Scrittori si diventa (ma bisogna anche nascerci)

Stamattina sul tram una signora discretamente anziana viaggiava accompagnata da due donne, sorelle, presumibilmente sue figlie. Come faccio a saperlo? Perché si sono premurate di farlo sapere a gran voce. Stavano portando la madre al policlinico e strada facendo disquisivano tra di loro su tre punti: visibilità mediatica, social network e dispotismo del maschio siciliano.

Una delle due donne millantava di essere una scrittrice, reduce dalla promozione della sua ultima pubblicazione. Ma – e qui viene il bello – se non esci su un giornale non sei nessuno perché facebook non basta e poi che pizza rispondere e parlare con tutti! diceva.

Tutti chi? Lettori? Fan? Estimatori? Ad ogni modo sembrava che tra questi ci fosse anche un uomo siciliano, avanti negli anni. Lui non è interessato a te come scrittrice. Da ‘a scrittrice nun glie frega! Quello vòle ‘a donna. E poi già che è siciliano, lascialo perde’ ché l’omo siciliano vuole comanda’ e basta, la ammoniva con protervia la signora anziana.

Infine in tutto questo, con un filo logico che mi sfuggiva dato che forse ero salita a dissertazione avviata, la scrittrice diceva alla sorella: perché tu è come se non esistessi, se vogliono farti scomparire (suppongo parlassero di esistenza virtuale sul web), ci mettono un attimo e puf! è come se tu non ci fossi mai stata. E poi chi lo sa che tu sei mia sorella? “Praticamente metà della gente che sta su questo tram” avrei voluto risponderle.

Sono scesa alla loro stessa fermata, con uno stato d’animo combattuto tra lo spasso e il disgusto. Perché no, signora scrittrice, sui social almeno se non vogliamo leggere gli status di qualcuno, possiamo “zittirlo” e sul web possiamo scegliere cosa far sapere o meno di noi, dei legami di sangue o delle relazioni amorose. Ma se lei fa discorsi simili a voce troppo alta su un tram pieno zeppo, obbliga tutti a seguire i suoi vaneggiamenti. E questo non è affatto democratico.

Se avesse detto anche il titolo del suo libro, qualcuno probabilmente si sarebbe preso la briga di farlo scomparire da tutte le librerie d’Italia, come se lei non l’avesse mai scritto. Almeno questo è quanto ho intuito nello sguardo scocciato del passeggero accanto a me. Sono scesa alla sua stessa fermata e, per curiosità, le avrei chiesto quale libro abbia mai scritto. Ma me ne sono andata. Sorridendo. Perché a quel punto il suo libro non l’avrei comprato per principio.

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Recordare: ripassare dal cuore

Questa notte mi è affiorato alla memoria un ricordo dai contorni labili quanto quelle coordinate spazio-temporali che neppure a stento riesco a ricostruire. Non rammento più quale anno fosse, ma di certo andavo ancora al liceo, era estate e faceva caldo, sebbene fossimo in Sicilia, non tanto quanto ne facesse in Africa.

Quando T. arrivò a Trapani fu un grande giorno, di gaudio ed esaltazione, soprattutto per gli adulti che avevano organizzato tutti i dettagli per l’ospitalità da riservare a una giovane congolese che l’associazione accoglieva per la prima volta. T. stava venendo in Italia e ci sarebbe rimasta giusto il tempo necessario per prendere una laurea in scienze infermieristiche, imparare qui il mestiere e tornare poi a dare aiuto al suo popolo. Non tanto a Kinshasa, quanto le capanne del vicino villaggio di Makumbi avevano urgente bisogno di un ospedale e di personale medico e paramedico qualificato, oltre che di una scuola, di banchi, sedie e tetti veri sotto i quali poter vivere. Negli anni, la forza umana di Padre Clemente ha portato tanti risultati, e se costruire è l’unica cosa che l’Uomo possa fare per gli altri uomini… Clemente ha costruito tanto per i suoi fratelli e continuerà a farlo finché ne avrà le forze.

Dicevo, quando T. arrivò dal lungo viaggio, fatto di treni e aerei e scali e trasbordi, c’era gran fermento anche in casa mia. T. infatti sarebbe venuta a pranzo da noi e si sarebbe fermata un paio di giorni per stare un po’ con me e mia sorella, le uniche due ragazzine che avrebbero potuto metterla a suo agio, dato che non doveva essere stato facile cambiare continente per stabilirsi in una nuova terra con usi e costumi, con una lingua, e persino una tavola, totalmente differenti.

A dire la verità fu una grande emozione anche per me, una bellissima novità in casa che portava ventate di speranza e umanità. Quello che ancora non potevo sapere era che in T. avrei trovato anche una grande amica, una confidente fraterna alla quale avrei di lì a poco aperto il mio cuore e chiesto consigli, preziosi più di quanto forse sia stata io per lei in quei primi giorni italiani.

T. giunse a Trapani che aveva ancora tutte le sembianze tipiche di una donna africana, ma vestiva alla moda europea, a eccezione dei capelli che erano colorati con henné rosso fuoco e acconciati con le treccine, così tirate che le si vedeva la cute. Mi domandavo come non le facessero male! (Io per un saggio di danza le avevo tenute 15 giorni e avevo avuto la testa dolorante per altri 15). T. aveva le labbra carnose e il naso camuso, era alta e coi muscoli tonici da campionessa di basket – sport che infatti aveva praticato in Congo a livelli agonistici. La sua pelle era coriacea quanto quella dura corteccia della quale sembrava rivestita, come fosse l’aura di fierezza di chi avrebbe voluto dire: “sì, son qui per studiare, ma, appena avrò finito, tornerò dalle mie sorelle che sono tutta la mia famiglia. Il mio popolo è più sfortunato di voi, ma siamo capaci anche noi di intelligenza, forza e valore (ma non per combattere la guerra di hutu e tutsi). Io sono qui umilmente, ma non pensiate di potermi mettere i piedi in testa“. Ho amato da subito la sua dolcezza camuffata sotto questo sottile strato di diffidenza, all’inizio causato certo anche da qualche difficoltà linguistica… T. aveva appreso i primi rudimenti di lingua italiana nei mesi immediatamente precedenti alla sua partenza, dunque capiva qualcosa, ma rispondeva a monosillabi. Il primo giorno poi era comprensibilmente frastornata, in mezzo a gente sconosciuta che la stimolava con mille domande. Giustamente, le era stato consigliato di essere sempre prudente, di stare un passo indietro e poi, magari, farne mezzo avanti.

La prima cosa che facemmo quando T. entrò a casa fu una sorta di scambio dei doni di ospitalità. Un po’ come si racconta nei poemi omerici: io forestiero ti porto il miglior vino della mia terra, tu ospite mi offri il formaggio nostrano. Ebbene noi le donammo qualche vestito e un costume da spiaggia. T. invece ci recava due completi, gonna lunga e maglietta, nelle fantasie tipiche del folclore africano, coi toni del blu, del giallo e del bianco. Qualche anno dopo, in occasione di un weekend trascorso da T. che intanto viveva a Colleferro per frequentare l’università a Roma, mi sarei trovata in una gigantesca sala dell’oratorio della parrocchia a battere le mani al ritmo di musica, a cantare e mangiare al banchetto di una coppia congolese, tra carni aromatizzate, verdure a me sconosciute e fufu à gogo. In quella sala eravamo in tre europei; da allora non credo di essermi più ritrovata nello stesso posto con una cinquantina di africani. E non credo di aver più visto tanta gioia e tanta spontaneità. Ecco, in quell’occasione, col completo regalatomi un paio di anni prima da T., mi sarei integrata ancora meglio; ma non che a loro importasse… Non ho mai visto T. tanto felice come quel giorno, durante quel pomeriggio la sua fragorosa risata fu ancora più contagiosa di come la ricordassi.

Comunque, tornando a quel primo giorno… Fu anche il primo bagno nella vita di T. A poco più di 20 anni T. non si era mai bagnata nel mare. Balneabile o meno, gli unici tuffi possibili erano nel fiume Kasai! Sono passati diversi anni, ma le sue grida di gioia le ricordo ancora e ancora oggi mi fanno venire i brividi. Vederla – grande e grossa – sguazzare sul bagnasciuga lanciando gemiti di piacere infantile, mi ricordò la mia emozione alla vista dell’oceano (in realtà fu un po’ deludente. Mi trovavo in Irlanda – e dire “oceano” sembra un po’ un parolone – il cielo era plumbeo e tirava un forte vento: l’unica cosa che potemmo fare noi giovincelli fu il risvoltino ai jeans per lasciarci bagnare le caviglie! Ma come primo viaggio da sola all’estero, quelle poche gocce di oceano ci stavano proprio bene. E in ogni caso, non era il Mediterraneo nostrum).

T. intanto da qual primo giorno ha imparato l’italiano, si è laureata e, stando all’ultima volta in cui ci siamo sentite, credo lavori come infermiera nel nord Italia. Ora è molto più europea di me, ma forse desidera ancora tornare in Congo dalle sorelle.  Adesso T. ha sciolto le treccine e indossa tutti i giorni il camice in ospedale, ma io la ricorderò sempre un po’ bambina, come quel primo giorno al mare. Balbettante come quella prima notte quando, come due amiche al pigiama party, cercavamo di raccontarci gli amori sognati. Per tentare di superare lo scoglio della traduzione, lei aveva avuto la pazienza di farmi ripetere a memoria il presente indicativo del verbo être e insegnarmi brevi frasi di senso compiuto.

Non so perché, ma quando penso al popolo africano mi immagino tanta generosità, grandi sorrisi, sonore risate e pelle morbida che profuma come la crema di T…

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La luce giusta.

Ieri sulla Terra qualcuno ha fatto la sua prima apparizione nel mondo.

Una luce, una nascita, un nuovo inizio, una nuova vita… La Felicità!

Cara Bianca,

era l’alba e la tua mamma ha travagliato un bel po’ per darti alla luce,

ma ha dimenticato tutto nel momento in cui ti ha preso tra le sue braccia.

Quello che è iniziato per te ieri potrà sembrarti qualche volta un piccolo percorso a ostacoli,

ma, proprio da quegli ostacoli, imparerai che la vita è l’unico viaggio che valga davvero la pena fare…

Per tutte le prime volte in cui sarai o farai qualcosa,

ma anche per le seconde o le terze volte che saranno più belle delle prime.

Invece tu, cara mamma,

dimentica tutte le volte in cui hai pensato sarò capace di crescere una figlia?

Come le insegnerò a sopravvivere in questa giungla?

Ci vuole coraggio, è vero, ma sarà anche lei a infondertelo!

Dimentica le paure e guarda quel corpicino respirare…

Non pensi che sia il tuo atto creativo più riuscito?

Dentro di te, mamma, si sono formate quelle braccia e quelle gambe,

tu le hai dato quella bocca e quegli occhi…

Quale divino demiurgo avrebbe potuto fare meglio?!

Quella lì è la tua Opera più bella.

Il linguaggio segreto delle donne

Photo by Sarah Ann Lorethhttp://www.sarahannlorethphotography.com/ )

Ogni donna si sarà trovata in situazioni in cui l’errata decodificazione di un messaggio femminile ha creato fraintendimenti o alzato un enorme muro di incomunicabilità con l’uomo. È vero che spesso le donne sembrano cambiare idea, ma è solo perché consideriamo diversi punti di vista. Questa volta però prenderemo in considerazione un solo punto di osservazione: quello delle donne complicate o complesse, problematiche e un po’ paranoiche (e quale donna non si è sentita così almeno una volta?). Cercando di abbassare di un palmo quel muro di incomunicabilità, ho iniziato a raccogliere alcuni dei tanti casi in cui il multiforme mondo femminile può sembrare oscuro a quello maschile, scientificamente riconosciuto come più lineare…

  • DECODIFICARE IL LINGUAGGIO DI UNA DONNA IN COPPIA

In un paese che ha fatto delle Mamme le eroine del focolare domestico, le genitrici di uomini mammoni e di donne represse… Sarà bene ribadire che alla luce dei cambiamenti dell’ultimo secolo, il linguaggio di alcune donne, almeno quelle che vogliono realizzarsi nella vita professionale, è un po’ cambiato. Premesso che per alcune questo non vuol dire trasformarsi in androgine manager senza un briciolo di sensibilità femminile, né voler rinunciare a una famiglia con prole al seguito… Dobbiamo ricordare che una donna può avere entrambe le cose, senza dover scegliere tra affetti e carriera. Non deve sacrificarsi a una scelta esclusiva né votarsi unilateralmente a una cosa o all’altra.

Oggi mi sento un po’ giù = aspettavo che arrivasse una risposta, che qualcosa cambiasse la mia routine quotidiana e invece non è stato così.

Oggi mi sento molto insoddisfatta = non dipende dal mondo esterno, ma dal mio mondo interiore: potevo fare di più, sono io a non essere abbastanza (brava, intelligente, qualificata, indipendente, autosufficiente … potete aggiungere a piacere gli aggettivi più virtuosi che vi vengono in mente).

Oggi non ho combinato nulla = non importa che abbia sistemato e pulito casa, preparato pranzo e cena, fatto il bucato, che abbia concluso ben due consegne da mandare in ufficio, preso accordi telefonici o telematici con contatti lavorativi, dividendosi tra un dispositivo tecnologico e l’altro… Il multitasking non è mai abbastanza e, in ogni caso, lei ha fatto tutto senza muovere un passo fuori di casa, mentre voi siete stati a zonzo per la città, fiaccati dalla ressa sui mezzi. Non importa che abbiate risolto la metà delle cose che ha risolto lei, che nel frattempo vi siate anche rifocillati con chiacchiere tra colleghi alla pausa pranzo o all’aperitivo del dopolavoro… Lei penserà che la sua immobilità fisica sia anche inoperosità.

“Caspita credo che questo film meriti” (guardando un nuovo trailer) = spera accettiate spontaneamente di andarci con lei non appena il film uscirà nelle sale… Ovviamente per evitare le vostre lamentele o il vostro muso lungo alla fine ci andrà con le amiche o addirittura da sola.

“Stasera prendiamo la macchina o usciamo con i mezzi?” = vi sta chiedendo se deve mettere scarpe comode per poter fare chilometri a piedi (e innervosirsi tutta la sera se una volta di troppo vi cascherà l’occhio sulla pupa con tubino attillato e tacco 12) o potersi sentire bella con un paio di décolleté, senza per questo soffrire le pene dell’inferno.

“Ho le mie cose e sono gonfia come un uovo, ma proprio stasera dovevamo accettare quest’invito?” = vi sta dicendo che è nervosa e non si piace. Qualsiasi cosa direte, non cambierà la percezione che lei ha di se stessa allo specchio. In questi casi c’è bisogno di sentirsi più desiderate del solito…

“Lasciami perdere, non ho nulla” = nel marasma di preoccupazioni che ho, non so neppure quale sia il pensiero che più mi dà noia, ma sì ho qualcosa… Non abbandonarmi al mio malumore, chiedimelo ancora una volta e poi abbracciami e baciami, vuol dire che ho bisogno delle tue attenzioni.

“Forse dopo questa, è meglio davvero che la chiudiamo qui, non chiamarmi più, non cercarmi più” = ti sta chiedendo di inseguirla e di farle cambiare idea. In realtà lei hai già cambiato idea, nel momento in cui si è voltata di spalle per andare via, ma vuole che tu la faccia sentire amata e desiderata, per lei sarà la dimostrazione che non vuoi lasciarla.

  • DECODIFICARE IL LINGUAGGIO NELLA FASE DI CORTEGGIAMENTO (DI LUI)

Per quelle donne invece che hanno ormai rinunciato alla vita di coppia e si trovano ad avere qualche appuntamento di tanto in tanto, nella speranza sopita che un potenziale compagno si nasconda da qualche parte… Ricordatevi che l’amore è chimica. Non è solo affetto, dedizione, comunità d’intenti e condivisione di interessi, né solo attrazione fisica e sesso. È chimica, un indefinibile tutto e niente. Per fortuna, se la chimica c’è una donna se ne accorge subito, se non c’è, una donna sa che non arriverà neanche al decimo appuntamento passato in piacevolissima compagnia, perciò:

“Sì, d’accordo andiamo a fare un aperitivo” se lui è simpatico e sembra perfino intelligente, è superattivo e pieno di interessi (magari comuni), dà una piacevole compagnia, è carino e non sembra uno psicopatico. Lei ha deciso di accettare il tuo invito per un aperitivo/cena. Un aperitivo o una cena. Tutto qui. Non è detto che ci stia. Non importa che prenda una seconda bevuta o che accetti una passeggiata dopo la cena… è solo perché si trova bene a chiacchierare.

“Ci vediamo direttamente al punto X e poi decidiamo dove andare”: significa “ognuno arriva per i fatti suoi”, non voglio sentirmi Cenerentola e non sei il mio ragazzo (forse mai/non ancora/ non lo so ci devo pensare/ma penso proprio di no). So che fai tutto questo per ottenere qualcosa, ma dopo averla ottenuta, non ti comporterai più così e sarai molto meno premuroso, perciò non illudermi, non farlo neppure adesso.

“Paghiamo a metà”: non è che lei si diverta a spendere a destra e a manca, semplicemente non è un’opportunista succhiasoldi e non vuole che il tuo gesto di offrirle qualcosa la possa mettere a un certo punto nell’imbarazzo del do ut des (perché è così). Apprezza la sua correttezza: ti dirà di no, ma almeno non ti avrà spillato soldi nell’attesa che ti dicesse sì.

  • DECODIFICARE LE CONVERSAZIONI IN CHAT

Una faccina sorridente: NON è sintomo di apertura verso di te, ma solo segno di simpatia e gentilezza. Non ti sta dicendo “ho voglia di baciarti”, né ti sta promettendo che lo farà, si sta solo assicurando che tu non scompaia dopo che ti avrà detto di no, quando e se ti sarai dichiarato… In realtà lei spera tu non lo faccia, perché è piacevole stare a conversare con te e di questi tempi è difficile.

Un pollice alzato: vuol dire che non ha nemmeno aperto la chat e non ha voglia di scrivere o semplicemente va di fretta, ma è ok. Cioè “sì, dici bene sono d’accordo” oppure “grande! Ci sei arrivato finalmente!”: la differenza dipende dall’interlocutore in questione.

La faccina che manda il bacio col cuoricino: non sottende per forza una sfumatura maliziosa o ammiccante. È solo che non esiste la manina che fa “ciao” e le poche in circolazione sono davvero bruttissime… Per gusto estetico, meglio la faccina, ma, ribadisco, “la faccina ti manda un bacio” vuol dire “ciao” e non “vorrei baciarti”.

Il cuore: grande o piccolo che sia, un cuore si può inviare per profondo affetto a un AMICO e “la regola dell’amico non sbaglia (quasi) mai” oppure perché quello che avete allegato nella conversazione è di altissimo gradimento, stop. Non vuol dire “segretamente ti amo”.

Più che altro miei cari uomini dovete imparare che di segreto, in certi casi, c’è veramente molto poco. Le emozioni importanti sono sempre chiare e lampanti, non lasciano spazio a dubbi perciò dove non capite o trovate oscurità forse è solo perché siete poco attenti… Dalle mie parti si dice “amuri, biddizzi e dinari su tri cosi chi nun si ponnu ammucciari”, ecco appunto la saggezza dei detti antichi…

“Un’avventura che richiede coraggio”

Photo by ©Agnieszka Sochiera

 

Questo post sarà alquanto inusuale. Niente romanzi. Niente cinematografia. Nessuna fantasia dal mondo delle farneticazioni.

Questa volta ho deciso di prestare, per la prima volta e in maniera esclusiva, il mio piccolissimo spazio per dare voce a qualcun altro che resterà per ovvi motivi nell’anonimato (perciò il nome della protagonista è chiaramente casuale).

Ho deciso di farlo perché dare visibilità a testimonianze che possono salvare un’esistenza, può valere tanto, anche attraverso il tanto demonizzato mondo virtuale.

Questa volta si tratta di vita vera, raccontata da chi ne porterà per sempre i segni. E siccome davanti a certa vita vera ci si sente imperfetti, impotenti e incapaci di giudizio, questo racconto dovrebbe poter sensibilizzare non solo le donne, ma anche gli uomini. Tutti. Obiettori e non. Perché non tocca a noi giudicare una scelta più grande di qualsiasi mistero umano. Perché nessuno/a può sapere davvero cosa farebbe… Almeno finché non ci si troverà dentro!

 

Un normalissimo pomeriggio freddo di fine gennaio lei scopre la vita.  Esce per la sua normale corsa al supermarket ma prima di andare sente di doversi liberare da un macigno che la ossessiona da giorni.

Ada si reca alla farmacia vicino casa. Ma non dove va di solito. Opta per quella in cui non va mai perché, se il test dovesse essere positivo, cosa dovrebbero pensare coloro che la conoscono come una donna in carriera, corretta e presa da altre mille cose, che di tanto in tanto acquista melatonina o dimagranti?

Chiede il suo primo test di gravidanza e non appena consegna quei venti euro alla cassa, avverte una strana fitta che va dritta dal costato al ventre.

Ada pensa di andare al bagno. Nel bagno di un bar qualsiasi. “Sì, prego signorina, in fondo alle scale a sinistra”.

Chiude la porta. Libera la scatola dall’involucro di plastica e velocemente fa uscire la propria urina per fare il test. Nel giro di pochissimi secondi: il simbolo evidente e chiaro di una croce. Compare la sua dannata e benedetta croce positiva.

Ada è incinta. Ada non sa che fare.

Le viene da piangere o da urlare. Ada non sa che fare. Ada cerca di pensare che sta vivendo solo dentro un sogno o un incubo. Si dirige verso l’uscita e il pizzaiolo la guarda sfrecciare via tra il disperato e l’incredulo.

Ada ascolta il pezzo musicale che di solito la calma, ma non riesce, il suo cuore impazza. Torna dalla farmacista che sorridente e ignara di tutto le aveva fornito il test della verità, il test del dolore e della scelta.

Ada sta per svenire non appena legge negli occhi lo sguardo “positivo” del medico. Ada non riesce a respirare. Ada rivede il suo passato come se da neonata avesse potuto ricordare gli occhi di sua madre che dolorante l’aveva messa al mondo.  Ripensa in un attimo mille cose, rivede lo sguardo fiero e felice del padre nel giorno della sua laurea. Rivede le sue esperienze formative per il tanto agognato futuro lavorativo. Vede fuoriuscire sangue dalle ferite delle sue pellicine scorticate durante l’esecuzione di Chopin per l’esame pianistico di quarto anno. Ada rivede il suo primo bacio, il suo primo amplesso e ripensa ai discorsi sognanti di donna e ragazza al contempo che tutto poteva pensare di vivere tranne questo.

Ada non sa che fare.

Forse sì, sa cosa fare ma non riesce ad alzare la cornetta per raccontare il tutto alle persone più care. Ada è smarrita. Cerca rifugio al consultorio dove viene lesa a livello umano. Ada piangente scappa via, corre e cade per terra. Chiama l’uomo che le ha causato tutto e urlando chiede spiegazioni, per poco non lo maledice e gli continua a chiedere chi mai potrà ripagarla per quello che sta vivendo.

Ada si reca lo stesso al supermercato e acquista la solita bottiglia di vino sapendo già che non lo berrà, ma rivede tutto sotto un altro punto di vista. Adesso è rallentata nei gesti, negli sguardi e nei pensieri interiori. Ada è letteralmente in stato di shock. Non controlla lo scontrino come fa solitamente e non fa caso neanche alla banconota che consegna al cassiere.

Torna a casa e si ferma nel bel mezzo della strada. Preferirebbe farsi investire per sbaglio ma poi pensa di aspettare un figlio e si sposta in maniera celere perché ripensa al suo amore per la vita e tutto ad un tratto si rende conto di avere la vita dentro. Pensa: Ada al quadrato. Sorride e poi ripiomba nella realtà incasinata.

Lo deve proteggere da tutto e tutti. Ora lei sta vivendo un’esperienza nuova. Tutto è diverso. Niente è come prima e a ricordarglielo ci sono le continue nausee e i colpi al ventre. Come può un esserino provocare tutto questo? Si trova dinanzi al mistero della vita. Ada non si ferma alla sua solita panchina del parchetto e partorisce istintivamente una bugia da raccontare alla sua amica e collega di lavoro per proteggerla da tanto dolore e sgomento. Ada, a casa, quasi sta meglio perché recita una parte e quasi quasi arriva a non pensare costantemente, ma la sua condizione fisica le ricorda: “ehi! Aspetti un figlio! Vacci piano con le scale, e con gli spaventi improvvisi!”.

Ada non fa nulla per provocare un qualcosa di orribile e spontaneo, anzi, segretamente sfiora e accarezza la sua pancia, durante le soste in bagno per la pipì o sotto la doccia fra una lacrima e l’altra.

Ada è combattuta ma non appena subentra l’orco nero della situazione, Ada si convince che forse è giusto effettuare delle analisi e da lì ha inizio il suo incubo. Non si fa toccare da lui, non lo vuole neanche guardare negli occhi quell’essere così per bene in giacca e cravatta che tratta tutti come numeri incasellati in una tabella, da bravo super banchiere.

Ada non accetta che il suo potenziale figlio sia un semplice e squallido numero urlato a squarciagola: “sette giallooooo”. Non lo accetta e vorrebbe urlare in quei momenti.  Ma non può scappare perché pensa che ci sia in ballo il suo lavoro da libera professionista. Durante i colloqui con i medici pensa mille cose. Le parlano, le spiegano di date, tempi prestabiliti dalla legge ma lei è confusa, assonnata e indecisa, allora fa entrare l’orco nero in stanza e lascia che siano loro a spiegare tutto a lui che velocemente tira fuori la propria agenda e appunta tutto come fosse un impegno di lavoro con un cliente, senza pensare minimamente che c’è in ballo una vita, un cuore pulsante nel suo ventre.

Lei piange continuamente ma segretamente. Nessuno lo deve sapere perché nessuno capirebbe e nonostante tutto lei la mattina si alza e fra un capogiro e l’altro si lava, si veste e insieme al suo ventre pulsante va incontro alla quotidianità fatta di riunioni, pause-caffè con i colleghi e chiacchierate futili con amiche inacidite dalle situazioni pseudo-amorose con uomini mediocri.

Ada si sente persa e smarrita, vorrebbe stare stesa sul suo letto e far ascoltare buona musica al suo cuoricino pulsante. Ada vorrebbe spiegare tante cose alla gente che la osserva ma nessuno potrebbe capire. Ada sa di essere sola e proprio per questo decide di farsi forza. Di affrontare tutto ciò che verrà da sola.

La sveglia suona e Ada improvvisamente si ricorda di tutto quello che l’aspetta. Le lunghe file d’attesa al centro IVG e tutto quello che non vorrebbe dover fare. Non vuole essere toccata dall’uomo nero, Ada sta bene con il suo bambino  e per la prima volta in vita sua sente che niente le manca e che quel cuoricino pulsante le potrebbe dare la gioia che ha sempre cercato.

Ada arriva a pensare che forse il destino le ha tracciato una strada da seguire e lo capisce nel momento in cui avverte un fortissimo istinto materno.

Entra nella stanza delle ecografie e cerca di guardare in tutti i modi possibili quello schermo, lo schermo che le permette di vedere il suo futuro figlio. La ginecologa comincia a non capire e le porge innumerevoli domande scomode,non sa più cosa pensare. Una sola cosa le è chiara: quello che pulsa e che vede sullo schermo è una vita. È suo figlio e non c’è niente di più bello al mondo.

Ada, finita la visita si reca da altri dottori che le parlano di eventuali date per l’operazione chirurgica e lei non riesce ad ascoltarli. Si perde nei suoi pensieri, si immagina con la salopet da ragazza madre ferma alla vetrina di un negozio Chicco per scegliere l’eventuale tutina da far indossare alla sua meravigliosa creatura.

Poi ritorna alla realtà e si sente totalmente smarrita.

Torna a casa e si stende sul letto. Cerca di non pensare. Battiato è l’unico che le tenga davvero compagnia.

Ma si avvicina la partenza per la tanto sognata Istanbul. Certo ora tutto è diverso. Diverso è il modo in cui lei pensa e immagina il suo viaggio. Lei aspetta un bambino e tante follie non le vorrà fare. Arrivata all’aeroporto, si reca subito al bagno per ingoiare una pillola di Plasil contro le nausee e va incontro al suo migliore amico che ansioso e preoccupato le chiede del suo stato d’animo ormai precario da mesi. Lei non risponde e gli dice: “Arriviamo a Piazza Taksim e ti racconterò tutto.”. Paolo rispetta la sua decisione, non le chiede altro e aspetta che sia lei ad aprirsi. Ada si siede con il suo caffè turco fra le mani ed esordisce con queste testuali parole: “vedi caro amico di una vita, in questo viaggio, non siamo due! Siamo in tre.”

Paolo incredulo la osserva con sguardo indagatore e cerca di andare a fondo,e lei tenta di trovare le parole per raccontare al meglio tutto quello che ha vissuto nelle ultime settimane.

Il suo amico la capisce, non la giudica affatto. Solo che lei continua a vivere il suo piccolo dramma in perfetta solitudine. Vorrebbe che qualcuno le dicesse, le urlasse, “tienilo!” ma nessuno lo fa.

Nessuno lo fa. Nessuno l’ha fatto. Nessuno l’ha detto. Nessuno ha pronunciato quelle parole.

 

Queste parole sono rivolte alle donne che si sono ritrovate a scoprire il vero senso della vita. A quelle che si chiedono se essere mamme sia un mestiere, un diritto o un dovere. A quelle che brancolano nel buio durante la fase iniziale di una gravidanza totalmente inaspettata, capitata con un orco nero che vuole scoparti anche se gli hai detto che quella volta lì non hai proprio voglia. È rivolta a quelle che prendono una decisione sapendo che comporterà la perdita di una parte innocente di sé, a coloro che tutte le notti non ci dormono e si dannano l’anima, che odiano la propria pelle e non vogliono perdonarsi poiché hanno amato più di se stesse un corpuscolo di pochi centimetri. A quelle che sono state così deboli da farsi plagiare, che sono state violentate a livello psichico, e adesso non riescono più a dormire con un uomo pur volendolo. A quelle che durante le giornate apparentemente appaganti balza costante e onnipresente il pensiero di una potenziale vita che non ci sarà mai, a quelle che si sono ritrovate a mettersi in fila nel cuore della notte in un sotterraneo scoperto, con la pioggia grondante che, come sale in una ferita, bruciava più di qualsiasi altra cosa. A quelle che non erano convinte e si trovavano accanto donne snaturate e immonde. Che non riescono più a non associare nomi, luoghi e canzoni a mesi terribili del proprio triste passato. A tutte quelle che per tre mesi si sono sentite mamme autorizzate ad occupare sull’autobus il posto riservato, che hanno contemplato l’icona del pancione sull’etichetta della bottiglia di birra, che hanno fatto lunghe passeggiate tentando di trovare risposte. A quelle che hanno sofferto in silenzio e si sono svegliate su un letto di reparto da dimenticare, che hanno pianto e continueranno a farlo sempre, che tenteranno di trarre insegnamenti da un’esperienza così forte e alla fine forse riusciranno a perdonare se stesse.

Queste parole sono rivolte a tutte quelle donne forti che, nonostante tutto, sapranno urlare il loro disperato e sincero amore per la vita!

 “ADA”

 

A volte rabbrividisco a figurarmi le scene di racconti simili. Sono immagini crude di realtà che solo di rado ti ricordi che esistono. Di corsie fredde in ospedali fatiscenti, dal personale scorbutico e senza più un briciolo di umanità. Di lettini numerati e separè dell’anteguerra, dove ti convocano con un codice numerico a stenderti sul tavolo operatorio con le gambe divaricate, mentre ti stordiscono per l’anestesia e le ultime parole sono “signorina è sicura di quello che sta facendo?”. Dove ti risvegli e l’unica persona che hai accanto è la tua compagna di letto che sbraita che “ se ne vuole tornare a casa perché c’ha da fare col ragazzo!”

Non bastano i resoconti né le lacrime piante insieme per capire che non ci si perdona mai di aver abortito l’unica vita che potrebbe riempire qualsiasi vuoto! Ma purtroppo un aborto ha a che fare con la morte e questa, ahimè, è l’unica tra le umane miserie, per la quale si deve dire “è troppo tardi”… senza poter aggiungere “non è mai”.