L’arte salva.

Photo by Brooke Shaden

Non so da quanto esattamente scrivo su queste pagine – sì lo so, non sono carta, ma mi piace immaginare che lo siano – ma qui ho sempre trattato di quasi tutto e anche abbastanza malamente. Per me l’approccio generalista e il taglio eterogeneo erano in molti momenti estremamente necessari. Gli unici punti fermi sin dall’inizio sono stati tre e, per puro caso, iniziano tutti con la R. Ricerca. Resilienza. Resistenza. (Volendo anche Rinascita). E a pensarci bene, convergono tutti verso un unico punto: la Felicità.

Ora antropologia, sociologia e simili, potrebbero dare a questo punto un tono più impegnato alla semplicità dei miei “pensieri storti“, ma dopo anni di studi umanistici, si impara che anche le questioni più alte ruotano attorno a pochi banalissimi punti. Felicità, libertà, benessere fisico e mentale sono in cima da sempre.

Quando ho aperto questo blog, ho iniziato con tutti i migliori auspici, creando le migliori congiunture perché dare spazio alla propria fantasia alimenta la speranza che è uno dei più grandi piaceri concessi all’uomo. Quando ho iniziato beh, allora quella capacità l’avevo un po’ perduta, come la speranza.

Invece felicità e speranza si possono e si devono sempre ritrovare; tenacia, costanza e impegno sono ingredienti necessari per farlo.

Per me la speranza è vedere una luce e capire che è la tua, sentire che finalmente appartieni a te stesso, quando il giudizio di nessun altro varrà più del tuo, ma è anche raccontare a un amico che, dopo mesi di insonnia, crolli stanco la sera, dopo aver portato a termine un lavoro che ti piace.

È riuscire a svegliarsi presto la mattina – senza le cispe agli occhi – non perché suona la sveglia, non perché qualcuno ti butta giù dal letto, ma perché hai un impegno che ti allieterà la giornata. È capire che non puoi aspettare l’alba con la testa sul cuscino, perché il sogno spesso è vivere la vita.

E quando ti sembra non ci sia più nulla da fare, è proprio allora che devi fare qualcosa, qualsiasi cosa, anche un grande errore, se necessario (magari una sola volta e magari poi dovrai faticare il doppio per dimostrare che vali).

Quando senti di essere in gabbia non ti resta che aggrapparti a quell’unica cosa che sai fare davvero o che perlomeno ti viene spontanea per natura. E se questa cosa è la scrittura, apri pure un blog per dire al mondo che esisti. Che puoi anche tu essere utile a qualcosa, perché, è vero, i fatti non si fanno “a parole”, ma si possono fare anche “con le parole”. E se questa cosa invece è la musica, grida pure che l’arte salva! perché può portare fuori l’umanità ormai sopita di molti. Arte non è solo quella che vedi, ascolti o leggi, è prima di tutto l’uomo che l’ha creata, presso di lui troverai sempre ciò che fa al caso tuo. Nella sua storia troverai la tua storia, nei suoi pensieri i tuoi pensieri, nelle sue emozioni le tue emozioni.

L’arte ti insegnerà che l’equilibrio non è nella stasi perfetta ma nel movimento continuo, nel sapere che ciò che fa bene all’essere umano è proprio questo perenne andare, anche se poi ci si lamenta di non giungere mai al traguardo… La parola “fine” in certi momenti della propria vita non ha nulla di buono e bisogna ripeterselo più volte.

La Felicità non so quanto duri (e va tenuta stretta), ma alla sua ricerca continueremo ad andare e il bello è che è bello così e non c’è nulla da aggiungere. La sfida vera è tenerla sempre a portata di mano, ma non chiedetemi come si fa perché ci sto ancora lavorando e ne avrò ancora per molto.

Ad avere sempre più domande che risposte ci si annoia di meno.

Parola di Biancalba

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BiSogni

Non c’è bisogno di tanti spazzolini

in una casa con un solo accappatoio…

A volte ne bastano due.

Ma magari avresti bisogno di chitarre appese al muro

e pile di vestiti sui divani…

Con la luce dell’alba che entra appena dalle persiane schiuse

e l’aria che odora di mare e musica…

Ragazza, qual è il tuo nome?

Photo by  ©Robert Doisneau

Ore 12 di un fresco venerdì di luglio.

Accidenti, sono in ritardo… Come sempre!

Dopo la solita corsa agli incroci col semaforo pedonale giallo, salto sul tram che mi sta passando proprio sotto al naso … Come sempre.

Gettando un occhio a terra per non cadere sui binari e ai lati per non venire investita.

Trovo posto e mi siedo… Come poche volte.

Gambe accavallate, borsa sulle ginocchia e smanetto con lo smartphone… Come (quasi) sempre, ormai.

Oggi niente musica nelle orecchie. Non so perché, ma devo scaricare di nuovo Spotify e ho una connessione troppo lenta. Pazienza, ci riproverò più tardi… Meglio, così mi risparmio un po’ di batteria… Chissà a che punto della giornata mi abbandonerà!

Verona, Porta Nuova… Verona PN … Lo sa che PN sta per “Porta Nuova”? E’ una stazione di Verona, c’è mai stata lei?

Una voce mi fa trasalire e, sì, si rivolge proprio a me. Sollevo lo sguardo dalla tastiera e mi trovo di fronte due occhi presbiti puntati addosso.

Cogliendo all’inizio un certo nonsense in quell’esordio, rispondo totalmente impreparata e imbarazzata: eh no, sinceramente, non lo sapevo.  Mi pento subito per il mio stile laconico, appena capisco che il mio interlocutore non ha nulla del molestatore logorroico… Un settantacinquenne che ha lavorato alle ferrovie dello stato perché il padre era un macchinista. Adora Verona e, viaggiando gratis, c’è tornato tantissime volte.

Eh, ma io… Mica so’ un ragazzino! Ho prestato servizio durante la guerra mondiale anche… Lei dov’era, mica c’era durante la guerra…

Eh no, per fortuna, non esistevo ancora…

Inizio a provare una curiosa simpatia per quest’uomo  che potrebbe tanto essere mio nonno, al quale potrei fare mille domande su com’era la vita nel secolo scorso… Emana un forte odore di fumo e ha dei begli occhietti azzurri. È leggermente canuto e non gli avrei dato 75 anni, ma l’aria di ha lavorato sodo ce l’ha.

Ho lavorato per anni alle ferrovie, appena potevo, prendevo un treno… e via! L’altro giorno sono stato da mia sorella che festeggiava 50 anni di matrimonio…

(Beati loro! A quei tempi, sì, che i rapporti logori si ricucivano, ma magari poi erano pure più fighi con qualche toppa stile vintage. Oggi, si rifà il guardaroba nuovo ad ogni stagione!)

Non voleva che le pagassi la festa, ma io volevo regalarle per forza dei soldi… Avevo questo piacere! Le ho dato 1000 euro!!! Ah, ma io prendo una bella pensione veramente…

Beato lei! Rimbrotto io, un po’ impettita pensando a chi prende 500 euro al mese, ma col sorrisino di chi è stato ormai completamente conquistato da quella parlantina… (Beato lui, penso tra me e me! Io a trent’anni non avrò neppure il mio primo stipendio, figuriamoci quando saprò cosa significhi avere una pensione!)

Gli faccio notare che manca poco tempo, alla prossima fermata dovrò scendere… Ed ecco che tira fuori dal portafogli una vecchia foto in bianco e nero, di lui a ventidue anni in divisa militare… Sembra quasi un dagherrotipo per quanto è vecchia!

Vorrei chiedergli di più, ma è la mia fermata e devo scendere. Mi costringo a interromperlo con gentilezza, a malincuore, ma mi blocca di nuovo sulla porta: ragazza, mi dici almeno qual è il tuo nome?

Scaraventata sul marciapiede in fretta e furia, mi sento come ricaricata e ripenso al giovane su quella foto… A quanto possa piacere arrivare ad un punto della propria vita e voler raccontare tutto quello che c’è stato  prima. Questi nonnetti sono la memoria storica del paese, e per sciorinare le loro avventure, se ne vanno in giro con una foto nel portafogli… Forse come trofeo di una guerra che hanno combattuto ogni giorno per settantacinque anni.

 

 

Chissà su quali cornici futuristiche mostreremo la nostra gioventù ai nipoti… Per le nuove generazioni, sarà meglio iniziare a pensare al testamento digitale!!!

 

Just kids

“Ridevamo spesso di noi da piccoli: ci dicevamo che io ero stata una bimba cattiva che si era sforzata di essere buona, e lui un bravo bambino che si era sforzato di essere cattivo. Nel corso degli anni i nostri ruoli si sono invertiti, poi invertiti di nuovo, finché non abbiamo accettato la nostra natura duplice. Entrambi racchiudevamo principi opposti, luce e tenebra”.

 

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Mi chiedo perché abbia aspettato tanto.

Perché si lascia un libro tanto tempo in attesa su uno scaffale, prima di decidere che è arrivato il momento di leggerlo?!

"Improvvisazione 26" di Vasily Kandinsky, 1912

Jam session /on

Image: “Improvvisazione 26” di Vasily Kandinsky

Certe jam session sono segreti di felicità a breve termine!

Certa musica improvvisata lì per lì, su due piedi, che esca perfetta così come la si sta facendo per la prima volta, resta comunque unica.  Si potrà provare a rifarla uguale, ma con tutto lo zelo e l’impegno possibili, non verrà mai identica a prima.

L’improvvisazione è, di per sé, sempre irripetibile e acquista un valore immenso proprio per quel suo essere, letteralmente, una tantum*!

Tanti pezzi, passati poi alla storia, sono nati dalla registrazione (a volte pure casuale) di un’improvvisazione eccellente che andava conservata a tutti i costi.

Il grande spettacolo nel cielo dei Pink Floyd è uno di questi, ad esempio. La voce femminile che sentite aveva del tutto improvvisato, giocandosi la seconda occasione che il gruppo le aveva accordato (dopo una prima registrazione non proprio soddisfacente)…   Ancora oggi non esiste al mondo una sola eco di quella Clare Torry in “The great gig in the sky”!

Perciò, pur  essendo io, per indole, una Sregolata… Una delle mie pochissime certezze, voglio scriverla qui.

 Piccola regola per la vita, IMPROVVISATE!

…SEMPRE.

 

 

 

*ebbene sì, dobbiamo sfatare un comunissimo errore linguistico. “Una tantum”  non vuol dire “una volta ogni tanto”, ma “una volta soltanto”! Una e mai più.