Recordare: ripassare dal cuore

Questa notte mi è affiorato alla memoria un ricordo dai contorni labili quanto quelle coordinate spazio-temporali che neppure a stento riesco a ricostruire. Non rammento più quale anno fosse, ma di certo andavo ancora al liceo, era estate e faceva caldo, sebbene fossimo in Sicilia, non tanto quanto ne facesse in Africa.

Quando T. arrivò a Trapani fu un grande giorno, di gaudio ed esaltazione, soprattutto per gli adulti che avevano organizzato tutti i dettagli per l’ospitalità da riservare a una giovane congolese che l’associazione accoglieva per la prima volta. T. stava venendo in Italia e ci sarebbe rimasta giusto il tempo necessario per prendere una laurea in scienze infermieristiche, imparare qui il mestiere e tornare poi a dare aiuto al suo popolo. Non tanto a Kinshasa, quanto le capanne del vicino villaggio di Makumbi avevano urgente bisogno di un ospedale e di personale medico e paramedico qualificato, oltre che di una scuola, di banchi, sedie e tetti veri sotto i quali poter vivere. Negli anni, la forza umana di Padre Clemente ha portato tanti risultati, e se costruire è l’unica cosa che l’Uomo possa fare per gli altri uomini… Clemente ha costruito tanto per i suoi fratelli e continuerà a farlo finché ne avrà le forze.

Dicevo, quando T. arrivò dal lungo viaggio, fatto di treni e aerei e scali e trasbordi, c’era gran fermento anche in casa mia. T. infatti sarebbe venuta a pranzo da noi e si sarebbe fermata un paio di giorni per stare un po’ con me e mia sorella, le uniche due ragazzine che avrebbero potuto metterla a suo agio, dato che non doveva essere stato facile cambiare continente per stabilirsi in una nuova terra con usi e costumi, con una lingua, e persino una tavola, totalmente differenti.

A dire la verità fu una grande emozione anche per me, una bellissima novità in casa che portava ventate di speranza e umanità. Quello che ancora non potevo sapere era che in T. avrei trovato anche una grande amica, una confidente fraterna alla quale avrei di lì a poco aperto il mio cuore e chiesto consigli, preziosi più di quanto forse sia stata io per lei in quei primi giorni italiani.

T. giunse a Trapani che aveva ancora tutte le sembianze tipiche di una donna africana, ma vestiva alla moda europea, a eccezione dei capelli che erano colorati con henné rosso fuoco e acconciati con le treccine, così tirate che le si vedeva la cute. Mi domandavo come non le facessero male! (Io per un saggio di danza le avevo tenute 15 giorni e avevo avuto la testa dolorante per altri 15). T. aveva le labbra carnose e il naso camuso, era alta e coi muscoli tonici da campionessa di basket – sport che infatti aveva praticato in Congo a livelli agonistici. La sua pelle era coriacea quanto quella dura corteccia della quale sembrava rivestita, come fosse l’aura di fierezza di chi avrebbe voluto dire: “sì, son qui per studiare, ma, appena avrò finito, tornerò dalle mie sorelle che sono tutta la mia famiglia. Il mio popolo è più sfortunato di voi, ma siamo capaci anche noi di intelligenza, forza e valore (ma non per combattere la guerra di hutu e tutsi). Io sono qui umilmente, ma non pensiate di potermi mettere i piedi in testa“. Ho amato da subito la sua dolcezza camuffata sotto questo sottile strato di diffidenza, all’inizio causato certo anche da qualche difficoltà linguistica… T. aveva appreso i primi rudimenti di lingua italiana nei mesi immediatamente precedenti alla sua partenza, dunque capiva qualcosa, ma rispondeva a monosillabi. Il primo giorno poi era comprensibilmente frastornata, in mezzo a gente sconosciuta che la stimolava con mille domande. Giustamente, le era stato consigliato di essere sempre prudente, di stare un passo indietro e poi, magari, farne mezzo avanti.

La prima cosa che facemmo quando T. entrò a casa fu una sorta di scambio dei doni di ospitalità. Un po’ come si racconta nei poemi omerici: io forestiero ti porto il miglior vino della mia terra, tu ospite mi offri il formaggio nostrano. Ebbene noi le donammo qualche vestito e un costume da spiaggia. T. invece ci recava due completi, gonna lunga e maglietta, nelle fantasie tipiche del folclore africano, coi toni del blu, del giallo e del bianco. Qualche anno dopo, in occasione di un weekend trascorso da T. che intanto viveva a Colleferro per frequentare l’università a Roma, mi sarei trovata in una gigantesca sala dell’oratorio della parrocchia a battere le mani al ritmo di musica, a cantare e mangiare al banchetto di una coppia congolese, tra carni aromatizzate, verdure a me sconosciute e fufu à gogo. In quella sala eravamo in tre europei; da allora non credo di essermi più ritrovata nello stesso posto con una cinquantina di africani. E non credo di aver più visto tanta gioia e tanta spontaneità. Ecco, in quell’occasione, col completo regalatomi un paio di anni prima da T., mi sarei integrata ancora meglio; ma non che a loro importasse… Non ho mai visto T. tanto felice come quel giorno, durante quel pomeriggio la sua fragorosa risata fu ancora più contagiosa di come la ricordassi.

Comunque, tornando a quel primo giorno… Fu anche il primo bagno nella vita di T. A poco più di 20 anni T. non si era mai bagnata nel mare. Balneabile o meno, gli unici tuffi possibili erano nel fiume Kasai! Sono passati diversi anni, ma le sue grida di gioia le ricordo ancora e ancora oggi mi fanno venire i brividi. Vederla – grande e grossa – sguazzare sul bagnasciuga lanciando gemiti di piacere infantile, mi ricordò la mia emozione alla vista dell’oceano (in realtà fu un po’ deludente. Mi trovavo in Irlanda – e dire “oceano” sembra un po’ un parolone – il cielo era plumbeo e tirava un forte vento: l’unica cosa che potemmo fare noi giovincelli fu il risvoltino ai jeans per lasciarci bagnare le caviglie! Ma come primo viaggio da sola all’estero, quelle poche gocce di oceano ci stavano proprio bene. E in ogni caso, non era il Mediterraneo nostrum).

T. intanto da qual primo giorno ha imparato l’italiano, si è laureata e, stando all’ultima volta in cui ci siamo sentite, credo lavori come infermiera nel nord Italia. Ora è molto più europea di me, ma forse desidera ancora tornare in Congo dalle sorelle.  Adesso T. ha sciolto le treccine e indossa tutti i giorni il camice in ospedale, ma io la ricorderò sempre un po’ bambina, come quel primo giorno al mare. Balbettante come quella prima notte quando, come due amiche al pigiama party, cercavamo di raccontarci gli amori sognati. Per tentare di superare lo scoglio della traduzione, lei aveva avuto la pazienza di farmi ripetere a memoria il presente indicativo del verbo être e insegnarmi brevi frasi di senso compiuto.

Non so perché, ma quando penso al popolo africano mi immagino tanta generosità, grandi sorrisi, sonore risate e pelle morbida che profuma come la crema di T…

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MIA MADRE

Quasi mai vado al cinema per dei film che dubito possano piacermi, quasi sempre mi capita di fare una prima scrematura, così è stato quando ho scelto “Mia madre“. Nell’attesa che la pellicola arrivasse nelle sale cinematografiche avevo guardato il trailer, letto tutte le anticipazioni possibili e ascoltato le interviste ufficiali al cast e al regista. A questo proposito, ammetto di avere più di un debito con il vecchio Moretti; tuttavia non mi è dispiaciuto affatto incontrare Giovanni Moretti prima ancora di conoscere bene Michele Apicella.

Tra le recensioni lette – cosa che mi diverte fare solo dopo la visione del film – una cosa su tutte ho trovato vera: il regista stavolta si è fatto da parte e si è seduto accanto al personaggio. E – cosa ben più interessante – si tratta sempre di un personaggio declinato al femminile: da Margherita (alter ego di Moretti), alla madre (LA donna per eccellenza, interpretata da una bravissima Giulia Lazzarini, attrice di teatro della vecchia scuola), fino alle tre sceneggiatrici con le quali Moretti ha scritto a più mani. Oltre alla matrice autobiografica della storia, quelle voci femminili hanno permesso di rendere “Mia madre” un film scritto, fatto e diretto “mente sensuque”. Sì perché c’è la mente – quando Moretti non tace gli episodi più crudi e realistici delle degenze in ospedale o del decorso di una malattia – e poi c’è l’anima ma senza eccessi di retorica. A parte forse quel “a domani“. Come se fosse necessario alla speranza per l’elaborazione di un lutto, inevitabile come per certi temi antropologici: più l’argomento è universale e più rischi di cadere nella banalità. Nessuna banalità invece per Moretti che, con la sua capacità di scandagliare l’animo umano, riprende le scene più semplici ma anche più profonde che seguono a una perdita tanto importante.

Che ne sarà di quei Tacito e Lucrezio?” si chiede Margherita tra le lacrime. La separazione più dolorosa è proprio con gli oggetti e i ricordi: “dove vanno a finire tutti quegli anni di studio?”, l’analisi logica e il dativo di possesso… La vera sepoltura è dentro gli scatoloni. Cosa ne avranno fatto? Alla fine li avranno lasciati in bell’ordine sugli scaffali, li avranno traslocati altrove, li avranno venduti o regalati agli ex alunni della madre?

Come affrontare separazioni simili? Moretti ripercorre e analizza questi pensieri anche attraverso flashback e parentesi oniriche, tutti modi di rivedere i rapporti con gli altri e pure con se stessi. Oltre che con sua madre ovviamente, quella donna che nel film è sempre la “mamma” e solo nel titolo è “madre”.

In una scena Turturro grida “voglio tornare alla realtà, non ne posso più del cinema. Questo sarà il mio ultimo film“. Spero non sia una malcelata anticipazione del regista, perché è proprio attraverso il cinema che Moretti ci riporta alla realtà. Sebbene sia quella più triste, un domani ci sarà sempre. Scriveva il filosofo Edgar Morin“Sono consapevole che l’umanità non possa avere accesso all’immortalità, ma credo che si possa conquistare una amortalità, vale a dire la privazione della mortalità per un tempo indefinito” (da L’uomo e la Morte)

La luce giusta.

Ieri sulla Terra qualcuno ha fatto la sua prima apparizione nel mondo.

Una luce, una nascita, un nuovo inizio, una nuova vita… La Felicità!

Cara Bianca,

era l’alba e la tua mamma ha travagliato un bel po’ per darti alla luce,

ma ha dimenticato tutto nel momento in cui ti ha preso tra le sue braccia.

Quello che è iniziato per te ieri potrà sembrarti qualche volta un piccolo percorso a ostacoli,

ma, proprio da quegli ostacoli, imparerai che la vita è l’unico viaggio che valga davvero la pena fare…

Per tutte le prime volte in cui sarai o farai qualcosa,

ma anche per le seconde o le terze volte che saranno più belle delle prime.

Invece tu, cara mamma,

dimentica tutte le volte in cui hai pensato sarò capace di crescere una figlia?

Come le insegnerò a sopravvivere in questa giungla?

Ci vuole coraggio, è vero, ma sarà anche lei a infondertelo!

Dimentica le paure e guarda quel corpicino respirare…

Non pensi che sia il tuo atto creativo più riuscito?

Dentro di te, mamma, si sono formate quelle braccia e quelle gambe,

tu le hai dato quella bocca e quegli occhi…

Quale divino demiurgo avrebbe potuto fare meglio?!

Quella lì è la tua Opera più bella.

Coniugare il presente.

Quando impari a parlare al tuo animale domestico

e a dare un po’ di amore senza pretendere nulla in cambio…

Quando il tempo per te non è più un dominatore

né un nemico né un estraneo, ma un compagno di giochi…

Quando finalmente abbandoni le manie di controllo su tutto

e impari a lasciare andare, senza per questo evitare di impegnarti…

Quando i turbamenti non sono più ostacolo alla felicità,

ma complementi di essa stessa…

Quando capisci che da sola puoi avere tanti sogni,

ma riuscire a farne uno in due è meglio…

Quando ti senti al sicuro tra le sue braccia

perché lui è proprio quella casa che ti manca…

Quando il tuo senso dell’orientamento ti abbandona,

ma perderti non è più un problema perché sai ritrovare la strada maestra…

Quando un’amica o una sorella tornano a sapere leggerti negli occhi…

Quando i tuoi genitori hanno bisogno di essere coccolati

e più si fanno curvi, più hanno bisogno che tu ripeta loro quanto li ami…

Quando perdi, ma, stringendo quel tanto che ti è rimasto, sai che sopravviverai e

che il futuro arriverà comunque, in un modo o in un altro…

Quando, durante il volo, la vita dall’alto non ti fa più paura,

non più di quanto te ne faccia guardarla dalla terraferma…

Questo, tutto questo, non può forse chiamarsi FELICITÀ?!

Contagi

Tra un rullante e una gran cassa

il mio cuore ha ululato alla luna.

Tra palpiti di mani e battiti di piedi

la mia anima ha viaggiato

fino agli estremi lidi dell’oceano.

Ho cercato

ma non ho trovato tracce.

Eppure ero sicura

di essere vicina a una verità assoluta,

a un’ombra che

aveva tutti i contorni della mia essenza.

Artista: Galapaghost; Album: Dandelion (2013); Traccia 6: Vermin