Suburra

Potere. Temporale e “spirituale”. Prostituzione minorile. Droga. Soldi. Per accaparrarseli, lotte prepotenti e sordidi inganni. Ammazzatine per regolare i conti e dire: è territorio mio, stanne alla larga.

Questo e tanto altro è Suburral’ultimo film di Stefano Sollima, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo. Un ottimo film, come spesso accade quando c’è dietro un libro – se poi sia meglio l’uno o l’altro non potrei dirlo perché mi manca il secondo e, in ogni caso, non spetta a me.

Quello che vorrei dire è la semplice riflessione che ne è venuta dopo perché si dà il caso che il tempismo di questo film sia perfetto con gli ultimi avvenimenti nella Capitale e che, per congruenze di ambientazione e di cast, sia anche in qualche modo didattico, se visto insieme a Non essere cattivo, la pellicola postuma del compianto Claudio Caligari.

Didattico, sì, può esserlo anche un film. E se, quando arrivi a Roma, non sai le cose come stanno, allora ti conviene impararle al più presto. Roma è la città che tutto il mondo ci invidia, se non altro perché un tempo Roma era tutto il mondo. Tuttavia è una capitale diversa dalle metropoli che vorrebbe eguagliare, forse.

La verità è che Roma va bene esattamente così com’è, con equilibri e regole propri.

Si vuole davvero che migliorino la viabilità o il sistema metropolitano? Che si arrivi un giorno alla raccolta differenziata e alle discariche ecosostenibili per smaltire i rifiuti? Quello che non funziona, va comunque bene così perché è così che deve essere, anche se apparentemente un paio se ne lamentano.                                

C’è qualcuno da immolare come capro espiatorio per poi farlo fuori? Non vi date pena per lui, quel poveretto sapeva già a quale fine era stato votato. E lo sapeva da tempi per voi insospettabili.

Perché a Roma, dove – è vero – tutti si sentono padroni, non ti accorgi che anche quando ti sembra di avere la città in mano, in realtà è lei ad averti in pugno.

Anche quando noti intrallazzi o connessioni strane, non applaudire alla tua intelligenza. Stanno solo confondendoti per farti credere tu sia intelligente. Nella realtà dei fatti o non c’è alcun complotto – e anche i più acerrimi nemici sono bene accordati – o la congiura c’è, ed è ben peggiore di come tu l’avevi immaginata.

Intanto i media infuriano con sensazionali  titoli e prime pagine degne dei peggiori strilloni di paese: “ahi povera Italia: è caduto il governo!”, “evento straordinario, non accadeva dai tempi del gran rifiuto di Celestino V: il Papa si dimette”.

Ma alla fine c’è poco di che stupirsi. La “Subura” è sempre esistita e a piedi della città è sempre stato tutto terra terra.

Foto da clarestgram.

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Buona fortuna

Qualche giorno fa, nel traslocare ricordi della prima vita nella seconda, ho trovato qualcosa che era finito nel dimenticatoio. Precisamente, nella taschina della moleskine che mi è stata regalata anni fa e che ho, in un primo momento, usato per appuntare e conservare solo grandi eventi.

Ricordo con discreta lucidità il settembre del 2012. Mancava un mese all’esame di lingua e letteratura greca del biennio di specialistica ed ero sommersa dalle ansie tra Gorgia, Ecateo, Erodoto e Tucidide.

Capitò che una persona a me vicina, e molto cara al cuore, dovesse intervistare Erri De Luca per una testata per cui a quel tempo scriveva.

Ti andrebbe di accompagnarmi? 

Lo farei senza pensarci due volte, se non fosse che – come sempre – sono indietro col programma di studio…

Era la prima vita, come dicevo, quella universitaria fatta di piccole rinunce, sabati e feste vissuti a metà, talora anche corse alla traduzione dell’ultimo minuto e ripassi di ventura.

Insomma quel 6 settembre 2012 andò così: io rimasi a studiare o, forse, a lacerarmi nel rimpianto di non essere andata, persi comunque la concentrazione per un pomeriggio di studio… Ad ogni modo, all’incontro non fui presente, ma quella persona chiese per me la dedica che leggete nella foto.

A ripensarci, la fortuna di aver studiato il greco non è tanto, né solo, ricordarsi dopo anni di Gorgia, Ecateo, Erodoto o Tucidide, ma ricordarsi di andare sempre a cercare l’etimologia delle parole e le sfumature di significato che possono avere. Soprattutto quando sono importanti.

#IoStoConErri

Ciao ciao domenica

La settimana scivolata con orari di ufficio, tra incontri coi colleghi e impegni privati. Il venerdì con il lavoro seguito da concerti prolungati in lunghissime serate tra amici.

Il sabato di hangover e poi la domenica. Che nemmeno ai tempi della scuola, tra catechismo e compiti. La semplicità di un ritmo che, per il momento, non suona affatto male, anzi suona benissimo.

La sveglia ritardata e il brunch dell’una. La pila di vestiti sulla sedia e le paia di scarpe sotto la poltrona. Le lavatrici e le pulizie del fine settimana. La toelettatura e la passeggiata domenicale.

Fermarsi in piazza ad ascoltare l’orchestrina di un’accademia musicale, mangiare un pezzo di pizza e chiudersi in un cinema lasciando fuori il resto del mondo.

Un cartone animato* che ci ripensi e dici: “geni maledetti!” Uno di quelli che sono film di animazione per gli adulti, con quella psicologia che, forse, avrebbe fatto invidia pure a Freud. Una di quelle storie semplicissime, che hanno a che fare con le emozioni. Come tutto, del resto. Però ti aiuta a ricordare che per Gioia è necessaria Tristezza. 

E allora mi viene in mente il favoloso Leopardi e il Sabato del villaggio e … Banalità simili.

Mentre l’ultima sigaretta della settimana fuma al fresco della terrazza, si alza l’eco lontana di qualche piano bar che fa più o meno così:

Buona domenica, tanto tua madre non capisce,
continua a dirti “Ma non esci mai?
Perché non provi a divertirti?”
Buona domenica, quando misuri la tua stanza,
finestra, letto e la tua radio che
continua a dirti che è domenica.
Ciao, ciao domenica, passata a piangere sui libri …

Che poi uno ci ripensa e il ricordo di quelle domeniche fa venire i brividi, di fronte a questa semplice normalità. Eppure che fatica guadagnarsela! E tenersela stretta! Poi magari inizia a non bastarti più nemmeno quella… E allora facciamo che per il momento va benissimo così, che è bello finché dura, se dura.

Ciao, ciao domenica!

*”Inside out”. Assolutamente consigliato!

In balìa degli umori

C’è una differenza sostanziale tra parola pronunciata e parola scritta. Parlando essa si carica di valori fonetici, sonori, ritmici che nella  pagina non ha perché ingabbiata in schemi che nella scrittura sono più stretti: bisogna inserire interpunzioni, correggere ripetizioni e aggettivi esasperati, curare le pause. Lo stesso avviene tra la pagina e la recitazione -come mi ricorda Albertazzi – “Il teatro non è una pagina. Parte da essa, ma è tradimento, è violenza, stupro rispetto alla pagina, altrimenti non è nulla, non funziona e ciascuno può leggerla per conto suo”.

L’ultima volta che ho pubblicato qualcosa qui era il 28 luglio e adesso mi tremano quasi le mani. Lo so avevo detto che avrei chiuso questo blog. Ma sarà che non sono nota per la mia coerenza – piuttosto per i miei sbalzi di umore e i cambi repentini di idee – sarà che era quasi agosto e avevo bisogno di una pausa, sarà che a furia di pensare e pretendere troppo da se stessi, si finisce per stancarsi e arrendersi.

Sta di fatto che qualcuno dei miei pochissimi lettori ha manifestamente espresso dispiacere per il post precedente e questo mi ha riempito di gioia: sì è vero, scriviamo per noi stessi, ma in segreto vogliamo tutti essere letti – o l’Italia non sarebbe il paese in cui pochi leggono e tutti vogliono scrivere.

Infine c’è che questo tempo grigio, l’aria piovosa e l’autunno alle porte, mi fanno sentire vuota senza il mio spazio da riempire e, nell’uggia di questa domenica pomeriggio, qualcuno mi ha fatto ricordare che “Biancalba” può essere un bel posto in cui tornare. In questi giorni di pausa poi ho scoperto la bellezza delle cose e dei posti abbandonati e, chissà, forse anche questo mio piccolo luogo merita che io lo recuperi.

Allora eccomi di nuovo qui, pronta a qualsiasi commento, preparata a ogni conseguenza. Ma come farmi perdonare delle sciocche paturnie?  mi sono detta.

Ho pensato di regalare qualcosa che non ho mai pubblicato per intero. E allora eccola! Nessun taglio, nessuna revisione.

Era il 21 gennaio del 2011 ed era la prima intervista della mia vita. Intervistavo il Maestro Giorgio Albertazzi e tremavo come una bambina al primo giorno di scuola.

Buona lettura!


Hotel zona Parioli, puntuale entro nella hall. Comunico al portiere il mio arrivo, fa una chiamata, “Può salire, il Dottor Albertazzi la sta aspettando”.

Mi tornano in mente delle parole che ha pronunciato su se stesso… “Sono la persona più disponibile che io conosca!”, perciò mi  faccio forza, d’altronde è ciò che desidero.   Salgo in ascensore insieme a una ragazza che si ferma al mio stesso piano, “Sei tu la ragazza che fa la tesi su Marguerite Yourcenar?” – mi dice -, è l’assistente di Giorgio Albertazzi.  Stanza 315, viene alla porta la segretaria, con la quale ho già parlato per chiedere quest’incontro. Ci fa entrare in un breve corridoio, oltre, eccola che si schiude l’immagine del Maestro seduto sulla poltrona del salottino con le gambe accavallate. Stava leggendo e adesso ha fissato il dito indice tra le due pagine, a mo’ di segnalibro, in un gesto che mi ricorda quello di Don Abbondio all’apertura de “I Promessi Sposi”. Ci saluta e ci invita ad accomodare sul divano. Lo posso ammirare da vicino come ho sempre desiderato, notando, come immaginavo, che nasconde perfettamente gli anni che ha. Quell’uomo sta lì davanti ai miei occhi nell’atteggiamento altero che gli conferisce la vasta esperienza, il grande bagaglio culturale, la capacità di affabulare storie rintracciando la piena attenzione dei suoi ascoltatori e il fascino di un eloquio sempre perfetto, mai fuori tono, mai fuori luogo. I primi minuti in quella stanza non sono molto nitidi, un po’ offuscati da un leggero stordimento. Forse se ne accorge, in ogni caso inizia col parlottare con le due allieve, che hanno preso posto di fronte a noi,  chiacchierando di questioni di ordine pratico: sembra sia in corso un trasloco e che si debba trovare una adeguata libreria per i numerosi scatoloni di libri.  Sbrigata la bisogna, si volge a guardarmi, forse da quando sono arrivata lo sta facendo solo ora per la prima volta, e con un mezzo sorriso chiede:

Che vuole questa ragazza?

Sono venuta a rubarle del tempo! Sto preparando la tesi su Marguerite Yourcenar…

Ah, tutta la Yourcenar?

L’idea era partita da “Memorie di Adriano”, poi ho esteso il campo anche ad altri libri.

Sempre di Yourcenar?

Sì, l’intento di base è studiare il suo approccio ai personaggi e  confrontarlo alla presentazione di se stessa nelle autobiografie.

Per quanto riguarda Memorie di Adriano mi pare che lei, anzi sono sicuro, era ragazzina, aveva 16 anni su per giù, e andando a Villa Adriana con la famiglia aveva preso degli  appunti perché era rimasta molto colpita da questo posto fantastico, un luogo magico, una città che Adriano ha fatto ricreando una piccola Atene, visto che lui era di cultura greca. Questi appunti li ha messi dentro una cassa e li ha ritrovati vent’anni dopo. Allora ha pensato in un primo tempo di fare una biografia in terza persona, poi ha pensato di fare una cosa teatrale e poi finalmente – lei dice proprio così in un’intervista – ha deciso di dare voce ad Adriano in prima persona. Questo perché c’è un’analogia tra lei ed Adriano.

Anche se a lei non piaceva che le si dicesse “Adriano sei tu”.

Eh lo so, non piace a nessuno; anche io rispondo che non è vero, quando mi dicono che sono Adriano! Secondo me, comunque, nessun’altra tra le sue opere vale quanto Memorie di Adriano, qui c’è un’ispirazione continua e attraverso il monologo ha dato al libro una marcia in più. In parte è vero che ha fatto una scrittura teatrale: si è messa nelle condizioni di quello che parla di se stesso. Dove riflette sui sensi, sulla cultura in generale, sull’amore, soprattutto quello sessuale verso Antinoo, lì è più felice che altrove. Nella parte militare, seppur forte, invece, ad eccezione dell’elogio funebre in onore di Traiano, è meno felice. Là è lei stessa che parla.

Non a caso il periodo felice con Antinoo lo classifica “Saeculum Aureum”. Lei trova che nell’amore assoluto, puro, di Adriano si possa rivivere l’amore che la Yourcenar ebbe per Grace Frick?

Assolutamente sì! Non avrebbe potuto scrivere quelle cose lì.  Credo siano pensieri che lei attribuisce all’imperatore, giustamente, ma che in realtà siano più di lei che oggettivamente di Adriano. Adriano aveva -lei lo sottolinea- un’insofferenza tremenda per il peso dell’amore per il quale anche lei provava un forte fastidio. Però tu hai usato un aggettivo improprio: “puro”, non so se tu intenda “spiritualità”, parola che tra l’altro non amo molto, ma discutiamone perché Adriano vede Antinoo e si innamora della carne. Nelle prime parole che pronuncia quando in Siria fanno una lettura e vede questo ragazzo sul bordo della vasca mentre con la mano sfiora l’acqua…C’è proprio quest’idea fisica! L’amore per Antinoo non ha nulla di platonico!

E’ solo che spesso c’è un non so che di pudico nell’esprimere l’amore carnale. Anche Yourcenar, idee che sembrano molto sue molte volte le fa pronunciare ad un personaggio maschile, perché?

Sì, c’è un personaggio femminile in Memorie di Adriano, quando lui si innamora di questa…

…Prostituta…

Non è tanto una prostituta, quanto un’etera! Anche se in questo caso una forma di prostituzione  c’è, perché lei lo fa per i soldi quindi potrebbe sembrare … Adriano dice “non mi piacque mai come quel giorno!”: quando le portò i cinquemila sesterzi che lei gli aveva chiesto, una cifra enorme per quel tempo, “lei si mise seduta a contarli, io non esistevo più” dice. Adriano in quel momento si esalta, si eccita. Una cosa va detta: Marguerite Yourcenar è una donna che per amore ha sofferto parecchio, non ha avuto amori facili nella sua vita. Quelli che ha avuto li ha convinti tutti sul piano intellettuale. La sua seduzione non poteva essere sul piano fisico, visto che non era di certo bella, anzi, direi, vagamente ripugnante! Questo non vuol dire nulla, però, perché le donne sono capaci di compensare con altro. Voglio dire, positivamente, che hanno un ventaglio di pulsioni erotico-sentimentali che un maschio neanche immagina!

A proposito dei personaggi femminili, mi chiedevo: che cosa sarebbe successo se avesse preso come protagonista non Adriano ma Plotina?

Ti sei posta una bella domanda. Yourcenar ha preso Adriano anche perché lui ha un potere omosessuale forte che per i latini era comunque usuale e non una cosa straordinaria com’è per noi adesso, malgrado tutta la libertà sessuale post ’68. A quei tempi era assolutamente normale, si trattava di pederastia. Eh! Se avesse fatto Plotina la protagonista, sarebbe stato proprio un altro libro, avrebbe dovuto intanto spiegare perché non ha mai avuto alcun rapporto con Adriano. Neanche con la moglie Sabina, che era bellissima, Adriano ha mai avuto un reale rapporto, probabilmente perché si sentiva oppresso da questo matrimonio quasi obbligato. E’ così sia per gli uomini che per le donne con un certo bisogno di libertà: l’amore coniugale finisce col diventare una gabbia. Non che si sentano prigionieri, però la convivenza crea loro automaticamente dei doveri, insieme ai diritti. Neanche Adriano, allora, poteva sopportare tutto ciò, secondo me, il concetto di libertà appreso in Grecia ne faceva un personaggio estremamente libero. «Il peso dell’amore, come quello di un braccio teneramente appoggiato sul petto, a poco a poco si faceva pesante» fa dire ad Adriano e credo che questo l’imperatore possa averlo pensato. (Come in Picasso[1], c’è l’idea di un amore che uccide, che può portare fino al suicidio). Quindi in questo caso vanno analizzati Adriano e Yourcenar perché ciò che la unisce all’imperatore è proprio il rapimento dei sensi e l’insofferenza del legame. Yourcenar si trasferisce, sì, in America dove passa lunghi pomeriggi discorrendo di letteratura con Grace Frick, ma c’è sempre una certa sofferenza quando il rapporto diventa soffocante. Marguerite Yourcenar è così, è lì la chiave di lettura.

Quindi è stata una chiave anche per lei nella rappresentazione di Adriano?

Sì, certo! Io faccio sempre così: i testi li leggo superficialmente, ad esempio Memorie di Adriano non l’ho letto tutto, certe parti all’inizio del libro le ho trovate noiose e le ho tralasciate, però ho centellinato tutte le interviste di Marguerite Yourcenar. Quando leggi le interviste capisci proprio com’è lei, quando dice la verità e quando no, qual è la parte diaristica personale e quale invece quella in cui mente. D’altronde la letteratura è fondamentalmente menzogna, piuttosto adombra la verità.

Yourcenar, poi, è multiforme, variabile, a volte contraddittoria…

C’era grande abilità in lei, forse le veniva dalle origini, dalla famiglia, dal modo in cui è cresciuta… Ah, eccolo lì Adriano, il copione di scena, lo porto sempre con me[2]! Comunque tu prima hai sfiorato una cosa interessante: c’è da domandarsi – me lo domando anch’io, non è che abbia una risposta- perché non ha raccontato Adriano dalla prospettiva di Plotina, poi se l’amore di Yourcenar è quello di Plotina per Adriano, quello di Adriano per Antinoo, o entrambi. Yourcenar non spiega mai che rapporto ci sia esattamente tra Plotina e Adriano, ad esempio non si sa bene se l’imperatrice favorisca l’elezione di Adriano solo per il bene dello stato o anche per altro. Bisognerebbe indagare anche sui rapporti tra Plotina e Traiano, ma è difficile capirlo solo dall’accenno dopo la morte di Traiano, quando lei riparte con le altre donne per Roma, Yourcenar la descrive ferma, impassibile…

…stoica!

Sì, il fatto che non pianga e non dica niente vuol dire praticare lo stoicismo romano, che è un costume morale. In Yourcenar, poi, c’è anche Antinoo, è quello il tipo d’amore che l’ha fatta soffrire, perciò credo proprio che lei abbia vissuto sia l’amore sensuale sia quello intellettuale. Si potrebbe indagare più a fondo, ma senza dubbio l’opera in cui di più si rispecchia la sua concezione amorosa è Memorie di Adriano.

Esuliamo adesso dal tema amoroso. Per quanto riguarda la libertà religiosa Yourcenar riesuma una frase dall’epistolario di Flaubert che è cara anche a lei, credo: «Quando gli dei non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo».

Sì, io la penso proprio così.

Crede che Yourcenar sia riuscita a rappresentare questo uomo solo?

Lei ha tentato di farlo certamente, non lo so se ci è riuscita, però colloca Adriano al centro di questo momento felice dell’umanità. Quando dico quella frase, non tutti sono d’accordo, ma io sostengo che le religioni siano un freno allo scatto dell’uomo alla scoperta di se stesso attraverso l’uso del cervello. Le religioni ottundono, a mio parere, e anche Marguerite Yourcenar la pensava così, infatti, non c’è un’opera in cui la preghiera rappresenti un elemento salvifico, mai! Non è propriamente atea, semplicemente non c’è dubbio in lei, non si pone il problema perché dire che Dio esista è arbitrario quanto dire che non esista.

Nei Taccuini di appunti[3] Yourcenar sostiene che attraverso il romanzo si debba necessariamente passare, ma probabilmente quello stesso scritto nel XVII secolo sarebbe stato una tragedia e nel periodo del Rinascimento un saggio. Che valore ha avuto oggi l’idea di Maurizio Scaparro di proiettare le registrazioni a Villa Adriana alternate alla recitazione dal vivo, perché questa forma di teatro oggi?

Anche questa è una domanda interessante, ma è molto complicata la risposta. Intanto è stato notevole l’adattamento di Jean Launay, uno scrittore francese indicato da Gallimard che ha i diritti delle opere yourceriane. All’inizio noi ci stupivamo di come collegasse quei frammenti senza consecutio logica, ma lui diceva che veniva tutto da sé. Scaparro, poi, non ha fatto una regia volta alla creazione di un personaggio, semplicemente mi guardava vivere e da lì è venuta quest’ispirazione. Nel mio lavoro c’è un processo alchemico, non si tratta di un’interpretazione, è una specie di visione, di animazione! Io non sono di quelli che restano folgorati dal personaggio e se lo portano dietro, c’è una totale superficialità in me, senza profondità.

Un rapporto “molecolare” l’ha definito.

Sì.

 (Racconta a questo proposito un piacevole aneddoto e alla fine ironizza sulla presunta follia che avrei potuto attribuirgli per quelle parentesi ludiche. Personalmente, le ho giudicate di pura giovialità, quale si addice ad un grande attore. Comunico che per me è stato un onore stare al suo cospetto, che mi aveva folgorata già durante uno spettacolo a Segesta. Qui si illumina, apre una descrizione quasi impressionistica di quel teatro magico che a lui ha provocato tante emozioni)

L’imperatore Adriano, riflettendo sulla vecchiaia sostiene che  non sia una scusante alla perfidia umana quanto, piuttosto, un’aggravante. Mi tornano in mente certe sue parole al termine di uno spettacolo: «Ci vuole più talento a diventare anziani senza essere adulti».

Non è mia, ma di Jacques Brel[4], è la “Chanson de les amants”. La stessa cosa dice Picasso: «Ci vuole molto tempo per diventare giovani», o ancora: «Ci ho messo quattro anni per dipingere come Raffaello e tutta la vita per dipingere come un bambino», cioè a non disegnare più, questa è bellissima secondo me!

E’ passata un’ora, l’intervista è andata per le lunghe, perciò, fatta la foto col Maestro, ringraziamo e ci congediamo.

Ripiombo nel caos della città, catapultandomi nel coacervo di strade, mi lascio alle spalle un’esperienza unica. Preciso e paziente alle mie domande, non riesco a immaginare che quel consumato  frequentatore di stanze d’albergo è passato anche in quella di “Hotel Adriano” dove Yourcenar aveva soggiornato. Ha riconfermato di essere il più grande attore teatrale italiano e ha superato qualunque aspettativa.

Ho avuto il piacere di sentirlo recitare un passo di Memorie di Adriano e  di vedere dal vivo i fogli originali del copione[5]  dello spettacolo.  Egli confessa di lasciare sempre un’ impronta di sé nel testo, infatti quel dattiloscritto reca qualche correzione, consigli sul tono della voce o su un atteggiamento da enfatizzare, appunti su luoghi e date delle repliche europee, dato che, con successo, ha portato Memorie di Adriano in giro per ben vent’anni. Quest’opera è particolarmente cara anche a lui[6], non tanto perché egli si  “cali”[7] nel ruolo dell’imperatore, quanto perché, a suo dire, questo è il più grande romanzo di Marguerite Yourcenar. Il Maestro ha curiosato tra le vicende della scrittrice, si è documentato sulle sue interviste e la trova una grande persona: passionale (se mi si passa il termine, ormai  retorico, nel modo più letterale possibile), libera, controcorrente, amante della bellezza. Esattamente come Adriano. Per Giorgio Albertazzi Adriano è Yourcenar, o meglio Yourcenar è Adriano. La riflessione di Albertazzi verte soprattutto su come Yourcenar ami e partorisce questo  chiaro quesito: la natura dell’Amore della scrittrice verso la compagna Grace Frick era più affine a quello sensuale di Adriano per Antinoo, a quello intellettuale tra Adriano e Plotina o, piuttosto, ad entrambi? E’ difficile, quanto interessante, trovare la risposta. Yourcenar è una a cui piace camuffare personaggi, contraddire idee e manipolare date, nulla è certo anche se lei così vuole che appaiano le sue parole: certe. D’altro canto il grande attore mi insegna che un testo può falsare la realtà, che la letteratura non è mai davvero obiettiva, neanche nella forma più impersonale, che un personaggio è effimero e il teatro è una visione onirica passeggera.

[1] Albertazzi sta preparando uno spettacolo su “Picasso” che andrà in scena nei teatri italiani a Marzo 2011, con la regia di Antonio Calenda.

[2] Mentre parla ad un certo punto, quasi gli fosse capitato in orbita ruotando gli occhi, mi indica  il copione di Memorie di Adriano  riposto sul tavolino davanti a noi.

[3] Si veda M. Yourcenar, Memorie di Adriano seguite dai taccuini di appunti,  Einaudi, Torino 2005.

[4] Jacques Brel (1929-1978) è stato un cantautore belga di lingua francese, da molti fu considerato anche un poeta per l’espressività dei suoi testi. E’ ricordato per canzoni come Ne me quitte pas, La chanson des vieux amants o Le moribond. Inoltre molti suoi pezzi sono stati interpretati da artisti italiani come Franco Battiato, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Patti Pravo e altri.

[5]Alcuni di questi sono stati fotocopiati ed inseriti in Adriano. Ritratto di una voce., Minimum fax, Roma 2007, il libro con il testo adattato da Jean Launay per lo spettacolo,  accompagnato dal dvd delle riprese a Villa Adriana.

[6] Si veda Giorgio Albertazzi in Una narrazione ancora parlante, Apeiron Editori, Roma 2003, p.11.

[7] Un’espressione “calarsi in un personaggio” che Giorgio Albertazzi trova impropria per un attore, “Io, al massimo, mi sarò calato qualche volta da una finestrella bassa” dice con sagace ironia.

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MIA MADRE

Quasi mai vado al cinema per dei film che dubito possano piacermi, quasi sempre mi capita di fare una prima scrematura, così è stato quando ho scelto “Mia madre“. Nell’attesa che la pellicola arrivasse nelle sale cinematografiche avevo guardato il trailer, letto tutte le anticipazioni possibili e ascoltato le interviste ufficiali al cast e al regista. A questo proposito, ammetto di avere più di un debito con il vecchio Moretti; tuttavia non mi è dispiaciuto affatto incontrare Giovanni Moretti prima ancora di conoscere bene Michele Apicella.

Tra le recensioni lette – cosa che mi diverte fare solo dopo la visione del film – una cosa su tutte ho trovato vera: il regista stavolta si è fatto da parte e si è seduto accanto al personaggio. E – cosa ben più interessante – si tratta sempre di un personaggio declinato al femminile: da Margherita (alter ego di Moretti), alla madre (LA donna per eccellenza, interpretata da una bravissima Giulia Lazzarini, attrice di teatro della vecchia scuola), fino alle tre sceneggiatrici con le quali Moretti ha scritto a più mani. Oltre alla matrice autobiografica della storia, quelle voci femminili hanno permesso di rendere “Mia madre” un film scritto, fatto e diretto “mente sensuque”. Sì perché c’è la mente – quando Moretti non tace gli episodi più crudi e realistici delle degenze in ospedale o del decorso di una malattia – e poi c’è l’anima ma senza eccessi di retorica. A parte forse quel “a domani“. Come se fosse necessario alla speranza per l’elaborazione di un lutto, inevitabile come per certi temi antropologici: più l’argomento è universale e più rischi di cadere nella banalità. Nessuna banalità invece per Moretti che, con la sua capacità di scandagliare l’animo umano, riprende le scene più semplici ma anche più profonde che seguono a una perdita tanto importante.

Che ne sarà di quei Tacito e Lucrezio?” si chiede Margherita tra le lacrime. La separazione più dolorosa è proprio con gli oggetti e i ricordi: “dove vanno a finire tutti quegli anni di studio?”, l’analisi logica e il dativo di possesso… La vera sepoltura è dentro gli scatoloni. Cosa ne avranno fatto? Alla fine li avranno lasciati in bell’ordine sugli scaffali, li avranno traslocati altrove, li avranno venduti o regalati agli ex alunni della madre?

Come affrontare separazioni simili? Moretti ripercorre e analizza questi pensieri anche attraverso flashback e parentesi oniriche, tutti modi di rivedere i rapporti con gli altri e pure con se stessi. Oltre che con sua madre ovviamente, quella donna che nel film è sempre la “mamma” e solo nel titolo è “madre”.

In una scena Turturro grida “voglio tornare alla realtà, non ne posso più del cinema. Questo sarà il mio ultimo film“. Spero non sia una malcelata anticipazione del regista, perché è proprio attraverso il cinema che Moretti ci riporta alla realtà. Sebbene sia quella più triste, un domani ci sarà sempre. Scriveva il filosofo Edgar Morin“Sono consapevole che l’umanità non possa avere accesso all’immortalità, ma credo che si possa conquistare una amortalità, vale a dire la privazione della mortalità per un tempo indefinito” (da L’uomo e la Morte)