Magnanima Grecia

di Luigi Carnevale e Clara Todaro

La parola greca krísis è un termine che tutti comprendono. Eppure nella crisi -stavolta riguardante i migranti- il Governo di Tsipras è ancora una volta lasciato solo. Mentre l’Europa di Bruxelles lavora lentamente a un accordo con la Turchia, che dovrebbe arginare i flussi migratori verso la penisola ellenica, la Grecia somiglia sempre più a un limbo che trattiene migliaia di persone in accampamenti affollati e a rischio malattie. La situazione più grave si registra a Idomeni, dove circa 14.000 persone sono bloccate davanti a un muro di filo spinato che corre lungo i 20 chilometri del confine nord con la Macedonia. Sulle isole sbarcano in media 1.500 migranti al giorno e soltanto ieri cinque persone, tra cui un bambino di 3 mesi, sono annegate mentre cercavano di raggiungere Lesbo. Inoltre da fine febbraio più di 3.000 persone, tra siriani, afgani e iraniani, stazionano al Porto del Pireo di Atene. In una Grecia moderna in cui, nonostante tutto, si respira ancora il motto libertà o morte, questi migranti sembrano proprio volere la prima, anche a costo della seconda.

Così il 5 marzo scorso siamo stati al Pireo per vedere cosa sta succedendo a quanti sono arrivati lì. Quando giungiamo al porto, percorriamo la banchina che porta ai gate 2 e 1, dove è collocata la maggior parte dei rifugiati. Strada facendo, c’è già qualcuno che ha deciso di prendere un pullman e spostarsi verso nord. Altri sembrano invece aver davvero messo le tende: organizzano brevi partite di pallavolo come si trattasse di una semplice ora di ricreazione, entrano ed escono dai bagni chimici come da una toilette privata, strizzano i panni e li mettono ad asciugare sui rami secchi delle aiuole come fossero i fili dello stendino, con scarpe lerce e fuori misura passeggiano su e giù per la marina acciabattando come fossero nel salotto di casa.

Eppure l’odore che ci investe entrando nell’edificio in cui sono montate la maggior parte delle tende è irrespirabile senza una mascherina. Lì dentro è molto buio perché i finestroni sono in alto e non danno abbastanza luce. Non c’è un sufficiente riciclo di aria e già sullo stipite dei portoni ci arrivano miasmi di ogni tipo. Gli odori sono confusi in un misto di sudore e umori di quei corpi addormentati su tappetini da campeggio stretti uno accanto all’altro, riparati da una tenda come unico punto di privacy. C’è anche chi cerca il proprio isolamento per pregare in tranquillità nascondendosi dietro a un camioncino: via le scarpe e si prostra sull’asfalto.

 

 

È passata una settimana da quando sono stati prelevati in mare dalla guardia costiera greca. Sono stati soccorsi dai volontari e hanno ricevuto le prime cure dai medici della Croce Rossa. Se sono malati, adesso, hanno per lo più la febbre – ci spiega Basil purtroppo è difficile a volte portarli in ospedale con l’ambulanza, perché a bordo possono salire solo due-tre persone e loro hanno paura di perdere così il resto della famiglia. Perciò si rifiutano di andare, anche per non perdere ulteriore tempo. Basil è un giovane dentista, uno dei volontari della postazione medica del gate2. Ci ringrazia, risponde gentilmente alle nostre domande e dice: se volete portare qualcosa, che non sia roba già cotta. Quella va a male facilmente e qui di cibo ne abbiamo già tanto da non sapere più dove stiparlo. Accanto alla roulotte dei medici infatti è appena arrivato un camioncino di alimentari e mentre stanno scaricando alcuni pacchi, pensiamo che forse sarebbe il caso di portare un po’ più di cibo a nord, visto che a Idomeni invece scarseggia.

Qui al porto del Pireo molte sono famiglie. Bambini e ragazzi sembrano essere molti di più degli adulti. C’è Alì che scalzo e con le mani sporche scarrozza su un trenino mentre i compagni lo rincorrono invidiosi del suo giocattolo. C’è Zahra – smalto sbeccato alle unghie e gloss trovato chissà in fondo a quale valigia o regalato da chi – che fa la passerella ciarlando con le amiche. C’è Mohammed – tre anni e molta fame – che sulla banchina mangia un panino vuoto, seduto in braccio alla madre che prende un po’ di sole assorta tra i pensieri.

E poi c’è Shaha, venti anni, che è l’unica della famiglia a parlare e capire un po’ di inglese. Quando esce dalla tenda per rispondere alle nostre domande, due uomini si avvicinano a noi. Uno è il fratello, si presenta e ci stringe la mano come si fa tra veri duri. L’altro è il padre, porta alla bocca una sigaretta, la accende e mentre Shaha gli chiede se può fare un’intervista, lui le scuote la testa in segno di negazione. Poi si volge verso di noi senza neppure guardarci e mugugna un perentorio no.

Perciò ci allontaniamo dalla tenda di Shaha e della sua famiglia, ma notiamo che con altri coetanei si sta allontanando dal gate verso la città, così la seguiamo e, una volta lontani dagli occhi del padre, la fermiamo in corsa. Lei ci pensa un po’, dapprima chiede di non essere ripresa in viso e noi le proponiamo di darci le spalle, si consulta con gli amici e il fratello in una lingua incomprensibile, alla fine cede: ok, ok. I’ll do it!

Shaha risponde alle nostre domande, ma non dice nulla che potrebbe comprometterla troppo. Il governo siriano è molto rigido e bisogna pesare le parole da non dire. Lei, dopo che le hanno distrutto casa, con la sua famiglia è fuggita dalla guerra. Adesso vorrebbe andare in Germania e guadagnarsi la salvezza. Perché lei e i suoi fratelli possano continuare a studiare all’università. Perché tutti in Siria dovrebbero essere liberi di fare ciò che desiderano.

Sembra ancora oggi così, purtroppo: Libertà o morte. Per il momento, giovane Shaha, benvenuta in Europa.

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“Un’avventura che richiede coraggio”

Photo by ©Agnieszka Sochiera

 

Questo post sarà alquanto inusuale. Niente romanzi. Niente cinematografia. Nessuna fantasia dal mondo delle farneticazioni.

Questa volta ho deciso di prestare, per la prima volta e in maniera esclusiva, il mio piccolissimo spazio per dare voce a qualcun altro che resterà per ovvi motivi nell’anonimato (perciò il nome della protagonista è chiaramente casuale).

Ho deciso di farlo perché dare visibilità a testimonianze che possono salvare un’esistenza, può valere tanto, anche attraverso il tanto demonizzato mondo virtuale.

Questa volta si tratta di vita vera, raccontata da chi ne porterà per sempre i segni. E siccome davanti a certa vita vera ci si sente imperfetti, impotenti e incapaci di giudizio, questo racconto dovrebbe poter sensibilizzare non solo le donne, ma anche gli uomini. Tutti. Obiettori e non. Perché non tocca a noi giudicare una scelta più grande di qualsiasi mistero umano. Perché nessuno/a può sapere davvero cosa farebbe… Almeno finché non ci si troverà dentro!

 

Un normalissimo pomeriggio freddo di fine gennaio lei scopre la vita.  Esce per la sua normale corsa al supermarket ma prima di andare sente di doversi liberare da un macigno che la ossessiona da giorni.

Ada si reca alla farmacia vicino casa. Ma non dove va di solito. Opta per quella in cui non va mai perché, se il test dovesse essere positivo, cosa dovrebbero pensare coloro che la conoscono come una donna in carriera, corretta e presa da altre mille cose, che di tanto in tanto acquista melatonina o dimagranti?

Chiede il suo primo test di gravidanza e non appena consegna quei venti euro alla cassa, avverte una strana fitta che va dritta dal costato al ventre.

Ada pensa di andare al bagno. Nel bagno di un bar qualsiasi. “Sì, prego signorina, in fondo alle scale a sinistra”.

Chiude la porta. Libera la scatola dall’involucro di plastica e velocemente fa uscire la propria urina per fare il test. Nel giro di pochissimi secondi: il simbolo evidente e chiaro di una croce. Compare la sua dannata e benedetta croce positiva.

Ada è incinta. Ada non sa che fare.

Le viene da piangere o da urlare. Ada non sa che fare. Ada cerca di pensare che sta vivendo solo dentro un sogno o un incubo. Si dirige verso l’uscita e il pizzaiolo la guarda sfrecciare via tra il disperato e l’incredulo.

Ada ascolta il pezzo musicale che di solito la calma, ma non riesce, il suo cuore impazza. Torna dalla farmacista che sorridente e ignara di tutto le aveva fornito il test della verità, il test del dolore e della scelta.

Ada sta per svenire non appena legge negli occhi lo sguardo “positivo” del medico. Ada non riesce a respirare. Ada rivede il suo passato come se da neonata avesse potuto ricordare gli occhi di sua madre che dolorante l’aveva messa al mondo.  Ripensa in un attimo mille cose, rivede lo sguardo fiero e felice del padre nel giorno della sua laurea. Rivede le sue esperienze formative per il tanto agognato futuro lavorativo. Vede fuoriuscire sangue dalle ferite delle sue pellicine scorticate durante l’esecuzione di Chopin per l’esame pianistico di quarto anno. Ada rivede il suo primo bacio, il suo primo amplesso e ripensa ai discorsi sognanti di donna e ragazza al contempo che tutto poteva pensare di vivere tranne questo.

Ada non sa che fare.

Forse sì, sa cosa fare ma non riesce ad alzare la cornetta per raccontare il tutto alle persone più care. Ada è smarrita. Cerca rifugio al consultorio dove viene lesa a livello umano. Ada piangente scappa via, corre e cade per terra. Chiama l’uomo che le ha causato tutto e urlando chiede spiegazioni, per poco non lo maledice e gli continua a chiedere chi mai potrà ripagarla per quello che sta vivendo.

Ada si reca lo stesso al supermercato e acquista la solita bottiglia di vino sapendo già che non lo berrà, ma rivede tutto sotto un altro punto di vista. Adesso è rallentata nei gesti, negli sguardi e nei pensieri interiori. Ada è letteralmente in stato di shock. Non controlla lo scontrino come fa solitamente e non fa caso neanche alla banconota che consegna al cassiere.

Torna a casa e si ferma nel bel mezzo della strada. Preferirebbe farsi investire per sbaglio ma poi pensa di aspettare un figlio e si sposta in maniera celere perché ripensa al suo amore per la vita e tutto ad un tratto si rende conto di avere la vita dentro. Pensa: Ada al quadrato. Sorride e poi ripiomba nella realtà incasinata.

Lo deve proteggere da tutto e tutti. Ora lei sta vivendo un’esperienza nuova. Tutto è diverso. Niente è come prima e a ricordarglielo ci sono le continue nausee e i colpi al ventre. Come può un esserino provocare tutto questo? Si trova dinanzi al mistero della vita. Ada non si ferma alla sua solita panchina del parchetto e partorisce istintivamente una bugia da raccontare alla sua amica e collega di lavoro per proteggerla da tanto dolore e sgomento. Ada, a casa, quasi sta meglio perché recita una parte e quasi quasi arriva a non pensare costantemente, ma la sua condizione fisica le ricorda: “ehi! Aspetti un figlio! Vacci piano con le scale, e con gli spaventi improvvisi!”.

Ada non fa nulla per provocare un qualcosa di orribile e spontaneo, anzi, segretamente sfiora e accarezza la sua pancia, durante le soste in bagno per la pipì o sotto la doccia fra una lacrima e l’altra.

Ada è combattuta ma non appena subentra l’orco nero della situazione, Ada si convince che forse è giusto effettuare delle analisi e da lì ha inizio il suo incubo. Non si fa toccare da lui, non lo vuole neanche guardare negli occhi quell’essere così per bene in giacca e cravatta che tratta tutti come numeri incasellati in una tabella, da bravo super banchiere.

Ada non accetta che il suo potenziale figlio sia un semplice e squallido numero urlato a squarciagola: “sette giallooooo”. Non lo accetta e vorrebbe urlare in quei momenti.  Ma non può scappare perché pensa che ci sia in ballo il suo lavoro da libera professionista. Durante i colloqui con i medici pensa mille cose. Le parlano, le spiegano di date, tempi prestabiliti dalla legge ma lei è confusa, assonnata e indecisa, allora fa entrare l’orco nero in stanza e lascia che siano loro a spiegare tutto a lui che velocemente tira fuori la propria agenda e appunta tutto come fosse un impegno di lavoro con un cliente, senza pensare minimamente che c’è in ballo una vita, un cuore pulsante nel suo ventre.

Lei piange continuamente ma segretamente. Nessuno lo deve sapere perché nessuno capirebbe e nonostante tutto lei la mattina si alza e fra un capogiro e l’altro si lava, si veste e insieme al suo ventre pulsante va incontro alla quotidianità fatta di riunioni, pause-caffè con i colleghi e chiacchierate futili con amiche inacidite dalle situazioni pseudo-amorose con uomini mediocri.

Ada si sente persa e smarrita, vorrebbe stare stesa sul suo letto e far ascoltare buona musica al suo cuoricino pulsante. Ada vorrebbe spiegare tante cose alla gente che la osserva ma nessuno potrebbe capire. Ada sa di essere sola e proprio per questo decide di farsi forza. Di affrontare tutto ciò che verrà da sola.

La sveglia suona e Ada improvvisamente si ricorda di tutto quello che l’aspetta. Le lunghe file d’attesa al centro IVG e tutto quello che non vorrebbe dover fare. Non vuole essere toccata dall’uomo nero, Ada sta bene con il suo bambino  e per la prima volta in vita sua sente che niente le manca e che quel cuoricino pulsante le potrebbe dare la gioia che ha sempre cercato.

Ada arriva a pensare che forse il destino le ha tracciato una strada da seguire e lo capisce nel momento in cui avverte un fortissimo istinto materno.

Entra nella stanza delle ecografie e cerca di guardare in tutti i modi possibili quello schermo, lo schermo che le permette di vedere il suo futuro figlio. La ginecologa comincia a non capire e le porge innumerevoli domande scomode,non sa più cosa pensare. Una sola cosa le è chiara: quello che pulsa e che vede sullo schermo è una vita. È suo figlio e non c’è niente di più bello al mondo.

Ada, finita la visita si reca da altri dottori che le parlano di eventuali date per l’operazione chirurgica e lei non riesce ad ascoltarli. Si perde nei suoi pensieri, si immagina con la salopet da ragazza madre ferma alla vetrina di un negozio Chicco per scegliere l’eventuale tutina da far indossare alla sua meravigliosa creatura.

Poi ritorna alla realtà e si sente totalmente smarrita.

Torna a casa e si stende sul letto. Cerca di non pensare. Battiato è l’unico che le tenga davvero compagnia.

Ma si avvicina la partenza per la tanto sognata Istanbul. Certo ora tutto è diverso. Diverso è il modo in cui lei pensa e immagina il suo viaggio. Lei aspetta un bambino e tante follie non le vorrà fare. Arrivata all’aeroporto, si reca subito al bagno per ingoiare una pillola di Plasil contro le nausee e va incontro al suo migliore amico che ansioso e preoccupato le chiede del suo stato d’animo ormai precario da mesi. Lei non risponde e gli dice: “Arriviamo a Piazza Taksim e ti racconterò tutto.”. Paolo rispetta la sua decisione, non le chiede altro e aspetta che sia lei ad aprirsi. Ada si siede con il suo caffè turco fra le mani ed esordisce con queste testuali parole: “vedi caro amico di una vita, in questo viaggio, non siamo due! Siamo in tre.”

Paolo incredulo la osserva con sguardo indagatore e cerca di andare a fondo,e lei tenta di trovare le parole per raccontare al meglio tutto quello che ha vissuto nelle ultime settimane.

Il suo amico la capisce, non la giudica affatto. Solo che lei continua a vivere il suo piccolo dramma in perfetta solitudine. Vorrebbe che qualcuno le dicesse, le urlasse, “tienilo!” ma nessuno lo fa.

Nessuno lo fa. Nessuno l’ha fatto. Nessuno l’ha detto. Nessuno ha pronunciato quelle parole.

 

Queste parole sono rivolte alle donne che si sono ritrovate a scoprire il vero senso della vita. A quelle che si chiedono se essere mamme sia un mestiere, un diritto o un dovere. A quelle che brancolano nel buio durante la fase iniziale di una gravidanza totalmente inaspettata, capitata con un orco nero che vuole scoparti anche se gli hai detto che quella volta lì non hai proprio voglia. È rivolta a quelle che prendono una decisione sapendo che comporterà la perdita di una parte innocente di sé, a coloro che tutte le notti non ci dormono e si dannano l’anima, che odiano la propria pelle e non vogliono perdonarsi poiché hanno amato più di se stesse un corpuscolo di pochi centimetri. A quelle che sono state così deboli da farsi plagiare, che sono state violentate a livello psichico, e adesso non riescono più a dormire con un uomo pur volendolo. A quelle che durante le giornate apparentemente appaganti balza costante e onnipresente il pensiero di una potenziale vita che non ci sarà mai, a quelle che si sono ritrovate a mettersi in fila nel cuore della notte in un sotterraneo scoperto, con la pioggia grondante che, come sale in una ferita, bruciava più di qualsiasi altra cosa. A quelle che non erano convinte e si trovavano accanto donne snaturate e immonde. Che non riescono più a non associare nomi, luoghi e canzoni a mesi terribili del proprio triste passato. A tutte quelle che per tre mesi si sono sentite mamme autorizzate ad occupare sull’autobus il posto riservato, che hanno contemplato l’icona del pancione sull’etichetta della bottiglia di birra, che hanno fatto lunghe passeggiate tentando di trovare risposte. A quelle che hanno sofferto in silenzio e si sono svegliate su un letto di reparto da dimenticare, che hanno pianto e continueranno a farlo sempre, che tenteranno di trarre insegnamenti da un’esperienza così forte e alla fine forse riusciranno a perdonare se stesse.

Queste parole sono rivolte a tutte quelle donne forti che, nonostante tutto, sapranno urlare il loro disperato e sincero amore per la vita!

 “ADA”

 

A volte rabbrividisco a figurarmi le scene di racconti simili. Sono immagini crude di realtà che solo di rado ti ricordi che esistono. Di corsie fredde in ospedali fatiscenti, dal personale scorbutico e senza più un briciolo di umanità. Di lettini numerati e separè dell’anteguerra, dove ti convocano con un codice numerico a stenderti sul tavolo operatorio con le gambe divaricate, mentre ti stordiscono per l’anestesia e le ultime parole sono “signorina è sicura di quello che sta facendo?”. Dove ti risvegli e l’unica persona che hai accanto è la tua compagna di letto che sbraita che “ se ne vuole tornare a casa perché c’ha da fare col ragazzo!”

Non bastano i resoconti né le lacrime piante insieme per capire che non ci si perdona mai di aver abortito l’unica vita che potrebbe riempire qualsiasi vuoto! Ma purtroppo un aborto ha a che fare con la morte e questa, ahimè, è l’unica tra le umane miserie, per la quale si deve dire “è troppo tardi”… senza poter aggiungere “non è mai”.

Vorrei poter prendere il treno, da sola.

<<Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico. Il padreterno fabbricò uomini e donne perché stessero insieme, e dal momento che ciò può essere piacevole, checché ne dicano certi deviazionisti, trattare le donne come se vivessero su un altro pianeta dove si riproducono per partenogenesi mi sembra privo di senso. Ciò che interessa gli uomini interessa le donne: io conosco uomini (assolutamente normali, badate) che leggono Harper’s Bazaar e donne (assolutamente normali, badate) che leggono il “fondo” delTimes: ma non per questo sono più cretini o cretine degli altri. Così, quando qualcuno mi chiede: “Lei scrive per le donne?” oppure “Lei scrive sulle donne?” io mi arrabbio profondamente.

[…]

E come un tale che non si ricorda di avere le orecchie perché ogni mattina se le ritrova al suo posto, e solo quando gli viene l’otite si accorge che esistono, mi venne in mente che i problemi fondamentali degli uomini nascono da questioni economiche, razziali, sociali, ma i problemi fondamentali delle donne nascono anche e soprattutto da questo: il fatto di essere donne.

Non alludo solo a una certa differenza anatomica. Alludo ai tabù che accompagnano quella differenza anatomica e condizionano la vita delle donne nel mondo. Nei paesi mussulmani, ad esempio, nessun uomo ha mai nascosto la faccia sotto un lenzuolo per uscir nelle strade. In Cina nessun uomo ha mai avuto i piedi fasciati e ridotti a sette centimetri di muscoli atrofizzati e di ossa rotte. In Giappone nessun uomo è mai stato lapidato perché la moglie ha scoperto che non era vergine. (Si dice così per un uomo? Vedete: non esiste nemmeno la parola).>>

 

ORIANA FALLACI, da “Il sesso inutile” (pp. 5-7)

RESTIAMO UMANI!

Dopo i recenti attacchi da parte dell’esercito israeliano, in questi giorni si contano già troppi civili tra i morti e i feriti sulla striscia di Gaza.

Qualche mobilitazione c’è stata anche a livello regionale, ma in seguito a un appello lanciato dal coordinamento Freedom Flotilla Italia, con l’appoggio di pochi altri, ieri a farsi sentire è stata Roma, dove nel pomeriggio si è tenuta una manifestazione nazionale in difesa del popolo palestinese e della popolazione di Gaza.

Un discreto corteo ha sfilato pacificamente da Piazza Vittorio a Piazzale Tiburtino passando per Porta maggiore, Scalo San Lorenzo e via dei Reti. La partecipazione c’è stata, ma forse non con i numeri sufficienti per destare l’attenzione e l’interesse dell’opinione pubblica verso un massacro che, a prescindere dai motivi per i quali viene perpetuato, è di per sé da condannare.

Lungi dall’essere atteggiamenti antisemiti, alle emergenze umane bisognerebbe rispondere e correre in aiuto. Tuttavia è necessario un presupposto oggi per nulla scontato: l’umanità.

 

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Una musica può fare.

Il 6 aprile scorso, a Roma, nel parco di San Sebastiano adiacente all’ Angelo Mai altrove occupato è accaduto qualcosa di magico.

Il centro sociale è, purtroppo, sotto sequestro dal 19 marzo per associazione a delinquere [https://biancalba.wordpress.com/2014/03/20/angelo-mai-adesso-davvero-occupato/].      Così nell’attesa che qualcuno sveli l’arcano dietro a questa vicenda e che “il nostro caro Angelo” torni al più presto a volare, tantissime persone si sono attivate per la realizzazione di una giornata fuori dall’ordinario… Un altrove appunto, per quanti sognano un mondo diverso, fatto di leggi umane, ma soprattutto di grandi ideali. Nessun eccesso, nessun estremismo… nessuna utopia! E’ accaduto tutto per davvero. Si è respirata l’aria buona di una caldissima giornata primaverile nello stile anni ’70 e si è ascoltata musica dal vivo, suonata dai professionisti che si sono avvicendati, senza interruzioni, per ben più di dieci ore. La piccola collinetta che lì si erge appena è stata il palco improvvisato per uno spettacolo che ha acceso nuovi desideri, ha creato nuovi incontri e ha dato concretezza a quanti sognano ancora, con i cuori tra le nuvole e i piedi sull’erba.

Una grande dimostrazione di quanto un gruppo, che condivide stesse idee e stesse visioni  del mondo, possa fare senza nuocere a nessuno e senza violare leggi divine! Autodeterminismo, autocontrollo, autogestione sono state le parole segrete per questa macchina umana dall’ingranaggio perfetto. Non si può descrivere la bellezza  che sono riusciti a creare artisti, organizzatori, fonici e tutti i collaboratori di buona volontà. I bambini hanno giocato, i giovani si sono divertiti in allegria e spensieratezza, qualche adulto è pure venuto a curiosare, forse nella voglia di rivivere qualche ricordo.

Tutto questo è stato possibile soprattutto grazie alla presenza massiccia degli artisti che sono andati in soccorso. Oltre ai tanti musicisti “di casa”, Piero Pelù (trovandosi a Roma) ha voluto aprire il concerto con un fuori programma, mentre gli Afterhours sono venuti giù da Milano appositamente… Manuel Agnelli ha detto “noi non siamo qui perché siamo con l’Angelo Mai, ma perché siamo dell’Angelo Mai”, e a Roberto Dell’Era  è sembrato di “vedere una piccola Woodstock”.

Insomma una giornata che non aveva niente da invidiare al caro e vecchio Concertone del Primo maggio… Anzi, io che in Piazza San Giovanni ci sono stata quasi sempre negli ultimi anni, posso dire che questo è stato ben più rilassante e godereccio di certi bagni di folla tra scalmanati in preda a crisi esaltate, che rubano zaini sfuggiti per un secondo allo sguardo vigile del proprietario, che distruggono i bagni chimici messi a disposizione e riducono le aiuole a un campo di bottiglie di vetro (quando va bene). Ma si sa, è così, c’è bisogno di sfogare un po’ di rabbia giovane, e divertirsi come se non ci fosse un domani  a volte è necessario. Eppure questa domenica al parco San Sebastiano non c’erano ambulanze, nessuno è andato in coma etilico o si è fatto male per qualche botta durante una pogata. Non c’erano transenne né divisioni tra chi conta e chi no e ciascuno ha contribuito con la propria presenza. Però c’erano i blindati della polizia…

Il grande Giorgio Gaber diceva “libertà è partecipazione”, e domenica al Parco San Sebastiano la partecipazione è stata tanta e di tanti, ed effettivamente un po’ liberi ci siamo sentiti.

Speriamo si capisca che movimenti culturali dal basso ed eterotopie non vanno demonizzati né repressi per paura del libero pensiero. Piuttosto vanno accolti e riconosciuti, probabilmente con regolamenti ancora da  definire…  Magari da “rubare” ad altri paesi europei, dove esperienze simili sono ormai perfettamente integrate.

Per farvi un’idea di cosa è successo domenica, guardate questo video-riassunto…