Nella terra dei venti

Come tra le corde dell’altalena,                                                                                                  panni stesi ad asciugare.                                                                                                                Per volare c’è bisogno di vento.

 

Stanotte il vento sovrastava i pensieri. E il sonno.                                                                       Gli spifferi ululavano attraverso gli infissi e il suono si faceva il lamento di uomini dolenti.

Mi sono alzata dal letto, per controllare che i panni non fossero ancora stesi sui fili del balcone. Altrimenti una specie di ansia non mi avrebbe lasciata dormire. Come quando abitavo ancora in questa casa, dove la biancheria sapeva di buono ed emanava un inconfondibile odore di famiglia. Di tanto in tanto un tappeto o uno strofinaccio appena lavato perdeva le mollette e volava via. Nelle migliori delle probabilità si incastrava tra i fili dell’appartamento del piano inferiore o cadeva all’interno della recinsione del parcheggio condominiale. Nelle peggiori delle probabilità si perdeva oltre il cancello o restava smarrito per un po’. Giusto il tempo necessario per convincere la mamma che lo avevano rubato. Sistematicamente però si ritrovava poco dopo, nascosto in qualche angolo tra le piante molti metri più in là.

Nelle nuove case metropolitane problemi simili non ce ne sono. Balconi e verande sono un lusso esclusivo di adulti facoltosi. I fili per stendere – laddove non ci siano inferriate – violano i diritti condominiali e incrinano i rapporti con gli inquilini di sotto. Ma vai a spiegarlo agli abitanti delle terre dei venti.

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Sogna ragazzo sogna

È di questi giorni la polemica scatenatasi contro Roberto Vecchioni. Il cantautore, ospitato dalla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo il 3 dicembre, per un incontro sul tema “Educare oggi”, ha avuto parole dure per la Sicilia. Durissime secondo molti siciliani.

Arrivo dall’aeroporto, entro in città e praticamente ci sono 400 persone su 200 senza casco e in tutti i posti ci sono tre file di macchine in mezzo alla strada e si passa con fatica. Questo significa che tu non hai capito cos’è il senso dell’esistenza con gli altri. Non lo sai, non lo conosci. È inutile che ti mascheri dietro al fatto che hai il mare più bello del mondo. Non basta, sei un’isola di merda.

Presto, come era prevedibile, si sono infiammati gli animi del pubblico in aula, indignato per quella che di primo acchito suonava tanto come un’offesa gratuita. Poi la polemica è sbarcata sul web ed è continuata sui social con botte e risposte degli utenti.

Personalmente, sono stata chiamata in causa due volte: in quanto siciliana, mi sono sentita un po’ offesa; in quanto estimatrice del lavoro artistico del cantante Vecchioni, mi sono sentita un po’ delusa. Tuttavia, a un’analisi più attenta, non ho saputo biasimarlo per quel giudizio espresso di pancia e con una punta di rabbia di troppo. Quante volte, presi dall’amarezza, noi siciliani abbiamo esclamato “che isola  di merda”? Personalmente, è sempre stato per rabbia e per amore. Perché i siciliani sono consapevoli della bellezza soffocata di quell’isola. E non parlo solo di mare e spiagge, monti e vulcani, storia e cultura, ma di sogni e gioventù che tanto spesso sono stati messi a tacere con una bella pietra sopra.

Come lei saprà, caro professore, la Sicilia è una terra in cui la meritocrazia è l’unico vero concetto ancora in via di sviluppo. Dove a far fortuna sono spesso persone molto ricche o con le spalle coperte.

Come lei saprà, la Sicilia è da sempre il fanalino di coda del vecchio stivale: nessuna voce in capitolo, sta lì sotto ad accogliere altri emarginati peggio dei suoi. Perché non ha altra scelta e perché un siciliano, che sa cosa vuol dire trovarsi in alto mare, non lascerà mai naufragare un fratello che scappa.

La Sicilia è la terra che ancora oggi qualche connazionale vorrebbe non facesse più parte dell’Italia.

I siciliani sono – riporto i preconcetti più comuni – lenti, svogliati e sonnacchiosi, apatici e ancora troppo arretrati. Sono un po’ tutti mafiosi e anche abbastanza ignoranti. A questi pregiudizi si sta fermi ancora oggi, da decenni.

Ma è altrettanto noto che i siciliani sono anche molto permalosi perciò, caro professore, si tenga forte e prepari le sue migliori scuse! Le serviranno per la Sicilia più oscurantista e bigotta. La Sicilia intelligente e aperta invece avrà compreso la buona fede del suo insulto.

Che ci vuole fare, professore… Noi siciliani abbiamo bisogno di sentirci feriti nell’orgoglio per reagire. Ma io sono fiduciosa: ho visto liceali custodire nelle tasche le parole di Sogna ragazzo sogna come un prezioso promemoria, come un vademecum imperdibile. Giovani di quella stessa Sicilia alla quale per anni i sogni li han portati via, uno a uno.

Se permette, caro professore, “Sogna ragazzo sogna” ci piace un po’ di più.

Better

Qui piove e tuona, ma tra poco poggerò i piedi su una terra uguale e diversa… ogni rientro mi trova sempre un po’ diversa, a volte in peggio. Questa volta in meglio.

Porto con me un trolley a mano, una valigia da imbarcare e un bagaglio interiore che peserà troppo sulle bilance dei controlli aeroportuali. Vestiti nuovi che ho usato, abiti logori che ancora non butto, ma ormai smessi da un po’. Maschere che dovrò indossare e sorrisi che comprerò sul posto.

Ho una voglia matta di volare e già mi sento in gola lo stomaco in subbuglio del decollo. Quella infantile sensazione di stare sulla giostra del parco giochi vicino casa.

Tra poco annasperò nel mio mare salato e amato, annuserò l’aria e sarà il vento salmastro di quella lingua di terra che mi ha partorito.

Non si dimentica l’origine, ma tra questa e la sua fine c’è la vita… E quella non sai dove ti fa volare. Io sono solo una foglia sospinta dal mio vento. E il mio vento cambia sempre.

 

Non so perché, ma questa romantica ballata accompagna il difficile distacco dalla città eterna…

 

Trapani, 26 luglio 2009, ore 15.30

Destabilizzante quanto la lontananza, più o meno prolungata, possa far realizzare il valore

che in realtà attribuiamo a fatti,

persone

e luoghi.

Proprio quando ho abbandonato la mia terra sicula,

mi sono accorta che mi aveva stregata…

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Foto di Francesco Bellina

Questa notte il vento è cambiato.

Gli alberi hanno cambiato colore,

i litorali fisionomia.

Ai gabbiani è rimasto il monopolio del cielo,

unici tra i volatili,

imperterriti a librarsi nell’aria tempestosa,

a rasentare il pelo dell’acqua

sfidando ogni equilibrio…

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Foto di Francesco Bellina

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Persino le persone acquistano contorni diversi,

si accordano ai suoni del vento,

alle correnti del mare,

ma non sanno di farlo.

La mia città è un impasto di calce e salsedine.

I suoi abitanti, ovunque vadano nel mondo,

portano uno strato salmastro appiccicato addosso che,

se lo lecchi,

la lingua brucia,

come se bevessi inavvertitamente

acqua di mare.

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Foto di Francesco Bellina

Ringrazio Francesco Bellina per la gentile concessione delle sue foto.