Nella terra dei venti

Come tra le corde dell’altalena,                                                                                                  panni stesi ad asciugare.                                                                                                                Per volare c’è bisogno di vento.

 

Stanotte il vento sovrastava i pensieri. E il sonno.                                                                       Gli spifferi ululavano attraverso gli infissi e il suono si faceva il lamento di uomini dolenti.

Mi sono alzata dal letto, per controllare che i panni non fossero ancora stesi sui fili del balcone. Altrimenti una specie di ansia non mi avrebbe lasciata dormire. Come quando abitavo ancora in questa casa, dove la biancheria sapeva di buono ed emanava un inconfondibile odore di famiglia. Di tanto in tanto un tappeto o uno strofinaccio appena lavato perdeva le mollette e volava via. Nelle migliori delle probabilità si incastrava tra i fili dell’appartamento del piano inferiore o cadeva all’interno della recinsione del parcheggio condominiale. Nelle peggiori delle probabilità si perdeva oltre il cancello o restava smarrito per un po’. Giusto il tempo necessario per convincere la mamma che lo avevano rubato. Sistematicamente però si ritrovava poco dopo, nascosto in qualche angolo tra le piante molti metri più in là.

Nelle nuove case metropolitane problemi simili non ce ne sono. Balconi e verande sono un lusso esclusivo di adulti facoltosi. I fili per stendere – laddove non ci siano inferriate – violano i diritti condominiali e incrinano i rapporti con gli inquilini di sotto. Ma vai a spiegarlo agli abitanti delle terre dei venti.

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Better

Qui piove e tuona, ma tra poco poggerò i piedi su una terra uguale e diversa… ogni rientro mi trova sempre un po’ diversa, a volte in peggio. Questa volta in meglio.

Porto con me un trolley a mano, una valigia da imbarcare e un bagaglio interiore che peserà troppo sulle bilance dei controlli aeroportuali. Vestiti nuovi che ho usato, abiti logori che ancora non butto, ma ormai smessi da un po’. Maschere che dovrò indossare e sorrisi che comprerò sul posto.

Ho una voglia matta di volare e già mi sento in gola lo stomaco in subbuglio del decollo. Quella infantile sensazione di stare sulla giostra del parco giochi vicino casa.

Tra poco annasperò nel mio mare salato e amato, annuserò l’aria e sarà il vento salmastro di quella lingua di terra che mi ha partorito.

Non si dimentica l’origine, ma tra questa e la sua fine c’è la vita… E quella non sai dove ti fa volare. Io sono solo una foglia sospinta dal mio vento. E il mio vento cambia sempre.

 

Non so perché, ma questa romantica ballata accompagna il difficile distacco dalla città eterna…

 

Perdiamoci…

Ebbi in prestito una chitarra classica di battaglia. Stava lì, la tenevo sul letto, la guardavo spesso, ma la toccavo poco e la suonavo ancora meno. Mica facile iniziare da sola e tanto tardi, quando imparare una cosa totalmente nuova richiede un impegno che non ha nulla a che vedere con quello dei primi anni di vita… Ma spesso mi andava anche solo di pizzicare due corde e tenerla sottobraccio, almeno l’avevo vicina al cuore! Come il buongiorno all’asilo della suora al pianoforte o il body rosa nello zainetto del pomeriggio: la musica non mi abitava, ma mi sedeva accanto dacché ero nata…  

Beccavamo spesso una di quelle rigide serate invernali in cui dopo l’ora della cena nessuno mette il naso fuori. (Se fa troppo freddo, per un popolo caldo capita che una media cittadina resti come senza sangue, intirizzita dal gelo che svuota le arterie stradali).  Quando eravamo quasi arrivati in vetta incontravamo spesso la coltre di nebbia fitta e arrivare in cima era come scalare l’Olimpo.  Giunti all’ostello, scendevo dalla macchina con la sciarpa e il berretto a mo’ di passamontagna. Percorrevo il breve sentiero di breccia in discesa e facevo lo slalom tra gli alberi della pinetina antistante il locale. Varcavo il grande tappeto peloso e all’entrata venivo investita da una vampata alle guance per lo sbalzo di temperatura dall’esterno all’interno.

 Passati i primi minuti, il  corpo si acclimatava, riprendeva calore e il sangue ricominciava a fluire.

 Poi, si spegnevano le luci e si accendeva l’anima!

Ed erano spruzzi di colore nelle tonalità del blu, con rintocchi a tono di blues. Erano tetti bassi e poltroncine scomode, ma faceva caldo e il tepore umano trasudava dai muri spessi della baita.

Non sapevi se erano gli sbuffi di fumo delle pipe in combustione, o il neon dei fari puntati sul palchetto, ma l’aria sapeva di tabacco e nuvole… Dopo il soundcheck, iniziava il viaggio.

Figure, quasi stilizzate dalle ombreggiature delle luci, si muovevano  tra le note. Talvolta si avvicendavano anche gruppi diversi, ma era sempre una grande avventura per chi stava al di là e per gli spettatori al di qua. Tra gli altri, anche mio padre ed io. Sì, io, avevo 7, forse 8, anni e quello era il nostro appuntamento più o meno settimanale con la musica vera. Era il suo “let’s get lost” presso uno dei pochissimi luoghi della città in cui si faceva dal vivo anche un po’ di jazz… Adesso quel luogo l’hanno chiuso e il jazz là non lo fa quasi più nessuno.

Di solito, in quelle giornate di eventi musicali, chissà come, terminavo i compiti puntualissima, prima di cena. Me la si poneva come condizione indiscussa: “se finisci tutto, stasera vieni con me all’ostello della gioventù”, mi diceva papà. Ed io non me la perdevo per niente al mondo quell’occasione.

Non so bene cosa mi spingesse a quei tempi. Non so se a quell’età capissi davvero quel genere di musica, ma educava orecchie gentili e mi faceva sentire importante tra gente adulta. Ero la mascotte di quegli organizzatori gonfi di spaghettate notturne, di quei  musici dalle dita ingiallite e dalle voci rauche. Era un po’ per la poesia che vi avvertivo, credo, e anche per la gioia che mi procurava l’orgoglio di mio padre che mi mostrava agli amici come un trofeo. Il tempo trascorso con lui non torna indietro e adesso, dopo anni di distanza non solo fisica, talvolta lo rimpiango con nostalgia.

Ricordo che mi piaceva guardare il volto di mio padre perdersi tra suoni che solo una decina di anni dopo ho intuito cosa significassero in sé, e ancora chissà quanto li dovrò riascoltare per capirli davvero.

Tra i momenti più belli c’erano i tragitti di ritorno verso casa, quando riascoltavamo il disco del gruppo che si era esibito quella sera. Tra i più divertenti poi c’erano quelli delle spiegazioni sussurrate tra un pezzo e l’altro in scaletta, quando chiedevo cosa fossero la tazza per la tromba o le fruste per la batteria.  Tra i più esilaranti, invece, quando me ne uscivo con riflessioni da bimba sul non capire a cosa servisse esattamente il basso, “visto che si sentiva così poco”… E lì papà  tra il serio e il divertito si stupiva di come io non mi accorgessi di quanto quelle quattro corde riempissero i vuoti, amalgamassero tanti strumenti diversi e li sostenessero tutti contemporaneamente. L’ho capito dopo. Ma allora ero piccolina e, a volte, dopo una giornata di scuola, se non trovavo il posto in prima fila, mi stancavo ad ascoltare dalle ultime, senza riuscire a vedere, perciò talvolta quelle musiche diventavano ninna nanne a cullare il sonno che la mezzanotte iniziava a conciliarmi.

A quel tempo ero tante cose insieme: ero bambina, scolaretta, fan di papà e spettatrice di una musica che non possedevo, toccavo appena.  Beh, in realtà, è quello che sono ancora adesso. Un po’ bambina. Ancora studentessa. Sempre fan. E solo spettatrice. Ma ora so che quella è l’eredità più grande che mio padre potrà mai lasciarmi. Ben più fruttuosa di qualsiasi altro bene materiale. Il mio vero piccolissimo tesoro.

 

Trapani, 26 luglio 2009, ore 15.30

Destabilizzante quanto la lontananza, più o meno prolungata, possa far realizzare il valore

che in realtà attribuiamo a fatti,

persone

e luoghi.

Proprio quando ho abbandonato la mia terra sicula,

mi sono accorta che mi aveva stregata…

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Foto di Francesco Bellina

Questa notte il vento è cambiato.

Gli alberi hanno cambiato colore,

i litorali fisionomia.

Ai gabbiani è rimasto il monopolio del cielo,

unici tra i volatili,

imperterriti a librarsi nell’aria tempestosa,

a rasentare il pelo dell’acqua

sfidando ogni equilibrio…

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Foto di Francesco Bellina

.

Persino le persone acquistano contorni diversi,

si accordano ai suoni del vento,

alle correnti del mare,

ma non sanno di farlo.

La mia città è un impasto di calce e salsedine.

I suoi abitanti, ovunque vadano nel mondo,

portano uno strato salmastro appiccicato addosso che,

se lo lecchi,

la lingua brucia,

come se bevessi inavvertitamente

acqua di mare.

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Foto di Francesco Bellina

Ringrazio Francesco Bellina per la gentile concessione delle sue foto.