Ne è valsa la pena

Questa mattina mi sono svegliata con un pensiero fisso: che, nonostante la gratuità e l’inutilità concreta di questo blog, scrivere – seppur dopo giorni di silenzio e di vuoto di ispirazione – è l’unico modo che ho per non naufragare nelle sensazioni altalenanti di questi mesi. Come se, barcollanti in questo continuo precario equilibrio, nell’oscillare tra paura del vuoto ed ebbrezza della vertigine, scrivere fosse tutto quello che resta da fare. Per sopravvivere tra oppressione di obblighi imposti e desiderio di assumersi responsabilità.

Ci sono giorni in cui dimenarsi tra le più squallide pratiche casalinghe e i più intricati iter burocratici ti toglie qualsiasi consapevolezza sul fatto di essere ancora vivi, ora, qui. Proprio mentre stai aspettando il tuo numero alle poste per saldare la bolletta dei rifiuti o ascolti la voce registrata dell’ufficio che ti lascia in attesa per venti minuti. Quando dopo l’ennesimo tentativo al bancone “relazioni col pubblico” vorresti abbracciare il dipendente che, dopo tante cattive notizie e nulla di fatto, ti ha finalmente risolto una questione che si trascinava da un anno.

Ci sono giorni invece in cui ti chiedi quand’è che abbiamo smesso di vivere. Stipati in metro come polli nella stia, ossessionati dagli orari, ansiosi per paventati scioperi, in perenne attesa sulla banchina per Jonio… quand’è che abbiamo smesso di vivere?

Abitiamo in case discretamente confortevoli e paghiamo un affitto maggiore solo per guadagnarci, a trent’anni, il sacrosanto lusso di non convivere più con matricole universitarie e sconosciuti lavoratori esauriti. Per poi trascorrere in casa poche ore del giorno (anzi della notte).

Se ci va molto bene, prendiamo una – anche due – lauree, facciamo master e stage con più o meno fatica e, se ci va proprio benissimo, qualcuno ottiene anche un mini contratto per stare una giornata intera davanti a una scrivania, mentre fuori piove o c’è il sole. Usciamo da quella bella casa – bene che vada – alle 9 del mattino e ci ritorniamo – distrutti – alle 8 di sera. Oppure attraversiamo l’intera città in un’ora di viaggio all’andata e una al ritorno, per un “lavoro” di un’ora. (E le virgolette sono d’obbligo, perché il “lavoro” in questione magari è una prestazione occasionale, una collaborazione collaterale, una gratuita idea creativa, qualcosa in nero). Se va molto bene, qualcuno avrà lasciato la cena già pronta per te – attività anche questa non retribuita – o avrà il tempo per fare in extremis un salto al supermarket. Altrimenti, la dispensa languirà e cenerai con l’ultima scatoletta di tonno e le gallette di riso che hanno preso aria e si sono rammollite.

A volte ripenserai a come stavi a casa con i tuoi, quando mamma ti metteva il piatto pronto in tavola, mentre adesso ti ricorda tutti i santi giorni che a trent’anni non hai prospettive di vita e che senza i genitori saresti sotto a un ponte. Ripenserai a quando per andare da qualche parte bastava prendere l’auto o lo scooter e scorrazzare per le strade libere a suon di musica, a tutto volume e con coretto annesso. Oh sì che ci ripenserai! Soprattutto quando sarai costretto a declinare inviti perché non sai come raggiungere un posto perché la metro chiude presto o perché non puoi fare da sola la strada di casa ché di notte è molto isolata e spesso i lampioni neppure si accendono. O perché Enjoy è fuori aria di copertura e il taxi non puoi permettertelo.

Ripenserai che a casa tua avresti avuto tutti i comfort di un tempo e un mucchio di soldi da parte per acquisti di ogni tipo e, soprattutto, per viaggi a qualsiasi latitudine. Tu che crescevi, accanto ai genitori che invecchiavano, e il mare davanti, con le maree che cambiano e i venti che passano. Avresti potuto prendere una laurea all’università vicina, pagare meno tasse e nessun affitto e, anzi, forse una casa te la saresti pure comprata. Adesso invece ti tocca stare in affitto e chissà per quanto ancora. Un mutuo? E quale banca te lo concederebbe? Senza un contratto di lavoro non puoi neppure chiedere assistenza medica temporanea, fuori dalla regione di residenza. Senza lavoro non sei proprio nessuno, mio caro!  Questo ti risponde lo specchio, ogni volta che ti ci guardi sopra.

lavoro

Quand’è che abbiamo smesso di vivere? Quand’è che il lavoro è diventato l’unico modo per esistere, la condizione indispensabile per affermare il valore di esseri umani, per soddisfare le proprie aspirazioni e dimostrare quanto siamo in grado di produrre?

Come al solito, troppe domande e poche risposte. E quando perfino un social network ti ricorda che al tuo profilo manca qualcosa, non ti disperare, sorridi. Ché non c’è altra scelta.

Chissà forse aveva ragione mia madre, su tutto. Ma io aspetto ancora di vincerla quella battaglia, con lei – e soprattutto con me stessa -, quando arriverà il giorno in cui potrò gridare ne è valsa la pena! E allora riderò di tutte le volte in cui ho proposto al mio compagno di abbandonare tutto e aprire un b&b da qualche parte, avendo così il tempo per leggere, viaggiare e coltivare un piccolo orto… Per vi-ve-re, semplicemente.

Alla fine sopportiamo tutto perché ogni tanto possiamo dirci ne è valsa la pena.

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25 secondi

Stava dietro al bancone del bar. Il locale iniziava a svuotarsi più velocemente e la gente entrava a singhiozzo chiedendo giusto un pasticcino, il dolce del dopocena o un amaro digestivo. Gianluca non sembrava risentire delle otto ore di lavoro e continuava a parlarle davanti alla macchina del caffè… Era davvero l’uomo del caffè, probabilmente la fine della serata era il suo momento preferito, quando restava lì da solo con i suoi attrezzi da smontare e rimontare come un bimbo con i lego… Cambiava posto a un bracciolo dopo averlo svuotato, un altro lo smontava, lo teneva per un po’ nell’acqua bollente e poi lo lucidava prima di rimetterlo al suo posto. Una pratica che andava osservata meticolosamente e rigorosamente ogni santo giorno – le diceva Gianluca – e per far venire il caffè migliore del mondo e per non avere problemi con i tizi dell’Asl… lei lo ascoltava, ma l’attenzione iniziava un po’ a scemare finché non aveva iniziato a spiegarle come doveva essere il caffè perfetto. E lei aveva sempre un debole per le cose perfette. L’uomo perfetto, il marito perfetto, la mamma perfetta, lo studente modello,  il lavoratore e il cittadino perfetto, una forma fisica perfetta, una vita perfetta… perciò perché non imparare da un professionista del mestiere qual era il segreto del caffè perfetto?! Gianluca aveva lavorato per tre anni come barista in un centro commerciale di provincia, uno di quei posti in cui venti persone ti chiedono contemporaneamente 20 tazzine di caffè: uno lo vuole macchiato, uno schiumato, un altro lo volevano con una goccia di latte freddo, un altro ristretto, uno in vetro, l’altro in tazzina, ma lungo… Alla quinta variante avevi smesso di ascoltare – raccontava lui – perché ad un certo punto sei tanto sottoposto a stress che non riesci più a distinguere quali ordini ti arrivano e da chi. Il caffè perfetto allora, le stava spiegando del caffè perfetto… Ci aveva anche messo in mezzo i napoletani, farfugliando qualcosa su quello che notoriamente, in Italia, è IL caffè, ma che secondo lui per qualità non corrispondeva alla buona nomea di cui universalmente godeva. E allora? Come doveva essere questo caffè perfetto?, si domandava lei che a tratti rischiava di perdere la pazienza… Si spostava poggiando tutto il peso prima sulla gamba destra, poi sulla sinistra, poi ne incrociava una accanto all’altra, poi si poggiava al bancone, ogni tanto incrociava le braccia sul petto e svagava lo sguardo voltandosi verso la porta come a vedere a che punto della chiusura si fosse. Quando finalmente lui esclamò: 25 secondi! Per fare un caffè perfetto ci vogliono dai 22 ai 28 secondi a partire dal momento in cui pigi il tasto start, se poi riesci a bloccarlo a 25, beh, hai fatto un caffè della madonna!

(non ricordo la data, ma questo scritto dovrebbe risalire più o meno ad aprile 2015)

Oggi pensavo che se, dopo sei mesi di tirocinio a Radio3, dovessi tornare a cercare un lavoro qualsiasi, almeno un caffè so farlo. Grazie a Gianluca che me l’ha insegnato, in un giorno di lavoro in prova. Chi lo sa? Tutto torna.

Sogna ragazzo sogna

È di questi giorni la polemica scatenatasi contro Roberto Vecchioni. Il cantautore, ospitato dalla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo il 3 dicembre, per un incontro sul tema “Educare oggi”, ha avuto parole dure per la Sicilia. Durissime secondo molti siciliani.

Arrivo dall’aeroporto, entro in città e praticamente ci sono 400 persone su 200 senza casco e in tutti i posti ci sono tre file di macchine in mezzo alla strada e si passa con fatica. Questo significa che tu non hai capito cos’è il senso dell’esistenza con gli altri. Non lo sai, non lo conosci. È inutile che ti mascheri dietro al fatto che hai il mare più bello del mondo. Non basta, sei un’isola di merda.

Presto, come era prevedibile, si sono infiammati gli animi del pubblico in aula, indignato per quella che di primo acchito suonava tanto come un’offesa gratuita. Poi la polemica è sbarcata sul web ed è continuata sui social con botte e risposte degli utenti.

Personalmente, sono stata chiamata in causa due volte: in quanto siciliana, mi sono sentita un po’ offesa; in quanto estimatrice del lavoro artistico del cantante Vecchioni, mi sono sentita un po’ delusa. Tuttavia, a un’analisi più attenta, non ho saputo biasimarlo per quel giudizio espresso di pancia e con una punta di rabbia di troppo. Quante volte, presi dall’amarezza, noi siciliani abbiamo esclamato “che isola  di merda”? Personalmente, è sempre stato per rabbia e per amore. Perché i siciliani sono consapevoli della bellezza soffocata di quell’isola. E non parlo solo di mare e spiagge, monti e vulcani, storia e cultura, ma di sogni e gioventù che tanto spesso sono stati messi a tacere con una bella pietra sopra.

Come lei saprà, caro professore, la Sicilia è una terra in cui la meritocrazia è l’unico vero concetto ancora in via di sviluppo. Dove a far fortuna sono spesso persone molto ricche o con le spalle coperte.

Come lei saprà, la Sicilia è da sempre il fanalino di coda del vecchio stivale: nessuna voce in capitolo, sta lì sotto ad accogliere altri emarginati peggio dei suoi. Perché non ha altra scelta e perché un siciliano, che sa cosa vuol dire trovarsi in alto mare, non lascerà mai naufragare un fratello che scappa.

La Sicilia è la terra che ancora oggi qualche connazionale vorrebbe non facesse più parte dell’Italia.

I siciliani sono – riporto i preconcetti più comuni – lenti, svogliati e sonnacchiosi, apatici e ancora troppo arretrati. Sono un po’ tutti mafiosi e anche abbastanza ignoranti. A questi pregiudizi si sta fermi ancora oggi, da decenni.

Ma è altrettanto noto che i siciliani sono anche molto permalosi perciò, caro professore, si tenga forte e prepari le sue migliori scuse! Le serviranno per la Sicilia più oscurantista e bigotta. La Sicilia intelligente e aperta invece avrà compreso la buona fede del suo insulto.

Che ci vuole fare, professore… Noi siciliani abbiamo bisogno di sentirci feriti nell’orgoglio per reagire. Ma io sono fiduciosa: ho visto liceali custodire nelle tasche le parole di Sogna ragazzo sogna come un prezioso promemoria, come un vademecum imperdibile. Giovani di quella stessa Sicilia alla quale per anni i sogni li han portati via, uno a uno.

Se permette, caro professore, “Sogna ragazzo sogna” ci piace un po’ di più.

Recordare: ripassare dal cuore

Questa notte mi è affiorato alla memoria un ricordo dai contorni labili quanto quelle coordinate spazio-temporali che neppure a stento riesco a ricostruire. Non rammento più quale anno fosse, ma di certo andavo ancora al liceo, era estate e faceva caldo, sebbene fossimo in Sicilia, non tanto quanto ne facesse in Africa.

Quando T. arrivò a Trapani fu un grande giorno, di gaudio ed esaltazione, soprattutto per gli adulti che avevano organizzato tutti i dettagli per l’ospitalità da riservare a una giovane congolese che l’associazione accoglieva per la prima volta. T. stava venendo in Italia e ci sarebbe rimasta giusto il tempo necessario per prendere una laurea in scienze infermieristiche, imparare qui il mestiere e tornare poi a dare aiuto al suo popolo. Non tanto a Kinshasa, quanto le capanne del vicino villaggio di Makumbi avevano urgente bisogno di un ospedale e di personale medico e paramedico qualificato, oltre che di una scuola, di banchi, sedie e tetti veri sotto i quali poter vivere. Negli anni, la forza umana di Padre Clemente ha portato tanti risultati, e se costruire è l’unica cosa che l’Uomo possa fare per gli altri uomini… Clemente ha costruito tanto per i suoi fratelli e continuerà a farlo finché ne avrà le forze.

Dicevo, quando T. arrivò dal lungo viaggio, fatto di treni e aerei e scali e trasbordi, c’era gran fermento anche in casa mia. T. infatti sarebbe venuta a pranzo da noi e si sarebbe fermata un paio di giorni per stare un po’ con me e mia sorella, le uniche due ragazzine che avrebbero potuto metterla a suo agio, dato che non doveva essere stato facile cambiare continente per stabilirsi in una nuova terra con usi e costumi, con una lingua, e persino una tavola, totalmente differenti.

A dire la verità fu una grande emozione anche per me, una bellissima novità in casa che portava ventate di speranza e umanità. Quello che ancora non potevo sapere era che in T. avrei trovato anche una grande amica, una confidente fraterna alla quale avrei di lì a poco aperto il mio cuore e chiesto consigli, preziosi più di quanto forse sia stata io per lei in quei primi giorni italiani.

T. giunse a Trapani che aveva ancora tutte le sembianze tipiche di una donna africana, ma vestiva alla moda europea, a eccezione dei capelli che erano colorati con henné rosso fuoco e acconciati con le treccine, così tirate che le si vedeva la cute. Mi domandavo come non le facessero male! (Io per un saggio di danza le avevo tenute 15 giorni e avevo avuto la testa dolorante per altri 15). T. aveva le labbra carnose e il naso camuso, era alta e coi muscoli tonici da campionessa di basket – sport che infatti aveva praticato in Congo a livelli agonistici. La sua pelle era coriacea quanto quella dura corteccia della quale sembrava rivestita, come fosse l’aura di fierezza di chi avrebbe voluto dire: “sì, son qui per studiare, ma, appena avrò finito, tornerò dalle mie sorelle che sono tutta la mia famiglia. Il mio popolo è più sfortunato di voi, ma siamo capaci anche noi di intelligenza, forza e valore (ma non per combattere la guerra di hutu e tutsi). Io sono qui umilmente, ma non pensiate di potermi mettere i piedi in testa“. Ho amato da subito la sua dolcezza camuffata sotto questo sottile strato di diffidenza, all’inizio causato certo anche da qualche difficoltà linguistica… T. aveva appreso i primi rudimenti di lingua italiana nei mesi immediatamente precedenti alla sua partenza, dunque capiva qualcosa, ma rispondeva a monosillabi. Il primo giorno poi era comprensibilmente frastornata, in mezzo a gente sconosciuta che la stimolava con mille domande. Giustamente, le era stato consigliato di essere sempre prudente, di stare un passo indietro e poi, magari, farne mezzo avanti.

La prima cosa che facemmo quando T. entrò a casa fu una sorta di scambio dei doni di ospitalità. Un po’ come si racconta nei poemi omerici: io forestiero ti porto il miglior vino della mia terra, tu ospite mi offri il formaggio nostrano. Ebbene noi le donammo qualche vestito e un costume da spiaggia. T. invece ci recava due completi, gonna lunga e maglietta, nelle fantasie tipiche del folclore africano, coi toni del blu, del giallo e del bianco. Qualche anno dopo, in occasione di un weekend trascorso da T. che intanto viveva a Colleferro per frequentare l’università a Roma, mi sarei trovata in una gigantesca sala dell’oratorio della parrocchia a battere le mani al ritmo di musica, a cantare e mangiare al banchetto di una coppia congolese, tra carni aromatizzate, verdure a me sconosciute e fufu à gogo. In quella sala eravamo in tre europei; da allora non credo di essermi più ritrovata nello stesso posto con una cinquantina di africani. E non credo di aver più visto tanta gioia e tanta spontaneità. Ecco, in quell’occasione, col completo regalatomi un paio di anni prima da T., mi sarei integrata ancora meglio; ma non che a loro importasse… Non ho mai visto T. tanto felice come quel giorno, durante quel pomeriggio la sua fragorosa risata fu ancora più contagiosa di come la ricordassi.

Comunque, tornando a quel primo giorno… Fu anche il primo bagno nella vita di T. A poco più di 20 anni T. non si era mai bagnata nel mare. Balneabile o meno, gli unici tuffi possibili erano nel fiume Kasai! Sono passati diversi anni, ma le sue grida di gioia le ricordo ancora e ancora oggi mi fanno venire i brividi. Vederla – grande e grossa – sguazzare sul bagnasciuga lanciando gemiti di piacere infantile, mi ricordò la mia emozione alla vista dell’oceano (in realtà fu un po’ deludente. Mi trovavo in Irlanda – e dire “oceano” sembra un po’ un parolone – il cielo era plumbeo e tirava un forte vento: l’unica cosa che potemmo fare noi giovincelli fu il risvoltino ai jeans per lasciarci bagnare le caviglie! Ma come primo viaggio da sola all’estero, quelle poche gocce di oceano ci stavano proprio bene. E in ogni caso, non era il Mediterraneo nostrum).

T. intanto da qual primo giorno ha imparato l’italiano, si è laureata e, stando all’ultima volta in cui ci siamo sentite, credo lavori come infermiera nel nord Italia. Ora è molto più europea di me, ma forse desidera ancora tornare in Congo dalle sorelle.  Adesso T. ha sciolto le treccine e indossa tutti i giorni il camice in ospedale, ma io la ricorderò sempre un po’ bambina, come quel primo giorno al mare. Balbettante come quella prima notte quando, come due amiche al pigiama party, cercavamo di raccontarci gli amori sognati. Per tentare di superare lo scoglio della traduzione, lei aveva avuto la pazienza di farmi ripetere a memoria il presente indicativo del verbo être e insegnarmi brevi frasi di senso compiuto.

Non so perché, ma quando penso al popolo africano mi immagino tanta generosità, grandi sorrisi, sonore risate e pelle morbida che profuma come la crema di T…

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I’M A NEET!

Per la consueta abitudine di condividere la nostra vita sui social, anche io oggi ho voluto rendere i miei contatti di Facebook partecipi di una piccolissima parte della mia giornata.

Questo il post pubblicato:     ScreenShot_20150423182424

In relazione all’esiguo numero di amicizie virtuali che conto su Facebook, il mio pensiero sarà giunto sulla bacheca di pochi. Tra questi ultimi la maggior parte non lo ha neppure letto, qualcuno sì, ma è andato oltre e pochissimi invece hanno dato il loro like. Riflettendo su tutto ciò, mi sono però chiesta a un certo punto se quei pochissimi avevano davvero colto la sfumatura amara dell’ironia data da quell’esclamazione finale. Infatti nel caso in cui, non sapendo cosa significhi, avessero dato a “NEET” un bel significato, avrebbero frainteso il mio messaggio. Mi sono allora resa conto che non fosse così scontato che tutti conoscessero lo scioglimento dell’acronimo…

Perciò farò un po’ di chiarezza su questo neologismo di importazione anglofona, preso in prestito per etichettare una categoria di giovani del tutto nuova, nata dall’esito di questa meravigliosa crisi che stiamo attraversando.

Per i curiosi, il documento in questione era un foglio in cui la sottoscritta dichiarava di non essere iscritta ad alcun corso di studio, di non essere una lavoratrice e di non essere iscritta ad alcun corso di formazione, tirocinio etc…

N.E.E.T.= Not in Education, Employment or Training

Detto in parole povere? Significa che sei un nullatenente, che non sei più uno studente – e quindi i tuoi genitori sono eventualmente liberi di non darti più un euro – e che sei in “età da lavoro, ma non lavori”, cioè sei inoccupato. Fate attenzione, non “disoccupato” – colui che prima aveva un lavoro, adesso no – ma “inoccupato” (cioè UN CONTRATTO DI LAVORO NON HAI IDEA DI COSA SIA!).

Detto in parole ancora più povere?! Sei qualcuno che ha a che fare con “ex”, “in-” e “not”… Insomma il nulla.

Qualcuno direbbe “goditelo finché puoi!”.

A me sembra quasi un’offesa.