Scrittori si diventa (ma bisogna anche nascerci)

Stamattina sul tram una signora discretamente anziana viaggiava accompagnata da due donne, sorelle, presumibilmente sue figlie. Come faccio a saperlo? Perché si sono premurate di farlo sapere a gran voce. Stavano portando la madre al policlinico e strada facendo disquisivano tra di loro su tre punti: visibilità mediatica, social network e dispotismo del maschio siciliano.

Una delle due donne millantava di essere una scrittrice, reduce dalla promozione della sua ultima pubblicazione. Ma – e qui viene il bello – se non esci su un giornale non sei nessuno perché facebook non basta e poi che pizza rispondere e parlare con tutti! diceva.

Tutti chi? Lettori? Fan? Estimatori? Ad ogni modo sembrava che tra questi ci fosse anche un uomo siciliano, avanti negli anni. Lui non è interessato a te come scrittrice. Da ‘a scrittrice nun glie frega! Quello vòle ‘a donna. E poi già che è siciliano, lascialo perde’ ché l’omo siciliano vuole comanda’ e basta, la ammoniva con protervia la signora anziana.

Infine in tutto questo, con un filo logico che mi sfuggiva dato che forse ero salita a dissertazione avviata, la scrittrice diceva alla sorella: perché tu è come se non esistessi, se vogliono farti scomparire (suppongo parlassero di esistenza virtuale sul web), ci mettono un attimo e puf! è come se tu non ci fossi mai stata. E poi chi lo sa che tu sei mia sorella? “Praticamente metà della gente che sta su questo tram” avrei voluto risponderle.

Sono scesa alla loro stessa fermata, con uno stato d’animo combattuto tra lo spasso e il disgusto. Perché no, signora scrittrice, sui social almeno se non vogliamo leggere gli status di qualcuno, possiamo “zittirlo” e sul web possiamo scegliere cosa far sapere o meno di noi, dei legami di sangue o delle relazioni amorose. Ma se lei fa discorsi simili a voce troppo alta su un tram pieno zeppo, obbliga tutti a seguire i suoi vaneggiamenti. E questo non è affatto democratico.

Se avesse detto anche il titolo del suo libro, qualcuno probabilmente si sarebbe preso la briga di farlo scomparire da tutte le librerie d’Italia, come se lei non l’avesse mai scritto. Almeno questo è quanto ho intuito nello sguardo scocciato del passeggero accanto a me. Sono scesa alla sua stessa fermata e, per curiosità, le avrei chiesto quale libro abbia mai scritto. Ma me ne sono andata. Sorridendo. Perché a quel punto il suo libro non l’avrei comprato per principio.

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Tutto e il contrario di tutto

Ci sono anime che non cresceranno mai. Che avranno sempre quella smorfia triste sul viso, perché sono nate senza le ali e non impareranno mai a ridere troppo a lungo.

Anime che sono nate per soffrire perché è l’unica cosa che sanno fare anche quando tutto va bene. Che si sentiranno fuori posto sempre, dovunque e comunque. Perché non appartengono a nulla e nessuno appartiene loro.

Anime che potrebbero fare soffrire le persone che amano di più e distruggeranno tutto quello che toccano. Anche se ci proveranno a cambiare. Oh se ci proveranno… credetemi! Con tanti sforzi e sensi di colpa.

Sono anime sempre alla ricerca. Di qualcosa, neppure loro sanno cosa sia e forse proprio questo le tormenta. Sono nate con grandi aspirazioni, ma la strada verso i sogni non sanno quale sia.

Sono anime che vi chiederanno solitudine, ma quel silenzio lo riempiranno comunque, come potranno. Non abbiatene, vi amano lo stesso. Ma hanno bisogno di ubriacarsi fino a stare male, vagare per la città di notte e fare cose di cui poi si pentiranno. Sono persone egocentriche e forse un bel po’ stronze, che dall’angolino di una foto vorranno tutto il primo piano, pur non meritandolo.

Sono anime che soffriranno le regole e la disciplina, gli schemi preconfezionati e spiace pure per il mondo intero che ha ben altri problemi – e seri – ma è più forte di loro. Non saranno mai sazi, non ne avranno mai abbastanza e, quando avranno raggiunto qualcosa, ne desidereranno un’altra. Come tutti, direte. No, più degli altri, diversamente dagli altri.

E meno male che ne scrivo qui, dove quasi tutte le parole sono lecite. Dove ogni cosa può significare tutto e il contrario di tutto.

Sono anime che non impareranno mai. Perché più che stare nella luce, riusciranno a vedere sempre e solo il buio.

Perché sono nate perdenti, con un marchio indelebile sopra.

Ph. dal web

Sogna ragazzo sogna

È di questi giorni la polemica scatenatasi contro Roberto Vecchioni. Il cantautore, ospitato dalla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo il 3 dicembre, per un incontro sul tema “Educare oggi”, ha avuto parole dure per la Sicilia. Durissime secondo molti siciliani.

Arrivo dall’aeroporto, entro in città e praticamente ci sono 400 persone su 200 senza casco e in tutti i posti ci sono tre file di macchine in mezzo alla strada e si passa con fatica. Questo significa che tu non hai capito cos’è il senso dell’esistenza con gli altri. Non lo sai, non lo conosci. È inutile che ti mascheri dietro al fatto che hai il mare più bello del mondo. Non basta, sei un’isola di merda.

Presto, come era prevedibile, si sono infiammati gli animi del pubblico in aula, indignato per quella che di primo acchito suonava tanto come un’offesa gratuita. Poi la polemica è sbarcata sul web ed è continuata sui social con botte e risposte degli utenti.

Personalmente, sono stata chiamata in causa due volte: in quanto siciliana, mi sono sentita un po’ offesa; in quanto estimatrice del lavoro artistico del cantante Vecchioni, mi sono sentita un po’ delusa. Tuttavia, a un’analisi più attenta, non ho saputo biasimarlo per quel giudizio espresso di pancia e con una punta di rabbia di troppo. Quante volte, presi dall’amarezza, noi siciliani abbiamo esclamato “che isola  di merda”? Personalmente, è sempre stato per rabbia e per amore. Perché i siciliani sono consapevoli della bellezza soffocata di quell’isola. E non parlo solo di mare e spiagge, monti e vulcani, storia e cultura, ma di sogni e gioventù che tanto spesso sono stati messi a tacere con una bella pietra sopra.

Come lei saprà, caro professore, la Sicilia è una terra in cui la meritocrazia è l’unico vero concetto ancora in via di sviluppo. Dove a far fortuna sono spesso persone molto ricche o con le spalle coperte.

Come lei saprà, la Sicilia è da sempre il fanalino di coda del vecchio stivale: nessuna voce in capitolo, sta lì sotto ad accogliere altri emarginati peggio dei suoi. Perché non ha altra scelta e perché un siciliano, che sa cosa vuol dire trovarsi in alto mare, non lascerà mai naufragare un fratello che scappa.

La Sicilia è la terra che ancora oggi qualche connazionale vorrebbe non facesse più parte dell’Italia.

I siciliani sono – riporto i preconcetti più comuni – lenti, svogliati e sonnacchiosi, apatici e ancora troppo arretrati. Sono un po’ tutti mafiosi e anche abbastanza ignoranti. A questi pregiudizi si sta fermi ancora oggi, da decenni.

Ma è altrettanto noto che i siciliani sono anche molto permalosi perciò, caro professore, si tenga forte e prepari le sue migliori scuse! Le serviranno per la Sicilia più oscurantista e bigotta. La Sicilia intelligente e aperta invece avrà compreso la buona fede del suo insulto.

Che ci vuole fare, professore… Noi siciliani abbiamo bisogno di sentirci feriti nell’orgoglio per reagire. Ma io sono fiduciosa: ho visto liceali custodire nelle tasche le parole di Sogna ragazzo sogna come un prezioso promemoria, come un vademecum imperdibile. Giovani di quella stessa Sicilia alla quale per anni i sogni li han portati via, uno a uno.

Se permette, caro professore, “Sogna ragazzo sogna” ci piace un po’ di più.

Autunno

Come quando

poteva accadere

e infatti accade.

Come quando

potrebbe accadere di nuovo

e non sai dove né come.

Come se

la mia città fosse in guerra

e il mio vicino sempre un sospettabile nemico.

Come se

accadesse anche a noi

non solo agli altri.

Come se

la vita fosse appesa a un filo.

Come le foglie di un albero in autunno.

Come sempre,

a ben pensarci.

Un par un (tutti per uno)

La notizia mi arriva da Sara, tipo doccia fredda. In un’atmosfera totalmente conviviale e del tutto leggera. Ha il viso scuro, rabbuiato, resta come alienata per più di dieci minuti con lo sguardo fisso sul cellulare. “C’è stato un attentato a Parigi” – esterna dal nulla – “al Bataclan stanno accoltellando gli ostaggi uno per uno. Sto chiedendo ai miei amici se stanno bene”.

No, non dirò nulla su come la penso, su domande future e letture mantiche degli scenari possibili. Ché a noi comuni mortali non è dato sapere dei piani mondiali. Però vorrei che ci dicessero davvero chi/cosa è stato, che ci tranquillizzassero su quanto potrebbe succedere in una qualsiasi fermata metro o in un teatro o in un stadio.

Dal canto mio, non riesco neppure a raccontare cosa si è scatenato dopo questo orrore. Dopo la notizia di Sara, ho aperto due, tre, quattro, decine, di articoli in un paio di giorni. Venerdì notte ho chiuso gli occhi sull’ennesimo “Parigi data alle fiamme” e l’ultimo pensiero prima di dormire è stato: ci risiamo! Quanto vorrei che non esistessero le religioni.

Il giorno dopo ho pensato: “ma perché, davvero ci entrano le religioni? Dopo anni di storia sui libri, poi sui giornali, credo ancora che la fede ci entri qualcosa?”

Le proporzioni del problema, con le relative minacce, si sono chiarite quando ho riaperto testate online, sulle quali cresceva il numero dei morti dichiarati e si affastellavano i discorsi dei grandi capi di stato. Sui social la situazione era – chiaramente – più nebulosa che mai. L’hashtag #PrayForParis era il primo nei top trend di Twitter. Mentre su Facebook ho provato un po’ di sdegno per le foto con la bandiera francese, per i nastri neri e gli account a lutto. Ma proprio grazie a Facebook si è saputo che amici e conoscenti a Parigi stavano bene. E proprio dal suo profilo personale Benjamin Cazenoves – uno dei testimoni dell’attacco terroristico al teatro parigino –  scriveva:

 paris1

“Sono ancora al Bataclan. Primo piano. Ferito gravemente. Che ci aiutino il prima possibile. Ci sono dei sopravvissuti all’interno. Stanno giustiziando tutti, uno per uno! Primo piano in fretta!!!”

paris2

“Vivo. Solo dei tagli… una carneficina … Cadaveri ovunque”.

Morire di terrore, non si può. Non i giovani. Non in uno stadio o a un concerto, non a una fermata metro, non nei luoghi del quotidiano.

Io mi sono alzata stamattina, e ho salutato un nuovo giorno. I morti del Bataclan non si sveglieranno mai più. I sopravvissuti, chissà.