Suburra

Potere. Temporale e “spirituale”. Prostituzione minorile. Droga. Soldi. Per accaparrarseli, lotte prepotenti e sordidi inganni. Ammazzatine per regolare i conti e dire: è territorio mio, stanne alla larga.

Questo e tanto altro è Suburral’ultimo film di Stefano Sollima, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo. Un ottimo film, come spesso accade quando c’è dietro un libro – se poi sia meglio l’uno o l’altro non potrei dirlo perché mi manca il secondo e, in ogni caso, non spetta a me.

Quello che vorrei dire è la semplice riflessione che ne è venuta dopo perché si dà il caso che il tempismo di questo film sia perfetto con gli ultimi avvenimenti nella Capitale e che, per congruenze di ambientazione e di cast, sia anche in qualche modo didattico, se visto insieme a Non essere cattivo, la pellicola postuma del compianto Claudio Caligari.

Didattico, sì, può esserlo anche un film. E se, quando arrivi a Roma, non sai le cose come stanno, allora ti conviene impararle al più presto. Roma è la città che tutto il mondo ci invidia, se non altro perché un tempo Roma era tutto il mondo. Tuttavia è una capitale diversa dalle metropoli che vorrebbe eguagliare, forse.

La verità è che Roma va bene esattamente così com’è, con equilibri e regole propri.

Si vuole davvero che migliorino la viabilità o il sistema metropolitano? Che si arrivi un giorno alla raccolta differenziata e alle discariche ecosostenibili per smaltire i rifiuti? Quello che non funziona, va comunque bene così perché è così che deve essere, anche se apparentemente un paio se ne lamentano.                                

C’è qualcuno da immolare come capro espiatorio per poi farlo fuori? Non vi date pena per lui, quel poveretto sapeva già a quale fine era stato votato. E lo sapeva da tempi per voi insospettabili.

Perché a Roma, dove – è vero – tutti si sentono padroni, non ti accorgi che anche quando ti sembra di avere la città in mano, in realtà è lei ad averti in pugno.

Anche quando noti intrallazzi o connessioni strane, non applaudire alla tua intelligenza. Stanno solo confondendoti per farti credere tu sia intelligente. Nella realtà dei fatti o non c’è alcun complotto – e anche i più acerrimi nemici sono bene accordati – o la congiura c’è, ed è ben peggiore di come tu l’avevi immaginata.

Intanto i media infuriano con sensazionali  titoli e prime pagine degne dei peggiori strilloni di paese: “ahi povera Italia: è caduto il governo!”, “evento straordinario, non accadeva dai tempi del gran rifiuto di Celestino V: il Papa si dimette”.

Ma alla fine c’è poco di che stupirsi. La “Subura” è sempre esistita e a piedi della città è sempre stato tutto terra terra.

Foto da clarestgram.

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Ciao ciao domenica

La settimana scivolata con orari di ufficio, tra incontri coi colleghi e impegni privati. Il venerdì con il lavoro seguito da concerti prolungati in lunghissime serate tra amici.

Il sabato di hangover e poi la domenica. Che nemmeno ai tempi della scuola, tra catechismo e compiti. La semplicità di un ritmo che, per il momento, non suona affatto male, anzi suona benissimo.

La sveglia ritardata e il brunch dell’una. La pila di vestiti sulla sedia e le paia di scarpe sotto la poltrona. Le lavatrici e le pulizie del fine settimana. La toelettatura e la passeggiata domenicale.

Fermarsi in piazza ad ascoltare l’orchestrina di un’accademia musicale, mangiare un pezzo di pizza e chiudersi in un cinema lasciando fuori il resto del mondo.

Un cartone animato* che ci ripensi e dici: “geni maledetti!” Uno di quelli che sono film di animazione per gli adulti, con quella psicologia che, forse, avrebbe fatto invidia pure a Freud. Una di quelle storie semplicissime, che hanno a che fare con le emozioni. Come tutto, del resto. Però ti aiuta a ricordare che per Gioia è necessaria Tristezza. 

E allora mi viene in mente il favoloso Leopardi e il Sabato del villaggio e … Banalità simili.

Mentre l’ultima sigaretta della settimana fuma al fresco della terrazza, si alza l’eco lontana di qualche piano bar che fa più o meno così:

Buona domenica, tanto tua madre non capisce,
continua a dirti “Ma non esci mai?
Perché non provi a divertirti?”
Buona domenica, quando misuri la tua stanza,
finestra, letto e la tua radio che
continua a dirti che è domenica.
Ciao, ciao domenica, passata a piangere sui libri …

Che poi uno ci ripensa e il ricordo di quelle domeniche fa venire i brividi, di fronte a questa semplice normalità. Eppure che fatica guadagnarsela! E tenersela stretta! Poi magari inizia a non bastarti più nemmeno quella… E allora facciamo che per il momento va benissimo così, che è bello finché dura, se dura.

Ciao, ciao domenica!

*”Inside out”. Assolutamente consigliato!

MIA MADRE

Quasi mai vado al cinema per dei film che dubito possano piacermi, quasi sempre mi capita di fare una prima scrematura, così è stato quando ho scelto “Mia madre“. Nell’attesa che la pellicola arrivasse nelle sale cinematografiche avevo guardato il trailer, letto tutte le anticipazioni possibili e ascoltato le interviste ufficiali al cast e al regista. A questo proposito, ammetto di avere più di un debito con il vecchio Moretti; tuttavia non mi è dispiaciuto affatto incontrare Giovanni Moretti prima ancora di conoscere bene Michele Apicella.

Tra le recensioni lette – cosa che mi diverte fare solo dopo la visione del film – una cosa su tutte ho trovato vera: il regista stavolta si è fatto da parte e si è seduto accanto al personaggio. E – cosa ben più interessante – si tratta sempre di un personaggio declinato al femminile: da Margherita (alter ego di Moretti), alla madre (LA donna per eccellenza, interpretata da una bravissima Giulia Lazzarini, attrice di teatro della vecchia scuola), fino alle tre sceneggiatrici con le quali Moretti ha scritto a più mani. Oltre alla matrice autobiografica della storia, quelle voci femminili hanno permesso di rendere “Mia madre” un film scritto, fatto e diretto “mente sensuque”. Sì perché c’è la mente – quando Moretti non tace gli episodi più crudi e realistici delle degenze in ospedale o del decorso di una malattia – e poi c’è l’anima ma senza eccessi di retorica. A parte forse quel “a domani“. Come se fosse necessario alla speranza per l’elaborazione di un lutto, inevitabile come per certi temi antropologici: più l’argomento è universale e più rischi di cadere nella banalità. Nessuna banalità invece per Moretti che, con la sua capacità di scandagliare l’animo umano, riprende le scene più semplici ma anche più profonde che seguono a una perdita tanto importante.

Che ne sarà di quei Tacito e Lucrezio?” si chiede Margherita tra le lacrime. La separazione più dolorosa è proprio con gli oggetti e i ricordi: “dove vanno a finire tutti quegli anni di studio?”, l’analisi logica e il dativo di possesso… La vera sepoltura è dentro gli scatoloni. Cosa ne avranno fatto? Alla fine li avranno lasciati in bell’ordine sugli scaffali, li avranno traslocati altrove, li avranno venduti o regalati agli ex alunni della madre?

Come affrontare separazioni simili? Moretti ripercorre e analizza questi pensieri anche attraverso flashback e parentesi oniriche, tutti modi di rivedere i rapporti con gli altri e pure con se stessi. Oltre che con sua madre ovviamente, quella donna che nel film è sempre la “mamma” e solo nel titolo è “madre”.

In una scena Turturro grida “voglio tornare alla realtà, non ne posso più del cinema. Questo sarà il mio ultimo film“. Spero non sia una malcelata anticipazione del regista, perché è proprio attraverso il cinema che Moretti ci riporta alla realtà. Sebbene sia quella più triste, un domani ci sarà sempre. Scriveva il filosofo Edgar Morin“Sono consapevole che l’umanità non possa avere accesso all’immortalità, ma credo che si possa conquistare una amortalità, vale a dire la privazione della mortalità per un tempo indefinito” (da L’uomo e la Morte)

La musica può salvare il mondo?

Ripropongo un vecchio articolo.

Ieri su rai 5 è andato in onda il film “Le vite degli altri”.

Anni fa avevo tentanto di farne una recensione rimasta non so in quale cassetto, mentre qualche mese fa il ricordo di quel film aveva generato invece questo pensiero: quanto può l’arte (la musica in particolare, nella scena in questione) essere pericolosa in un regime totalitario? Ma più in generale, può la musica, o qualsiasi altra forma di arte, togliere i paraocchi, scalfire pregiudizi e cuori duri? Oggi (in cui siamo TUTTI, DEMOCRATICAMENTE, sotto controllo) quanto impaurisce la capacità della cultura di fornire autonomia di giudizio?!

La musica può salvare il mondo?.

Il capitale umano

Voglio essere totalmente sincera e lo sarò. Non sono la penna di nessuna testata giornalistica e non scrivo “in qualità” di nulla se non di semplice spettatrice.

All’indomani della sua prima uscita, sono letteralmente corsa al cinema a vedere il nuovo film di Paolo Virzì.  A me lui piace tantissimo e ricordo ancora i singhiozzi che mi presero in sala durante i titoli di coda di “La prima cosa bella”.  Ma non perché la sostanza di un film sia direttamente proporzionale ai millilitri di lacrime versate… Abbiate pietà, ma sarebbe da sciocchi!

“Il capitale umano” mi aveva incuriosita già dal titolo: corposo e impegnativo. Avevo guardato il trailer e avevo esultato pensando che sarebbe stato un piatto ghiotto per me che spesso mi fermo a riflettere e mi infervoro a discutere sul conflitto generazionale genitori-figli.  Così a me che da sempre soffro, un po’ freudianamente, il complicato dialogo con mia madre, si prospettava un bel film, di un bravo regista, sul rapporto genitori-figli .

Per voi ci siamo giocati tutto”, “abbiamo scommesso sul vostro futuro”, “vi vogliamo vincenti e felici, vi vogliamo bene”:  eccole, identiche le frasi che tante, troppe volte, ho sentito urlare in casa mia! Mi sono perciò accomodata su quella poltrona, pronta a rispecchiarmi in quelle parole e in quei ragazzi, a rivedere in quei genitori i miei genitori… Ammetto di non aver letto il libro dal quale il film trae spunto, “Il capitale umano” di Stephen Amidon, perciò sono arrivata forse un po’ impreparata. Per me e per l’interpretazione personale che avevo dato al trailer, il “capitale umano” erano proprio i figli sui quali è stato investito tutto, erano il bene dal quale ci si aspetta il rendimento, il buon raccolto dopo tanta semina.

Nel film, due famiglie dell’alta società brianzola (e lascio fuori le ridicole reazioni dei leghisti offesi) si ritrovano legate in affari e grossi giri di denaro. I rispettivi figli sono anch’essi in qualche modo uniti, oltre che compagni presso una prestigiosa scuola di matrice religiosa, tutta alto rendimento scolastico e massimo profitto, da dove usciranno i futuri dirigenti del paese.

Devo ammettere, col senno di poi, che avevo snobbato un piccolo dettaglio, ossia che il film è classificato nel genere thriller. L’avevo trovato un po’ insolito per un regista come Virzì, perciò mi aspettavo, ostinatamente, una commedia drammatica all’italiana con qualche schizzo leggermente noir qua e là.

Ebbene, il film è da poco nelle sale, perciò non voglio dirvi nulla in più di quello che potreste intuire dalle recensioni o dal trailer stesso. Vale la pena andare a vederlo, se non altro, per la sensazione eccitante di lieve angoscia che procura il capire qual è l’accezione di “capitale umano” nel film di Virzì.

Non si dimentichi, infatti, che la storia è un thriller e l’intreccio inizia già dalla visione del trailer, dalla differenza abissale tra ciò che questo vorrebbe far trapelare e ciò che realmente è. Sospetto che l’effetto sorpresa sia stato volutamente ricercato! Tuttavia qualcuno potrebbe dirmi che se lo aspettava, in questo caso, vorrà dire che solo io ho inteso, anzi frainteso, che fosse il solito conflitto generazionale.

Ad ogni modo vi assicuro, inaspettatamente, la suspense c’è stata tutta, prima, durante e anche dopo… Quando lascia spazio ad una profonda riflessione sul cinismo e sulla crudezza di una traviata nobiltà priva di valori.

Non ultimo, il cast, alla prima collaborazione con Virzì: la Tedeschi è perfetta, Lo Cascio entra bene nel piccolo ruolo che sembra cucito addosso a lui e ricorda vagamente il Nicola de “La meglio gioventù”, brillante il nuovo volto di Matilde Gioli Insomma tutti bravissimi, ma, non me ne voglia nessuno, Bentivoglio l’ho trovato superlativo!

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