonostante tutto, si respira ancora il motto libertà o morte, questi migranti sembrano proprio volere la prima, anche a costo della seconda.

Così il 5 marzo scorso siamo stati al Pireo per vedere cosa sta succedendo a quanti sono arrivati lì. Quando giungiamo al porto, percorriamo la banchina che porta ai gate 2 e 1, dove è collocata la maggior parte dei rifugiati. Strada facendo, c’è già qualcuno che ha deciso di prendere un pullman e spostarsi verso nord. Altri sembrano invece aver davvero messo le tende: organizzano brevi partite di pallavolo come si trattasse di una semplice ora di ricreazione, entrano ed escono dai bagni chimici come da una toilette privata, strizzano i panni e li mettono ad asciugare sui rami secchi delle aiuole come fossero i fili dello stendino, con scarpe lerce e fuori misura passeggiano su e giù per la marina acciabattando come fossero nel salotto di casa.

Eppure l’odore che ci investe entrando nell’edificio in cui sono montate la maggior parte delle tende è irrespirabile senza una mascherina. Lì dentro è molto buio perché i finestroni sono in alto e non danno abbastanza luce. Non c’è un sufficiente riciclo di aria e già sullo stipite dei portoni ci arrivano miasmi di ogni tipo. Gli odori sono confusi in un misto di sudore e umori di quei corpi addormentati su tappetini da campeggio stretti uno accanto all’altro, riparati da una tenda come unico punto di privacy. C’è anche chi cerca il proprio isolamento per pregare in tranquillità nascondendosi dietro a un camioncino: via le scarpe e si prostra sull’asfalto.

 

 

È passata una settimana da quando sono stati prelevati in mare dalla guardia costiera greca. Sono stati soccorsi dai volontari e hanno ricevuto le prime cure dai medici della Croce Rossa. Se sono malati, adesso, hanno per lo più la febbre – ci spiega Basil purtroppo è difficile a volte portarli in ospedale con l’ambulanza, perché a bordo possono salire solo due-tre persone e loro hanno paura di perdere così il resto della famiglia. Perciò si rifiutano di andare, anche per non perdere ulteriore tempo. Basil è un giovane dentista, uno dei volontari della postazione medica del gate2. Ci ringrazia, risponde gentilmente alle nostre domande e dice: se volete portare qualcosa, che non sia roba già cotta. Quella va a male facilmente e qui di cibo ne abbiamo già tanto da non sapere più dove stiparlo. Accanto alla roulotte dei medici infatti è appena arrivato un camioncino di alimentari e mentre stanno scaricando alcuni pacchi, pensiamo che forse sarebbe il caso di portare un po’ più di cibo a nord, visto che a Idomeni invece scarseggia.

Qui al porto del Pireo molte sono famiglie. Bambini e ragazzi sembrano essere molti di più degli adulti. C’è Alì che scalzo e con le mani sporche scarrozza su un trenino mentre i compagni lo rincorrono invidiosi del suo giocattolo. C’è Zahra – smalto sbeccato alle unghie e gloss trovato chissà in fondo a quale valigia o regalato da chi – che fa la passerella ciarlando con le amiche. C’è Mohammed – tre anni e molta fame – che sulla banchina mangia un panino vuoto, seduto in braccio alla madre che prende un po’ di sole assorta tra i pensieri.

E poi c’è Shaha, venti anni, che è l’unica della famiglia a parlare e capire un po’ di inglese. Quando esce dalla tenda per rispondere alle nostre domande, due uomini si avvicinano a noi. Uno è il fratello, si presenta e ci stringe la mano come si fa tra veri duri. L’altro è il padre, porta alla bocca una sigaretta, la accende e mentre Shaha gli chiede se può fare un’intervista, lui le scuote la testa in segno di negazione. Poi si volge verso di noi senza neppure guardarci e mugugna un perentorio no.

Perciò ci allontaniamo dalla tenda di Shaha e della sua famiglia, ma notiamo che con altri coetanei si sta allontanando dal gate verso la città, così la seguiamo e, una volta lontani dagli occhi del padre, la fermiamo in corsa. Lei ci pensa un po’, dapprima chiede di non essere ripresa in viso e noi le proponiamo di darci le spalle, si consulta con gli amici e il fratello in una lingua incomprensibile, alla fine cede: ok, ok. I’ll do it!

Shaha risponde alle nostre domande, ma non dice nulla che potrebbe comprometterla troppo. Il governo siriano è molto rigido e bisogna pesare le parole da non dire. Lei, dopo che le hanno distrutto casa, con la sua famiglia è fuggita dalla guerra. Adesso vorrebbe andare in Germania e guadagnarsi la salvezza. Perché lei e i suoi fratelli possano continuare a studiare all’università. Perché tutti in Siria dovrebbero essere liberi di fare ciò che desiderano.

Sembra ancora oggi così, purtroppo: Libertà o morte. Per il momento, giovane Shaha, benvenuta in Europa.